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GIUGNO 2019«Lore, accenderesti il gas e metteresti l’acqua nella pentola?». La voce del P.M. Elena Macchi risuonò forte e chiara dal bagno e attraversò il corridoio, raggiungendo Lorenzo che girovagava per casa ancora in boxer e canotta.
«Per quanto ne hai?».
«Dieci minuti e sono pronta. Devo solo asciugare i capelli». Il tono era leggermente calato di intensità.
Lorenzo Chiari avvertì il rumore del phon sovrastare la voce della compagna.
«Sì, ma se poi l’acqua bolle, che faccio?», urlò per farsi sentire. «Devo buttare la pasta? Quale?». Non ottenendo risposta, si diresse in cucina, aprì l’anta del pensile e scrutò con aria indecisa le diverse confezioni accatastate disordinatamente nella dispensa.
“Cazzo, Elena, quando ti deciderai a essere un po’ più ordinata?”, pensò, mentre alcuni sacchetti rotolavano fuori, rovesciandosi sul pavimento. Sollevò lo sguardo al soffitto. «Mi piacerebbe tanto vedere la tua scrivania in tribunale. Dubito ci sia tutto questo caos. Sei una pessima donna di casa. Forse è anche per questo che mi piaci». Pronunciò quelle parole sottovoce, immaginando di averla lì davanti. Si chinò a raccogliere i sacchetti caduti e li ripose nella dispensa, cercando di ordinarli un po’. Ce n’erano di tutte le marche, mai che si affezionasse a una.
Dalla cassettiera estrasse una pentola sufficientemente profonda, la riempì d’acqua poco oltre la metà e accese il fuoco. La fiammata azzurrognola si estese oltre il fondo. Ruotò leggermente la manopola del gas e diminuì l’intensità.
«Ele», chiamò a gran voce. «Spaghetti, penne, tortiglioni: cosa vuoi?».
Lorenzo percorso il corridoio e si affacciò sulla porta del bagno.
Elena gli voltava le spalle, la schiena china in avanti, la testa rivolta al pavimento, mentre la ventata d’aria calda le scompigliava i capelli. Non lo sentì nemmeno entrare.
Lorenzo rimase un istante ammirato a guardarla. Era coperta da un asciugamano fucsia avvolto attorno al petto. Le gambe lunghe dalla muscolatura forte mostravano la definizione del bicipite femorale in tensione per la posizione a novanta gradi.
Lorenzo si avvicinò in silenzio e si inginocchiò dietro di lei, sollevò leggermente l’asciugamano e le baciò le natiche. Il P.M. non si scompose, un sorriso le increspò le labbra. «Continua», gli disse, senza spegnere il phon.
Lorenzo non se lo fece ripetere. Elena Macchi cominciò a ridere di quella situazione, stimolata dal solletico che le labbra di lui provocavano sul suo generoso fondoschiena, ma l’ilarità cessò subito, non appena i baci si fecero più audaci e lui sprofondò il viso nella sua intimità. Allora spense il phon e rimase immobile in quella posizione, in attesa dell’esplosione del piacere. Raggiunse l’orgasmo in pochi minuti, si alzò, si voltò verso di lui, sciolse il nodo all’asciugamano, gli sfilò i boxer, lo spinse contro il bordo della vasca e gli si sedette sopra. Lorenzo scivolò dentro di lei.
Quando Elena raggiunse la cucina, l’acqua era quasi del tutto evaporata e il piano cottura schizzato da migliaia di goccioline. Tolse la pentola dal fuoco, aprì il rubinetto e la riempì di nuovo, quindi la rimise sul gas. Lorenzo le gironzolava attorno con aria ancora vogliosa. Le si appoggiò alla schiena nuda e le prese i seni tra le mani.
Lei si voltò e gli sorrise. «Ma sei un insaziabile porco». Gli infilò la lingua in bocca e lo strinse a sé, afferrandolo per le natiche fino a sentire il suo membro duro premere forte contro il ventre, quasi a trapassarlo. Lorenzo la fece voltare e la penetrò di nuovo, mentre lei si teneva stretta al tavolo.
Quand’ebbero finito, entrambi sazi e appagati, si scambiarono uno sguardo di tenerezza.
«Ti amo, Elena». Questa volta lo disse ad alta voce.
Lei si limitò a sorridergli. «Adesso, però, vestiamoci, che ho un altro tipo di languore: il mio stomaco reclama cibo».
«Ci credo, con tutte le calorie che hai bruciato!», scherzò lui, dandole una pacca sul sedere.
Tornò in cucina poco dopo con addosso un paio di jeans corti e una canotta. «Tieni, mettiti questi!». Gli lanciò i pantaloncini della tuta da jogging e la maglietta abbinata.
«Tortiglioni all’arrabbiata?», domandò, cercando il sugo pronto nel vano conserve.
«Con il caldo che fa, eviterei il piccante». Lorenzo cominciò ad apparecchiare la tavola. «Pomodoro e basilico?».
«Non c’è», Elena scostò i vari vasetti e glieli elencò: «Arrabbiata, amatriciana, pesto ligure, pesto siciliano, pecorino e pomodorini secchi... altrimenti acciughe e capperi».
«Acciughe e capperi».
Il P.M. pose il vasetto sul pianale accanto ai fuochi.
«Che ne diresti di andarcene via qualche giorno nel fine settimana?», propose Lorenzo. «Ti va di andare in una località di lago? O magari in montagna? Andiamo in cerca di un po’ di fresco. Qui il caldo si sta facendo soffocante. Pare che la settimana prossima aumenterà ancora. Ho delle ferie arretrate da prendere e tu non mi sembra abbia casi particolarmente importanti da seguire».
«Vero, nulla che non possa aspettare. Fortunatamente solo roba ordinaria. Accetto volentieri. Hai già in mente una meta?».
«A dire il vero no. Vuoi proporre tu?».
«Lago di Garda? Sirmione, magari. Mi piacerebbe tornarci. Ci sono stata tanti anni fa e ne ho un ottimo ricordo».
«Farà caldo, però. Non sarebbe meglio la montagna? Magari in Trentino?».
Elena storse la bocca. «Non ho voglia di mettermi in viaggio ore. Sicuramente troveremmo code. Un posto più vicino? Val d’Aosta?».
«Le escursioni del Trentino sono migliori», obiettò Lorenzo, mescolando la pasta.
«E va bene, mi hai convinta. Ma guidi tu. Io mi voglio rilassare».
«Andata. Dopo pranzo facciamo una ricerca in Internet e prenotiamo».
«Assaggia un po’ la pasta. Non vorrei scuocesse».
Lorenzo prese un tortiglione col cucchiaio di legno, ci soffiò sopra e fece per portarlo alla bocca. Elena glielo rubò fulminea con le dita e lo addentò. «Cotta. Scola!».
«Agli ordini, capo».