Chapter 1
Sei lettere azzurre
L'ascensore si fermò con un sussulto, dopo aver rallentato. Dentro la scatola di metallo e di legno lucenti si ebbe un attimo di attesa.
Il fattorino, efebico nella sua uniforme verde bottiglia a bottoni d'argento, sorrideva.
Il commendatore aveva trattenuto il respiro e adesso ansava. Sempre le fermate a singhiozzo di quella macchina elettrica gli davano un colpo al cuore.
Si ebbe un altro scatto e lentamente la porta esterna e quella della scatola cominciarono a scorrere silenziose.
Era la liberazione. Il commendatore si lanciò fuori. I commessi balzarono in piedi e salutarono.
Sul marmo levigato dell'anticamera monumentale e del corridoio interminabile, risuonarono i passi disordinati dell'omaccione.
Forse superava il metro e ottanta di altezza ed era nel corpo armonico. Il che vuol dire che dava, subito a prima vista, l'impressione d'essere formidabile. Più che robusto, però, pesante.
Il rumore dei passi si ripercosse sino in fondo al corridoio. L'ultima porta era la sua, di fronte.
L'aprì, la richiuse, si trovò nel suo ufficio.
Un ufficio di direttore centrale, di un lusso marmoreo e imponente.
Avevano voluto che il nuovo palazzo della direzione della banca fosse costruito come un museo. Il Grande Credito Internazionale era ormai il maggiore istituto d'Italia. Quando si arriva al vertice, si costruisce in marmo, con fondamenta di travertino. Così si ha l'illusione di non dover mai abbandonare la sommità.
Il commendatore sedette al tavolo di palissandro e si mise a fissare la grande palla argentea, che gli stava dinanzi, vicino al calamaio d'ottone.
Sempre, tornando lì, guardava la palla argentea. Era istintivo e fatale. Si sarebbe detto che quell'inutile oggetto avesse su di lui un potere ipnotico.
Trillò il campanello del telefono ed egli si scosse. Tese la mano, prese il cornetto, ascoltò, rispose con qualche monosillabo.
Dopo, guardò nel pacco delle lettere e dei giornali, deposti come al solito sul sottomano di cuoio rosso, proprio nel mezzo. Ma non li toccò.
Premette, invece, uno dei dieci bottoni d'avorio che aveva alla sua destra e attese.
Un gran senso di stanchezza lo invadeva e, poiché non avrebbe saputo trovarne la ragione, l'attribuì al calore diffuso ed eccessivo della stanza, che lo avvolgeva, morbido. Sospirò.
Chiaro di pelle com'era, d'una chiarità malsana che rasentava il lividore, aveva il volto pieno, massiccio; eppure lo si sarebbe supposto flaccido. Le gote non ricadevano, ma erano le labbra tumide e violacee, che, prive di linea, mancavano di sicurezza. E gli occhi grigi, piccini, tondi, sotto l'impalcatura delle sopracciglia dure, sfavillavano incerti, come fuocherelli fatui, a tratti. La fronte bassa apriva un breve passaggio tra le sopracciglia folte e la linea dei capelli tagliati corti, a spazzola.
Anche nel vestire, pur adesso che avrebbe dovuto preoccuparsene, era sgraziato, militaresco. E poiché portava sempre colletti diritti, lucidi, aveva in pari tempo l'aspetto di un religioso anglicano.
Messo a dirigere uno dei più importanti, certo il più delicato dei servizi della Banca, guadagnava più di mezzo milione all'anno. E non aveva che quarant'anni. Sua moglie ne aveva venticinque. Mezzo milione di guadagno e una moglie di venticinque anni possono rendere la vita sopportabile. Oppure tragica.
La porta di fronte a lui si aprì e una figurina nera, agile, entrò, scivolò sino al tavolo, gli fu dinanzi.
"Buon giorno, commendatore."
La segretaria, senza attendere ordini, afferrò il pacco delle lettere e cominciò ad aprirle. Egli la guardava fare, con gli occhi spenti, come assonnato.
"Il Lloyd... I rapporti degli agenti... Genova... Roma... Venezia..."
Era precisa e rapida. Col tagliacarte affilato tagliava la busta, estraeva il foglio, lo spiegava, lo poneva aperto sul tavolo, dopo avergli dato appena un'occhiata. E non pronunciava che monosillabi, il puro indispensabile.
Tutta la corrispondenza passò così per le mani della giovane, che era vestita di nero e aveva i capelli neri. Al suo volto olivastro, le labbra rosse di lacca e le sopracciglia depilate e disegnate nettamente ad arco davano uno strano rilievo di porcellana cinese.
Non rimaneva che una lettera, ch'ella aveva tenuta fra le mani, senza aprirla.
Gli occhi del commendatore si accesero.
"Dia qui."
Prese la lettera. Una busta azzurra, rettangolare, fuori sesto fra le altre buste severe, di modello ufficiale, di misura onesta.
La calligrafia era piccina, irregolare, tutta puntine aguzze.
Egli la mise dinanzi a sé e la tenne coperta con la mano distesa, una grossa mano dalle dita a nodi, ricca di pelo biondo, folto.
Gli occhi scuri, lucenti come vetro, della segretaria ebbero un brevissimo bagliore di malizia.
"Vada. Chiamerò."
"L'anticamera è piena di gente, che aspetta d'essere ricevuta..."
“Non ricevo. Sbrighi lei.”
La ragazza mormorò: “bene”, e scomparve.
Adesso, si trattava di aprire la lettera. Premette il bottone, che faceva accendere la luce rossa sulla sua porta, nel corridoio. Così, nessuno avrebbe osato entrare.
Il foglio era immacolato.
Ma lui aveva aperto la lettera soltanto con quel terrore: di non dovervi leggere neppure un rigo. E adesso che il terrore si era avverato, sospirò profondamente.
Poi si mise il foglio dinanzi, sul sottomano rosso, e a matita vi tracciò una cifra a quattro zeri. Rimase qualche istante a fissarla.
Si scosse, trasse dal cassetto del tavolo un piccolo pacco di fogli uguali a quello, tutti azzurri, e tutti con una grossa cifra a matita vergata da lui. Aggiunse il nuovo al pacco e lo ripose. Quindi trasse da un altro cassetto un libretto di assegni e lo riempì.
Strappò dalla madre il foglietto, lo piegò, lo introdusse in una busta bianca e se la mise in tasca.
Sospirò di nuovo e si alzò.
Fece qualche passo per la stanza. Appariva flaccido e come sgonfiato, cadente.
Andò al caminetto e contemplò nella specchiera dorata la propria immagine.
Finalmente si trasse da quella contemplazione smaniosa e malsana, che lo faceva soffrire, e quasi cadde a sedere nella poltrona, davanti al radiatore lucente, che teneva luogo di ceppo e di fiamma.
Dopo qualche istante, grosse lacrime incolori, rapide, cominciarono a scorrergli sul volto, che non pertanto rimaneva impassibile, senza contrazioni, senza riflettere nulla del suo dolore.
O di quel suo terrore, che lo ammolliva, invece di farlo urlare o fuggire.
Fuori, sulla porta monumentale, la luce rossa ardeva sempre, arrestando tutti coloro che avrebbero voluto entrare.
Dopo un'ora che quella luce ardeva, i commessi in fondo al corridoio cominciarono a sogghignare tra loro. E quando la segretaria chiese:
"Il commendatore ha qualcuno?"
"Di qui nessuno è passato!" risposero e ammiccarono.
Il fattorino efebico, però, allontanandosi dalla porta dell'ascensore momentaneamente fermo, diede una notizia impreveduta:
"Neppure dalla scala privata ho visto salire nessuno."
Allora, la segretaria si diresse col suo passo scorrevole fino alla porta preclusa, l'aprì. "Oh!" e rimase con la mano sul saliscendi, a guardare attorno. La stanza del commendatore era vuota.
Lo stesso giorno, il 22 dicembre 1928, in cui il commendatore Paolo Coblenz, direttore centrale del Grande Credito Internazionale, ricevette la busta rettangolare, azzurra, cinque altre persone in Milano ricevevano, contemporaneamente a lui, cinque buste consimili, azzurre.
Ma quel colore da prima comunione e da innocenza virginale in nessuna di quelle cinque persone produsse reazioni di bontà. E neppure di indifferenza.
Il pittore Claudio Dumesnil, quando l'ebbe fra le mani, nel suo vasto studio vetrato di via Borgonuovo, si mise a snocciolar blasfemi da mandare all'inferno per l'eternità anche il più confessato e assoluto dei cristiani. Per buona sorte li pronunciava in francese, mordendoli fra i denti, e la modella che posava davanti a lui per un nudo poté non rabbrividire e non arrossire neppure. L'industriale Marcello Cantini, consigliere delegato della S.P.E.M. (Società per l'Estrazione Minerali), senatore del Regno, milionario e cavaliere del lavoro, si chiuse nel suo studio di via Ruffini e vi rimase per qualche ora in solitudine, con grande meraviglia dei suoi impiegati.
Il maestro Virgilio Della Porta, direttore d'orchestra e compositore celebre, che se la vide porgere dal custode al suo ingresso nel palcoscenico della Scala, salì sul podio per le prove mattutine con un tale umore, che nessuno dei maestri d'orchestra, terrorizzati, riuscì a tener tempo e misura, e lui spezzò la bacchetta sulla testa al primo violino. E non commise qualche atto maggiormente insano, unicamente perché ebbe il buon senso di sospendere la prova e fuggir via.
La quinta — nell'ordine arbitrario da noi datogli — di quelle lettere azzurre pervenne al tenore José Coromillas, mentre questi, uscito dal bagno, si apprestava a farsi massaggiare il torso, e l'epa, che cominciavano a prendere adipe. L'impressione che quel foglio incorrotto — nell'apparenza — produsse su di lui, fu tanto forte che egli mandò al diavolo il massaggiatore e, vestitosi in fretta, senza neppure mettere la gardenia bianca all'occhiello, si precipitò fuori dell'albergo e discese via Manzoni, parlando da solo, con grande stupore dei passanti, che si fermavano a guardarlo.
L'effetto, infine, della sesta e ultima di quelle lettere, fu immediato e radicale: colui che la ricevette si fece saltare le cervella.