1. Isabella
Sono quella che viene comunemente definita una persona anaffettiva.
Non mi emoziono e non provo forti sentimenti per le persone, né positivi né negativi. Se posso le evito proprio le persone.
Evito volentieri anche gli animali e, volendo proprio godermela al massimo, anche le piante.
Tutto ciò che è vivo è più o meno imprevedibile e perciò non mi piace.
Mi piacciono i sassi, i minerali e la letteratura.
Si consumano grandi passioni in un romanzo, lo so, ma posso chiudere il libro quando voglio e comunque non sono cose che mi riguardano.
Per tutta la durata della mia carriera scolastica mi sono imbattuta in persone zelanti, insegnanti e compagni, che hanno cercato di salvarmi da me stessa, di cambiarmi, di aprirmi al mondo. Sforzo inutile, non sono mai stata scontenta del mio stato. Adoro l'isolamento, la solitudine e l'autarchia affettiva.
Scampare la compagnia altrui è stato arduo fino alle fine del liceo, perché se sei un solitario mezzo autistico, finisce che ti notano e cercano di farti uscire a tutti i costi dal guscio (naturalmente senza chiedersi se tu vuoi o meno uscire da quel guscio), ma a partire dall'università mimetizzarsi nella folla è stato facilissimo.
Mi sono laureata in lingue in pochissimo tempo e con risultati eccellenti, non avere una vita sociale permette di ottimizzare le risorse mentali e temporali.
Mia madre si chiedeva come facessi ad imparare le lingue con tanta facilità considerato che parlavo pochissimo e che mi sottoponevo alle conversazioni in lingua madre solo per dovere.
Riconosco che la sua curiosità fosse legittima, eppure qualunque lingua mi sia prefissata di imparare l'ho sempre acquisita in pochissimo tempo e con il minimo sforzo.
Dopo la laurea, che conseguii a ventiquattro anni, fu necessario che mi trovassi un lavoro.
Esclusi ovviamente l'insegnamento, l'interpretariato e tutte le funzioni che mi avrebbero costretto ad avere relazioni con il prossimo.
Finii quindi a fare delle traduzioni presso una casa editrice.
Sarebbe stato il lavoro perfetto per me, ma accadde che mia madre si ammalò e fui costretta a lasciare il posto per occuparmi di lei (mio padre era mancato anni prima per cui c'ero solo io ad assisterla).
Quando mia madre morì, l'editore mi aveva rimpiazzata per cui provai a mandare curriculum qua e là, ma non ottenni nessun colloquio.
Economicamente non ero proprio messa malissimo, per cui per qualche tempo tirai avanti facendo la dog-sitter.
Come lavoro non sarebbe stato male a parte la paga miserabile e il fatto che i padroni dei cani volevano sempre resoconti dettagliati delle prodezze ginniche e sociali dei loro fedeli amici. Siccome non prestavo molta attenzione a cosa facevano, se non a ciò che me li avrebbe fatti riconsegnare sani e salvi, non ero molto richiesta come dog-sitter. Nemmeno tra gli altri passeggiatori ero molto popolare, non salutavo nessuno e mi piazzavo sulla panchina più isolata del parco a sorvegliare il mio gregge.
Fu durante quel periodo che feci le prime esperienze sessuali.
Uno dei padroni dei cani che portavo al parco mi trovava attraente.
Effettivamente sono ufficialmente bella. Sono alta, snella, ho belle gambe, belle tette, capelli biondi e occhi azzurri.
Se uno non è un patito delle espressioni facciali, ho un viso piuttosto regolare dai lineamenti patrizi. Non mi trucco e non mi acconcio i capelli in modo estroso, però sono bella lo stesso, non ci posso fare niente.
Comunque quel tizio mi aveva notata e aveva anche capito che sono una che parla poco e con la quale le strategie di seduzione standard non avrebbero funzionato... anzi probabilmente non me ne sarei nemmeno accorta che ci stava provando. O forse ci aveva provato e io non me n'ero accorta, quindi una sera, quando gli riconsegnai il suo pastore tedesco, mi chiese semplicemente se mi andava di scopare.
Non risposi subito.
Non lo avevo mai fatto e quindi la cosa richiedeva un minimo di riflessione.
Lo guardai, era alto, giovane, sulla trentina, bello e dal fisico atletico. Se dovevo iniziare quello poteva essere un buon inizio.
A quel punto mi chiesi se volevo iniziare.
Essere frigida a livello sentimentale non significa esserlo necessariamente anche in mezzo alle gambe. Anzi ero abbastanza sicura di non esserlo lì.
Era ovvio che non potevo fare un referendum per decidere e nemmeno pensarci troppo.
Lui mi stava guardando divertito, probabilmente non sospettava che fossi vergine.
- Ho sbagliato a chiedertelo, immagino – disse lui calmo.
- No, è che sono vergine – risposi io neutra.
- Oh cazzo... -
- Immagino che ora non voglia tu -
A quel punto fu lui che si mise a pensare.
Mi guardò meglio, come a chiedersi se valesse la pena sverginarmi.
Decise che ne valeva la pena.
Venne fuori che non ero frigida, ma nemmeno particolarmente portata.
Vuoi l'inesperienza, vuoi la mia ontologica rigidità, vuoi che comunque per fare sesso con qualcuno ci devi minimamente parlare, la prima scopata non fu niente di eccezionale. Io venni, lui venne. Punto.
Quando qualche giorno dopo gli riportai il cane, mi chiese se volevo entrare.
Andammo avanti così per un paio di mesi. Considerato che gli portavo fuori il cane due, tre volte a settimana, finii a letto con quel tizio una trentina di volte.
Devo ammettere che l'allenamento conta qualcosa, verso la fine mi piaceva molto di più e lui penso ci sapesse fare.
Per quanto mi riguardava la nostra non-relazione a me andava benissimo. Praticamente non ci parlavamo nemmeno, io prendevo il suo cane, lo portavo fuori e quando tornavo indietro lui mi scopava.
Non avevo considerato che potesse non andare bene a lui.
Mi aveva invitata a cena fuori un paio di volte e in altre occasioni aveva provato a fare conversazione, ma in quel caso l'allenamento non aveva sortito nessun risultato positivo.
Dopo due mesi di sesso muto, mi disse che stava uscendo con una ragazza.
Non fu sgradevole, ma capii chiaramente che preferiva andare a letto con una che dopo scambiava due chiacchiere, che accettava di andare al cinema o al ristorante.
Come dargli torto? Mi rendo perfettamente conto di desiderare cose completamente diverse dalle altre persone.
A quel punto mollai il lavoro con i cani.
Il mio conto in banca cominciava a languire e quindi fu necessario trovare un lavoro più remunerativo.
Casualmente venni a sapere che la famiglia Nerli, mercanti d'arte di fama internazionale, cercava una badante per la signora Nerli, affetta da morbo d'Alzheimer.
Presentai il mio curriculum conscia di non avere nessuna speranza.
Una famiglia di quel genere poteva certamente permettersi una professionista con competenze serie in ambito sanitario.
Il fatto che mi contattarono per un colloquio fu già una sorpresa.
Mi presentai puntuale all'appuntamento senza modificare di una virgola il mio aspetto.
Non stavo cercando un lavoro che mi complicasse la vita, ma uno che me la semplificasse, se un abbigliamento o un'acconciatura potevano dare più chances all'ottenimento del posto, non volevo che poi dovessero essere la mia cifra di lì in poi.
Ho due tenute: jeans e felpa in inverno, jeans e t-shirt in estate. Coda di cavallo sempre, scarpe da ginnastica o sandali bassi a seconda del tempo.
Poiché feci il colloquio in maggio mi presentai all'appartamento milanese di Nerli in jeans e maglietta. Ne scelsi una senza buchi, quella era una raffinatezza perfettamente alla mia portata.
Quando conobbi Ettore Nerli gli diedi poco meno di quarant'anni, io ne avevo ventisette.
Scoprii poco dopo che ne aveva trentasette.
Aveva uno sguardo freddo, probabilmente reso più esasperato dal taglio sottile degli occhi e dal colore metallico delle sue iridi.
Se non si dava troppo peso all'espressione dura, poteva considerarsi bello.
Era alto e asciutto, vestito con abiti accuratissimi che però avevano l'ambizione di dirti “mi sono messo la prima camicia di lino che ho trovato... non è colpa mia se mi sta da dio...”.
Nei miei jeans scoloriti da veri lavaggi e nella mia t-shirt di un ex color melanzana indurita da altrettanti veri lavaggi, sembravo un'ospite della Caritas. Seduta nella poltrona di pelle, circondata da mobili antichi e oggetti di design, c'entravo con quell'ambiente come una suora in un bordello.
Anche lui non riuscì a nascondere la sorpresa vedendomi.
Non c'era una foto allegata al mio curriculum per cui, nonostante la mia data di nascita promettesse di trovarsi di fronte una donna giovane, era chiaro che Nerli non s'aspettava una come me. Che cosa si aspettasse non lo sapevo, però.
Rilesse il mio curriculum per farsi venire in mente il motivo per cui mi aveva contattata: la laurea in lettere, l'esperienza come dog-sitter e il breve lavoro come traduttrice non dovevano certo essere i motivi che l'avevano convinto a incontrarmi.
I silenzi non mi hanno mai creato imbarazzo per cui rimasi lì seduta e attesi che Nerli pescasse dal mio curriculum il dettaglio che l'aveva ispirato. Doveva esserci qualcosa...
- Stavo giusto rileggendo la sua scheda... - disse. Aveva una voce bassa, graffiante di quelle che riesci a riconoscere anche in mezzo a mille altre.
- Non ho una qualifica sanitaria – lo precedetti.
- Vedo... il fatto è che le persone qualificate che si sono occupate di mia madre fino ad ora sono riuscite solo a innervosirla. Sto pensando di trovare qualcuno di meno qualificato... e più umano -
Andavamo male. Sul meno qualificata ero imbattibile, sul più umano per niente.
Forse non si notava, come ho detto sono piuttosto graziosa, la gente tende a trovarmi timida o riservata prima di rendersi conto che sono distaccata. Asociale. Frigida.
Comunque glielo avrei detto, non so mentire, non mi piace, mi mette a disagio e non essere a disagio è mio obiettivo principale.
- Mia madre soffre del morbo Alzheimer, - continuò lui - non parla quasi più e non cammina, anche se fisicamente è ancora molto sana. Non credo che ci vogliano persone con chissà quali competenze professionali, penso basti un po' di buon senso e di rispetto per la sua condizione -
Quello era fattibile.
- Ho avuto una serie di infermiere che la torturavano con la ginnastica, la deambulazione, la facevano parlare... l'ho trovata spesso che piangeva. Io credo che voglia solo essere accudita e lasciata in pace -
Se avesse voluto qualche mio commento, supposi che mi avrebbe fatto delle esplicite domande. Io rimasi zitta aspettando di capire se avesse finito di parlare. Forse si aspettava che io dicessi qualcosa, ma non avevo nulla da dire. Si rassegnò a farmi una domanda.
- Non ho capito perché lei mi abbia inviato il suo curriculum... - non era proprio una domanda diretta, ma prevedeva esplicitamente una risposta.
- Sono molto solitaria. Amo il silenzio e non mi pesa la staticità. Ho assistito mia madre in ospedale e a casa per diversi mesi. Non ho mai sofferto quello di cui si lamentano le persone costrette al capezzale di un malato -
- Che cosa aveva sua madre... se posso chiederlo -
- Era affetta da SLA. Ha perso l'uso della parola in pochi mesi e nel giro di un anno è morta... in un certo senso era simile a un malato di Alzheimer -
- E che cosa faceva quando assisteva sua madre? -
- A parte lavarla e accudirla, leggevo a voce alta. Spesso le facevo ascoltare musica classica. Talvolta la portavo fuori... -
Mi fece qualche altra domanda molto pratica su come avevo gestito mia madre, dopo di che iniziò a prestare veramente attenzione a tutta la mia persona. Non riuscivo a capire che cosa gli passasse per la mente, era notevolmente inespressivo; ipotizzai che si chiedesse se una della mia età fosse in grado di reggere un lavoro del genere, se fossi appropriata...
Poi lui si alzò in piedi, segno che il colloquio era finito. Mi alzai a mia volta e dopo avergli dato la mano ed espletato i convenevoli di rito, mi avviai verso l'uscita scortata da una cameriera fornita di crestina e grembiulino bianco.
Non mi aspettavo che mi chiamasse, anche se mi ero resa conto che il mio approccio alla malattia degenerativa gli era piaciuto.
Dopo una settimana ritenni di non aver ottenuto quel posto, stavo già per accettare un incarico temporaneo come bibliotecaria, quando ricevetti una chiamata. Non fu lui a contattarmi, fu la signora Costantini, la sua segretaria tuttofare, mi comunicò che se accettavo l'incarico avrei cominciato il lunedì successivo e aveva piacere che io mi recassi da loro il venerdì per firmare il contratto e apprendere le consegne.
Quando tornai a casa Nerli, lui non c'era.
La signora Costantini mi mostrò la casa, la mia stanza e poi mi condusse nelle stanze della signora Paola, la mia paziente.