CAPITOLO 1
Ogni fine è un inizio. Si dice così vero? Non so dove l’ho sentito. Forse l’ho letto da qualche parte, su un libro di crescita personale. Oppure l’ho solo sognato. In ogni caso indietro non ci torno. Non per contemplare la fine. La fine della mia carriera universitaria insieme a quel briciolo di dignità che mi è rimasta. La fine della mia vita come avevo immaginato che fosse, o come gli altri se l’erano immaginata al mio posto, perché a quanto pare io sono troppo pigra e sconclusionata anche solo per immaginare.
Una decisione però alla fine l’ho presa. Da sola questa volta. Chi l’avrebbe mai detto? Sono riuscita miracolosamente ad arrivare alla stazione in tempo per prendere al volo l’autobus della Greyhound per New York. Al volo, letteralmente. Forse avrei fatto meglio a prendere l’aereo considerando il viaggio infinito ed estenuante che mi aspetta.
In ogni caso ho corso come una dannata perché l’autista mi vedesse prima di chiudere tutto e partire. Così mentre l’autobus era già in movimento ha riaperto e mi ha urlato: «Sali ragazza!»
Se non mi avesse fatta salire a quest’ora mi starei ancora aggirando per Idaho Falls in preda alla disperazione. Non che qui sia meno disperata, certo. Ma probabilmente al campus sarei stata anche in preda a John Keats, oltre che alla disperazione. Quel bamboccio malefico, arrogante e pieno di sé. Bamboccio malefico perché è pure più giovane di me, di ben sette mesi.
Come diavolo fa ad essere così avanti e in anticipo praticamente in tutti i corsi? Sempre stato così. Non sembra ci sia qualcosa che non sappia fare egregiamente il bamboccio malefico! E questo, se devo essere onesta, mi irrita a morte.
Guardo fuori dal finestrino. La strada che mi scorre davanti agli occhi sembra così uguale a se stessa. Sempre, sempre, sempre. Sono vissuta in Idaho tutti i ventidue anni della mia vita, eppure ancora mi stupisco di questa vastità. Deserto, deserto e ancora deserto. Tanto che a volte mi sembra di perdere l’orientamento. Sì, sono il tipo di ragazza che si perde ovunque, anche nella propria città.
Appoggio la mano al finestrino e sorreggo la testa, come se mi facesse da cuscino. Avrei preferito che la donna seduta al mio fianco non si fosse alzata per farmi passare nel posto vicino al suo, l’unico disponibile accanto a una persona che si spera non mi fissi le tette durante il lungo viaggio che mi aspetta. Avrei preferito restare seduta all’esterno. Per non rendermi conto così inequivocabilmente che me ne sto davvero andando.
Ho fallito ancora una volta. Sono una fallita quindi. E il risultato del mio fallimento è là, nella bacheca del college sotto gli occhi di tutti. Il mio nome, Koraline Appleton, in fondo alla lista accanto a un miserabile numero che dice che io non sono abbastanza. Il nome di John Keats, il bamboccio malefico, invece è il primo di quella schifosa lista. Tanto per cambiare.
Sempre il primo, lui. E mentre ero là ferma, impalata come una statua di marmo, eccolo che arriva. Solleva un sopracciglio e guarda in alto con aria compiaciuta per il suo ennesimo successo. Poi giù, giù, giù… ancora più giù… e là, proprio in fondo che più fondo non si può, ci sono io. L’ho visto con la coda dell’occhio, essendosi messo lui un passo davanti a me. Ha anche aperto la bocca per dire qualcosa, quasi si volesse scusare. Come se ci fosse qualcosa da dire!
Nervosa batto il piede a terra e la donna al mio fianco volta il viso e mi scruta con espressione interrogativa. Sembra la classica madre di famiglia messicana. Me la immagino circondata da bambini dalla pelle color caramello. Il pensiero mi spinge ad accennarle un sorriso. Lei ricambia il sorriso e torna a fissare lo sguardo sulla rivista che tiene tra le mani.
Tutti nella mia famiglia sono medici, da generazioni. Non ricordo nemmeno più a quando risale il legame indissolubile tra la mia famiglia e la medicina. Se fosse possibile anche i due cani di mio padre e il gatto persiano di mia madre sarebbero medici. Stessa cosa nella famiglia del bamboccio malefico, i Keats. Suo padre è il migliore amico del mio, sempre che a quell’età abbiano ancora il concetto di “migliore amico”. Per cui la mia è stata una sorta di condanna perpetua, fin dalla più tenera età. Condannata ai Keats e al loro figliolo prodigio. Non sono la pecora nera di una famiglia, ma di due. E se il continuo confronto con mia sorella e mio fratello potevo tollerarlo, quello con John Keats, più vicino a me per età, proprio no.
A volte quasi mi convinco che sia stata tutta colpa mia. Forse è il karma che mi perseguita. Dev’essere stata la botta in testa che si è preso da bambino quando aveva appena imparato a camminare e io l’ho spinto facendolo inciampare nel nostro trenino elettrico. Sì, proprio così, avevamo un trenino elettrico in comune. La cosa buffa è che pur essendo così piccolo si tratteneva dal piangere anche se aveva le lacrime agli occhi.
I nostri genitori hanno continuato a esaltare per anni l’orgoglio di John fin dalla prima infanzia. Come se io fossi stata una frignona! Insomma, che noia quel bamboccio! Almeno a camminare ho imparato prima di lui, anche se mi si potrebbe contestare il fatto che avendo sette mesi in più è abbastanza normale, nemmeno da quello mi deriva un merito personale. Poi le ho prese quella volta che l’ho fatto cadere intenzionalmente, ma almeno ne è valsa la pena. O forse non proprio, se è stata quella botta a renderlo tanto intelligente.
In ogni caso è bello questo viaggio, entusiasmante. L’uomo dietro di me sta russando come… come non so cosa, non ho idea con che cosa si possa paragonare. Un trombone forse… un trombone con fischio incorporato?
La questione fondamentale è che “bamboccio malefico” lo chiamo solo dentro di me, tra i miei pensieri. Sono troppo una brava ragazza per chiamarlo così pubblicamente. Anche perché almeno un difetto ce l’ha pure lui, non è altissimo. È mediamente alto. Non potrà mai essere un campione di basket. Nemmeno se lo desiderasse con tutta l’anima. No, niente da fare ragazzino!
Però lui, al contrario, Appleline mi chiama sia in privato sia in pubblico. Koraline Appleton. Per lui sono diventata Appleline, come se la mia linea fosse quella di una mela! Una mela di norma è… rotonda. Io un po’ tondetta lo ero alle medie, ma poi mi sono snellita. Altroché se mi sono snellita! Ma quel fetente ha continuato imperterrito a chiamarmi Appleline e si è sempre divertito un mondo.
Io invece non sono mai riuscita a creare nomi ridicoli dal suo nome per prenderlo in giro. In che modo lo storpio un nome come John Keats? Sì, John Keats proprio come il poeta inglese! Insomma, se anche lo avessi fatto, poi sarebbe sembrato che prendessi in giro il poeta. E non vorrei provare sensi di colpa nei confronti della letteratura inglese.
Ho un mal di testa atroce. Questa situazione deve finire, una volta per tutte. Ora me ne andrò a New York da Sharon, la mia migliore amica. Conta come migliore amica, anche se non la vedo da dieci anni? Cioè, non di persona. La sento spesso però, sia al telefono che in chat su f*******:. Sarebbe stato diverso se Sharon fosse rimasta qui. Cioè a Idaho Falls. Non mi sarei sentita così sola, così accerchiata dal nemico. Anche gli sguardi di rimprovero dei miei genitori forse mi sarebbero pesati di meno.
Ho lasciato un messaggio a mia sorella Katherine, che vive a Los Angeles, prima di spegnere il cellulare e nasconderlo sul fondo alla borsa. Ho preferito avvisare lei e non mio fratello Kevin. Certe cose le donne le capiscono prima e meglio. Solo per farle sapere che me ne sono andata di mia spontanea volontà per un po’, ci penserà lei ad avvisare gli altri. I nostri genitori, insomma. Almeno non perderanno tempo credendo che sia stata rapita, massacrata di botte, uccisa e abbandonata in un bosco o in fondo a un burrone. Sapranno che non sono scomparsa nel nulla ma me ne sono andata di mia spontanea volontà per essere lasciata in pace. Sempre che riesca a trovarla, la pace. Sempre che esista da qualche parte.