CAPITOLO 2
È deprimente che io mi senta così. Deprimente e immaturo. Eppure, da qualche parte in fondo all’anima, mi sento ancora una bambina bisognosa di consolazione. Già mi manca mia madre. Il suo modo di essere estremamente severa ma subito dopo estremamente dolce. Nessuno di noi tre figli ha ereditato i suoi splendenti occhi azzurri. Occhi che sanno ridere, dice papà. Non riesce a restare arrabbiata mamma, con quegli occhi che sanno ridere. Kevin ha gli occhi tendenti al blu, ma molto più scuri, nulla a che vedere con gli occhi ridenti della mamma.
Percorro con le unghie la mia borsa di stoffa. Mi sembra di essere un gattino che si fa gli artigli. No, non cercherò il cellulare sul fondo. Non lo accenderò. E non chiamerò. Nemmeno invierò un messaggio. Però intanto mi mordo le labbra forte. Forte finché passa la nostalgia che già sento crescermi nel petto. La mia casa. I miei prati. Gli alberi e il cielo che sembra non finire mai. Il mio nulla, il mio Idaho se ne sta andando ogni istante di più. Ma io non posso e soprattutto non voglio tornare indietro.
Ho come un sobbalzo. Dove siamo? L’abbiamo già oltrepassato il confine? Siamo già in Utah o forse addirittura in Wyoming. Sono completamente andata. Persa. Fuori di testa. Mi è sfuggita la cognizione del tempo. Passo le mani sul viso e le ritrovo umide. Le ripasso nuovamente sotto gli occhi. Non ho mai avuto nostalgia di casa prima di questa volta. E del resto come avrei potuto se non me n’ero mai andata prima d’ora? Non così per lo meno. In vacanza sì, in California e in Nevada soprattutto. Ma non è mai stato un vero andarmene.
Magari avrei potuto prendere l’autobus per Los Angeles, andare a trovare Kitty Kath. Immagino cosa sarebbe successo. Mia sorella Katherine mi avrebbe dato un buffetto sulla guancia, ci saremmo fatte una scorpacciata di tanta roba grassa e dannosa per la salute. Magari questa volta mi avrebbe anche concesso di ubriacarmi un po’. Ma poi, alla fine, mi avrebbe rimandata a casa. O mi ci avrebbe riportata lei stessa, se avessi opposto resistenza.
Kitty è sempre stata il mio idolo, fin da bambina. Ha sette anni più di me ed è splendida. Splendida sempre, non quando capita, con i suoi lunghi capelli castani naturalmente ondulati e gli occhi da cerbiatta. In effetti ci somigliamo, abbiamo caratteristiche fisiche molto simili. Ma lei riesce sempre a essere bellissima, io invece no purtroppo. Anzi, io quasi mai direi. Anche in tenuta sportiva, anche quando andavamo in campeggio in Nevada con i Keats e gli altri amici dei miei, Kitty era splendida.
I ragazzi la guardavano tutti con espressione estasiata. I miei genitori l’hanno avuta quando avevano all’incirca la mia età. Alla sola idea mi vengono i brividi. Eppure, sono riusciti comunque a studiare e ad affermarsi nella loro professione. E quando, dopo Kitty, è arrivato Kevin e poi sono arrivata io, hanno rifilato anche a noi un nome iniziante per K. Come Ketchum, la cittadina dove si sono conosciuti. Mi chiedo come si possa essere così maledettamente romantici! Due brillanti menti scientifiche così romantiche sono qualcosa di inconcepibile dal mio punto di vista.
Io, al contrario di mia sorella, in tenuta da campeggio assumevo sempre più l’aspetto trasandato di una pezzente. Certo, a lei Kevin e il bamboccio malefico non osavano fare scherzi. Se dopo aver fatto la raccolta dei ragni li avessero infilati dietro la sua maglia invece della mia, Kath li avrebbe menati di brutto. Io mi sono limitata a nascondere loro i vestiti mentre facevano il bagno alle cascate. Non capirò mai la mania dei maschi di fare il bagno nudi. Ovviamente le mutande sono volate, come per magia, sulla cima di un albero. Quello è stato il mio grande atto di vendetta. Sono dovuti tornare al campeggio nudi come vermi. Anzi con davanti una foglia non so se di fico, come Adamo, o di altro.
In realtà non sono mai riuscita a ideare un piano veramente perfido. Forse non è nella mia indole. Eppure, non che non se lo meritassero!
Katherine ora si sta affermando come neuropsichiatra. La mia Kitty Kath, sono talmente orgogliosa di lei che non riesco proprio a provare invidia. Vorrei essere simile a lei ma non riesco a invidiarla. Kevin si è da poco laureato ad Harvard, facoltà di medicina ovviamente. Anche lui in anticipo sui tempi, ha solo ventiquattro anni. Ora ha iniziato la specializzazione in chirurgia plastica, come mamma. Mamma è un chirurgo plastico molto particolare in realtà. Credo sia l’unica al mondo che cerchi di convincere le persone ad accettarsi come sono quando si tratta di problemi puramente estetici. È quasi come se lei riuscisse a scorgere la bellezza nei suoi pazienti e li aiutasse a vederla loro stessi, senza tagliuzzarli qua e là. Quando invece il problema è fisico e davvero grave, usa il bisturi come se fosse un prolungamento della sua mano. Io non l’ho mai vista operare, ma è quello che dicono i suoi colleghi.
Io non mi sono nemmeno sognata di fare domanda ad Harvard, Yale o altre università prestigiose. Già tanto che mi abbiano presa all’università di Idaho Falls. Il bamboccio malefico, lui sì che ci sarebbe potuto andare, fin da subito. E mi sono sempre chiesta perché non l’abbia fatto! Perché diavolo ha preferito restare nella mia stessa università a tormentare me? Probabilmente non si voleva perdere il divertimento di umiliarmi a ogni esame.
Ci sono state volte in cui mi sono chiesta se per caso i miei mi avessero adottata o trovata in giro da qualche parte e non abbiano mai avuto il coraggio di raccontarmi la verità. O forse c’è stato uno scambio e si sono ritrovati la figlia di qualcun altro. Perché in alternativa resta il fatto che tutta la loro scorta di neuroni è andata a Kitty e Kev e per me è rimasto ben poco!
Da piccola le maestre dicevano che avevo tanta fantasia. Ma a cosa serve la fantasia? E i parenti vari mi umiliavano ancora di più. Kitty era sempre definita una bellezza. Una bella bambina, poi una bella ragazza. E pure intelligente. In quanto a me ero una bambina simpatica. Che accidenti significa una bambina simpatica? È un modo gentile per dire “niente di eccezionale”? Con Kevin era diverso. Per i maschi non contano queste cose. Lui è sempre stato considerato una sorta di erede al trono.
Che combinerà mai nella vita una bambina simpatica con tanta fantasia? Non il medico, certo. Perché potrei, sempre con tanta fantasia, attaccare alle persone i pezzi sbagliati. Oppure fare delle diagnosi simpaticamente fantasiose. O fantasiosamente simpatiche.
Sbuffo e decido di aprire la borsa per cercare il mio iPod, disperso da qualche parte. Ho bisogno di far passare il tempo, possibilmente smettendo di pensare. Lo trovo e lo accendo, dopo essermi messa gli auricolari. Attaccano le note di Fix you dei Coldplay, quasi a prendersi gioco dei miei pensieri.