Chapter 5

968 Words
CAPITOLO 3 Preferisco tenere gli occhi chiusi in una sorta di dormiveglia. Preferisco non sapere dove siamo arrivati. Vorrei riaprirli e ritrovarmi già a New York, anzi possibilmente già in casa di Sharon. Invece con un contraccolpo sento l’autobus fermarsi. Come riapro gli occhi, vedo tutti gli altri viaggiatori alzarsi e prepararsi per scendere. Guardo fuori dal finestrino, proprio mentre l’autista annuncia che faremo una pausa di venti minuti per fare rifornimento di cibo, sgranchirci le gambe e necessità varie. Non ho voglia di scendere. Non ho proprio voglia di muovermi dal mio posto. La donna seduta al mio fianco si alza e mi guarda con le mani posate sui fianchi, come in attesa di qualcosa. Dallo sguardo leggermente corrucciato credo voglia chiedermi il motivo per cui non ho intenzione di scendere. Non so nemmeno dove siamo arrivati e non ho fretta di scoprirlo. Scuoto la testa facendole segno di no. No, grazie, sto bene dove sto. «Vamos, chica.» Mi è sempre piaciuto sentir parlare in spagnolo. Ha un suono dolce, carezzevole. E la donna ha proprio una bella voce. A volte bastano solo due piccole parole per capirlo. Questa donna, che potrebbe essere mia madre, ha davvero un istinto materno molto sviluppato. «Gracias…» non so come proseguire nella sua lingua, allora parlo lentamente, scandendo le parole. «Sto bene così, davvero.» La donna non si muove dalla sua postazione, inclina solo leggermente il viso e aggrotta la fronte. «Tienes que comer, niña.» A quanto pare non si vuole arrendere. Intuisco il significato delle sue parole ma la guardo un po’ perplessa. Perché questa sconosciuta si preoccupa per me? Lei, credendo che io non abbia capito, imita il gesto di mangiare. «Para ser feliz!» continua imperterrita. Credo voglia dire che mangiare possa servire a farmi sentire più contenta, insomma a migliorare il mio umore. Non ci credo affatto. Però decisamente ho trovato qualcuno più testardo di me. E comunque… davvero ho l’aria così depressa? «Bueno!» replico alzandomi di scatto. «Vamos.» Temo che se non acconsento di mia iniziativa, arriverebbe al punto di caricarmi sulle spalle per farmi scendere. Visualizzo pure la scena, davvero tragicomica. Lei sorride e annuisce, mentre ci avviamo entrambe per scendere dall’autobus. Non so nemmeno dove siamo. Saltando dall’ultimo gradino mi guardo intorno. Scorgo “Denver” sull’insegna dell’autogrill dove ci siamo fermati. Siamo ancora troppo lontani dalla meta. Mi ripeto, nuovamente, che avrei potuto e dovuto prendere l’aereo. Sarebbe stato tutto più rapido e indolore. Raggiungiamo gli altri all’interno del grill. Mi sento inondare di musica country un po’ datata. Davanti al bancone alcuni cowboys, probabilmente un po’ brilli, accennano passi di danza. La canzone successiva la conosco bene, è Olivia Newton-John con If you love me let me know. Anzi, più che bene, visto che appartiene a un cd che mamma metteva sempre quando eravamo piccoli. E noi ballavamo per casa insieme a lei in una sorta di frenetico trenino: io, Kitty, Kev e talvolta c’era anche John insieme a noi. Quando era di quell’umore andava anche a prendere papà e lo trascinava fuori dal suo studio, qualsiasi cosa lui stesse facendo, qualsiasi caso superimportante stesse analizzando. Poi mamma ballava insieme a papà, Kitty con Kev e io con John. Io e John più che ballare saltavamo una sui piedi dell’altro fino a cadere a terra e ridere come dei pazzi. Facevamo la gara. Di solito si fa a chi guardandosi in faccia ride per primo, noi invece come due idioti la facevamo a chi per primo smetteva di ridere. Ridevamo tanto, fino a farci male alle mascelle. E ora non riesco a trattenermi, accidenti! Ho una voglia pazza di ballare. Inizio a muovere un piede a tempo di musica. Anche la testa. Koraline, maledizione, almeno la testa tienila ferma! Troppo tardi! Un vecchio cowboy dall’aria scanzonata mi raggiunge e mi afferra la mano. Sembrava un po’ brillo invece si muove meglio di un ventenne nel farmi girare e rigirare come una trottola. Quest’uomo decisamente ha un futuro come ballerino country. O forse un passato. Rido, rido e mi diverto. Se potessi resterei qui a ballare per ore. Mi ricorda anche i primi balli del liceo. I primi ragazzi che mi hanno guardata con occhi diversi durante i balli in cui Kitty mi aiutava ad abbigliarmi come una ragazza carina. E tentavano anche di avvicinarmi, quei poveretti. Tentavano, sì. Perché da una parte e dall’altra del salone sostavano, a guardia della mia virtù, mio fratello e John Keats. Che poi il senso del dovere di fratello maggiore di Kev lo posso anche capire. Ma il bamboccio malefico che diavolo voleva? Anche quando gli capitava di ballare con qualche ragazza teneva gli occhi fissi su di me, come pronto a intervenire per rovinarmi la festa. Fortunatamente non è mai capitato che ballassimo insieme durante le feste a scuola. Avrei avuto il timore che cominciassimo a ridere senza riuscire a smettere come quando eravamo piccoli. Mi ritrovo in mano un bicchiere di birra e un panino. Il barman mi strizza l’occhio. Che è, un’offerta della casa per lo spettacolo che sto offrendo al locale? Non male, sono piuttosto affamata in effetti. La mia compagna di viaggio, che a quanto pare ha sostituito Kev e John come guardiana della mia virtù, mi picchietta sulla spalla. Ho capito, è ora di ripartire. Sorrido e saluto gli allegri cowboys. Quello che è stato il mio ballerino mi regala il suo cappello. Lo ringrazio con un inchino e un bacio sulla guancia e lui sghignazza guardando i suoi compagni. «Fortunato l’uomo che ti piglierà, dolcezza!» Mi urla dietro ridendo di gusto. «Oh no, non credo proprio!» Mi volto prima di varcare la soglia e rido anch’io. Perché il poveraccio che mi piglierà sicuramente si ritroverà addosso anche i guardiani della mia virtù, ossia mio fratello e il bamboccio malefico.
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