I
Rina
Il suo nome era Caterina, ma fin da bambina la chiamarono Rinetta. Fattasi giovinetta, cresceva di una tale bellezza che l’appellarono Rina la bella, Rina la bambola. Spensierata, vivace, un po’ ribelle. D’estate andava in giro con i riccioli neri scarmigliati, le camicette scollate, le braccia nude, le cosce scoperte. Quando si recava alla fontana e si piegava a lavare i panni al lavatoio, sul muretto della piazza c’era sempre qualcuno a vederla sculettare, mentre strofinava, sbatteva e risciacquava. Lo faceva con malizia, compiaciuta di mostrare le sue forme. Donne cattive e gelose della sua spregiudicata giovinezza diffusero dicerie, pettegolezzi. Rina non si curava delle maldicenze e continuava imperterrita a sfogare la sua esuberanza, la voglia di vivere contenta, gaia gioiosa allegra, felice di sentirsi osservata per la sua grazia e per la sua avvenenza.
Nacque da una ragazza madre e mai si seppe chi fosse il padre. La madre custodì il segreto, forse perché neppure lei sapeva con certezza chi l’avesse messa incinta. Negli anni del dopoguerra e nei primi anni Cinquanta c’era fermento, euforia, eccitazione. La ritrovata libertà, la smania di vivere intensamente, inducevano a comportamenti sconsiderati e incoscienti. Fu avanzata l’ipotesi che fosse stato il figlio del signorotto del paese a metterla incinta, ma lui negava e ripeteva a ogni piè sospinto di non essere intenzionato a riconoscere la paternità di Rina, tanto meno sposandone la madre. Quel matrimonio era inviso ai suoi genitori per la differenza di ceto e perché su di lei circolavano indiscrezioni e malignità che avrebbero macchiato in maniera indelebile il nome del casato. Si disse che fosse rimasta incinta a Napoli, quando, nei mesi estivi, aveva lavorato in una pizzeria del porto. Forse altrove, chissà dove. Una cosa era certa: Rina non seppe mai chi fosse suo padre. Dopo lo svezzamento, la madre la lasciò all’affetto dei nonni ed emigrò in Germania, a fare la cameriera in un ristorante italiano, in una cittadina nel Pfalz, tra Monaco di Baviera e Francoforte. Di lei non si seppe più niente. Si raccontarono leggende. Che fosse morta subendo violenza. Che fosse andata in Australia, in America, o, qualcuno sostenne, addirittura in India.
I nonni abitavano a pigione nella casa di proprietà della curia vescovile, attaccata alla parete posteriore della chiesa. In tempi remoti era stata la dimora del prete. A causa del calo delle vocazioni restò solo un sacerdote ad accudire le necessità delle anime di tutto il circondario. La sede principale della diocesi fu trasferita e la casa parrocchiale fu affittata. Rina visse lì la sua infanzia e la sua fanciullezza.
Preso il diploma magistrale, a diciannove anni, andò in sposa a un gioielliere di Foligno. Dopo appena cinque mesi, lo sposo fu ucciso da un bandito durante una rapina con una pistolettata in testa. Fu così che, nel fiore della giovinezza, rimase vedova a convivere col padre sessantenne del marito, gravemente malato di Alzheimer. Si manteneva con la rendita derivante dalla vendita della gioielleria e la pensione d’invalidità del suocero. Aveva il mutuo della casa da pagare e la sua vita si complicò imbrigliandosi tra mille trappole. Da ragazza disinvolta e lieta divenne una donna avveduta, oculata, coscienziosa e seria. S’accollò la responsabilità di badare al suocero e la gestione della villetta di periferia, di costruzione recente, in una zona urbanizzata tra Foligno e Spello. Un posto tranquillo, lontano dal marasma, dal baccano, dai rumori del traffico della città. Come altre case sparse nelle vicinanze, era circondata da campi di mais, di girasoli, frutteti e vitigni. In primavera la campagna intorno si caricava dei colori dei papaveri, delle margherite, dell’erba medica. Sotto c’era la cantina, la lavanderia, il garage. Sopra, su un unico piano rialzato, un appartamento comodo e confortevole: il corridoio, un ampio salotto, due camere, due bagni, uno studio, una cucina. Rina la gestiva con disciplina, tenendola lustra e linda. Tuttavia mancava qualcosa a dare calore e sentimento ai mobili e agli oggetti, agli ornamenti, a quel complesso insieme in cui viveva. Era un ordine formale, freddo rigido meccanico; privo di accoglienza, ospitalità. Dava l’impressione che Rina si occupasse della casa perché non aveva nient’altro di meglio da fare.
Dario
Dario Morganti s’invaghì di Rina quando lei aveva dieci anni. Lui era un dodicenne allampanato, i capelli neri crespi e il ciuffo con lo schiaffo sulla fronte, il naso pronunciato, le braccia sottili, le mani fini, le dita lunghe. Leggeva i fumetti di Capitan Miki, Il Grande Blek, le storie a puntate dell’Intrepido, le dispense illustrate delle avventure di Rocambole di Ponson du Terrail. Assieme a Rina frequentava la scuola elementare approntata in una casa al centro del paese. C’erano la lavagna, i banchi stretti e scomodi con il buco per il calamaio d’inchiostro nero, le cartine geografiche, l’abbecedario con le immagini di frutti e di animali, l’attaccapanni, la stufa di ghisa alimentata a legna per riscaldarsi nelle fredde mattinate invernali.
La bidella, una donna corpulenta, la gestiva con severità e fermezza per tenerla pulita e ordinata. Era una scuola con un’unica maestra e due aule, una per la prima e la seconda classe e l’altra per le classi rimanenti. La maestra arrivava in auto da Foligno e tornava in città dopo cinque ore di storia e geografia, grammatica e dettati, aritmetica. Per almeno due decenni insegnò a leggere e a scrivere, a far di conto, ai bimbi del paese. Poi la scuola chiuse per mancanza del numero legale di scolari. I pochi rimasti furono costretti a scendere a valle a frequentare la scuola elementare.
Dario era in quinta e Rina in terza. Quando la maestra si spostava nell’altra aula, le sedeva accanto e l’aiutava a svolgere le quattro operazioni. Terminata la scuola elementare, lui frequentò l’avviamento e, superati gli esami di ammissione, l’istituto tecnico industriale; lei le scuole medie e poi le magistrali.
Da ragazzi s’incontravano di notte. Dario andava sotto la finestra della camera di Rina. Lanciava sassolini contro il vetro e la chiamava con fischi soffocati e versi strani. Lei usciva di casa con il pigiama indosso. Rimpiattati sotto il ponte, addossati alla porta della sagrestia, al buio al caldo al freddo, si scambiavano baci, carezze, toccamenti; tentativi di un sesso incerto e prematuro, provando le prime ebbrezze dell’amore.
L’ammazzatore di mosche
Il suo nome era Terenzio, ma tutti lo chiamavano lo Sburlato, perché aveva un occhio leggermente strabico. Faceva di mestiere l’arrotino, ma diventò famoso come l’ammazzatore di mosche. Fu lui a inventare la paletta ammazzamosche. In quei tempi, per uccidere le mosche, si usava il ddt (DicloroDifenilTricloroetano) spruzzandolo nell’aria con una pompetta a stantuffo con il manico di legno. Il liquido velenoso era riposto in una boccetta di lamiera stagnata avvitata alla pompa. Gli spruzzi si spargevano nell’aria e le mosche, rintontite, cadevano a terra stecchite. Chi non sopportava la puzza del ddt, usava i tortiglioni gialli inzuppati di colle insetticide. Venivano appesi ai lampadari, agli archi delle porte, ai chiodi ficcati nelle travi dei soffitti. Le mosche, attratte dagli odori, restavano attaccate e morivano friggendo. Quando un tortiglione era zeppo di mosche morte veniva sostituito con uno nuovo. Erano venduti in cilindretti sfilabili con sulla punta un gancetto per appenderli.
Su una Vespa Piaggio 150, Terenzio aveva montato un baldacchino con i pedali per far girare la mola, raffreddata dall’acqua che cadeva a gocce da una bottiglia di plastica inclinata. Si spostava da un paese all’altro. Fissava la Vespa sul cavalletto e gridava a squarciagola che era arrivato l’arrotino ad affilare coltelli, forbici, mannaie; a rendere taglienti falci e roncole, ad aguzzare le punte dei forconi. Su richiesta s’arrangiava a sbrigare piccoli lavori da idraulico e da elettricista. Riparava rubinetti, sturava lavandini, sostituiva pezzi di tubi; inchiodava piattine alle pareti per le prese, installava interruttori a peretta sopra le spalliere dei letti e punti luce. Dentro al capiente bagagliaio della Vespa, oltre agli attrezzi da arrotino, riponeva martelli, chiavi inglesi, cesoie, tenaglie, vari tipi di pinze inclusa quella a cagna, spela fili, nastri isolanti, cacciaviti di ogni sorta e chissà che altro. Mangiava al sacco all’ombra di una pianta oppure sotto un ponte. Rientrava a casa all’imbrunire stordito dalla fatica. Dopo essersi rifocillato con una minestra calda, andava a letto, a riposare le gambe e le braccia indolenzite dal continuo pedalare e pigiare le lame sulla mola.
Terenzio abitava a Santo Stefano, in una casa appartata al limitar del paese, in basso, là dove la strada sterrata s’immette nel sentiero roccioso che conduce alla cava di Fosso Rio. Dario e Rina, quand’erano bambini, ogni giorno, durante le vacanze estive, lo percorrevano per portare il pranzo al padre di lui e al nonno di lei, entrambi operai spaccapietre a Fosso Rio. S’incontravano in piazza, davanti alla fontana. Riempivano le bottiglie d’acqua fresca, e, con la sporta in mano, partivano spediti, festanti, allegri. Saltellavano. Scherzavano. Ridevano. Dario indossava i pantaloni corti e le bretelle, la maglietta, le scarpe da ginnastica. Rina la gonna corta a fiori cucita dalla nonna, la camicetta, le scarpe con i lacci e le suole alte, i calzini a mezzo stinco. Prima del cimitero, imboccavano la mulattiera, oltrepassavano il paese e s’immettevano nel sentiero del Fosso Rio. Così gli capitava di vedere Terenzio seduto sulla panca di fianco alla porta dell’ingresso della sua casa, all’ombra di una vite d’uva fragola, in attesa che la moglie preparasse il pranzo. In estate, specialmente nel mese di agosto, con il caldo afoso, lavorava poco, e passava le giornate al fresco, a fare lavoretti, a curare l’orto e il giardinetto.
Un giorno lo videro con una paletta in mano. Su un rametto di legno elastico di ornello, aveva fissato un pezzo piatto di gomma leggera sforacchiata, di forma quadrata di circa dieci centimetri di lato.
«A cosa serve?» gli domandò Dario.
«Ad ammazzare le mosche» gli rispose.
«Non usi il ddt?»
«Mia moglie non sopporta quegli intrugli chimici, e a me fa schifo vedere le mosche incollate ai tortiglioni. Così ho inventato questo aggeggio.»
«E funziona?» chiese Rina.
«Perfettamente. Basta un colpetto e la mosca cade morta.»
Ciò dicendo, Terenzio schiacciò una mosca che s’era posata su un’asse di sostegno della vite d’uva fragola.
«Però ci vuole mira» disse Dario.
«Sì. È come andare a caccia. Si punta e si schiocca la paletta. Non è difficile. S’impara subito.»
«Mi fai provare?»
Terenzio gli diede la paletta e disse: «Tienila. Te la regalo. Provala a casa tua. Io ne ho altre tre. Prima di pranzo e prima di cena, cinque minuti di caccia e la casa è ripulita dalle mosche».
«Anch’io ne voglio una!» esclamò Rina, alzando stesa una mano in alto.
Terenzio s’alzò dalla sedia ed entrò in casa. Tornò fuori e porse una paletta a Rina.
«Ma tu ce l’hai la mira?» le domandò.
«Domani ti farò sapere com’è andata» lei rispose.
S’allontanarono agitando le palette in aria.
All’indomani lo ritrovarono seduto allo stesso posto con una paletta in mano.
«Funziona. È efficace. È pure divertente» disse Dario, e aggiunse «un colpo secco e zac: la mosca non c’è più.»
«A nonna piace tanto» disse Rina. «Perché non la brevetti? Potresti aver fortuna.»
Terenzio la guardò strabuzzando gli occhi storti. Sbatté la paletta su un ginocchio e disse: «Brava. È una buona idea. Voglio parlarne a qualcuno giù in città».
«Per intanto potresti costruirne tante e venderle quando vai ad arrotar coltelli» disse Dario.
«È un’altra buona idea. Bravo. Voi due state bene insieme. Fate una bella coppia. Chissà che ne sarà di voi da grandi.»
Con il passar dei giorni, Terenzio perfezionò la sua paletta ammazzamosche. Anziché l’asticciola di ornello, usò un tondino ottonato doppio attorcigliato, di circa mezzo metro di lunghezza, che terminava a forma ellissoidale a mo’ di manico per impugnarlo meglio. Sostituì la gomma con quadrati di plastica bianca bucherellata, rinforzati ai bordi con un nastro adesivo anch’esso di colore bianco. Su un lato, al centro, incastrò e incollò un peduncolo di legno incavato da una parte e forato dall’altra. Fissò il manico con un sottile filo di ferro annodato a più giri mediante una tenaglia. Così, assieme agli attrezzi da lavoro, nel bagagliaio della Vespa riponeva le palette ammazzamosche.
Fu un successo.
Ne costruì a decine, a centinaia, vendendole dovunque. Spiegava come usarle e talvolta ne dava dimostrazioni pratiche entrando nelle case ad ammazzar le mosche. Nonostante fosse guercio a ogni colpo ne centrava una. Alle donne anziane e alle vecchiette lente di riflessi, consigliava di spargere granelli di zucchero sulla tavola in cucina, per attirar le mosche e averle in posizione più comoda per colpirle.
Un paio di anni dopo comparvero in commercio palette ammazzamosche prodotte industrialmente simili a quelle di Terenzio. Tutti erano convinti che fosse suo il brevetto. Invece, a quanto pare, l’idea gli fu rubata da un ingegnere di Foligno al quale s’era rivolto per disegnare un progetto accurato. L’ingegnere redasse il progetto e lo vendette a non si sa chi. Quando i paesani gli chiedevano come mai si fosse fatto fregare un’idea così brillante, lui rispondeva sempre con le stesse frasi: «Così va il mondo».
«C’est la vie.»
È morto povero, a più di novant’anni, confortato dall’affetto dei figli, nipoti e pronipoti. Da tanto era in pensione e non andava più in giro con la Vespa a fare l’arrotino, l’idraulico, l’elettricista, a vendere le palette ammazzamosche.