Chapter 6

1251 Words
CAPITOLO 4 Risalita sull’autobus mi inserisco nuovamente al mio posto. La mia compagna di viaggio alla fine aveva proprio ragione. Scendere a mangiare qualcosa mi ha fatto davvero bene. Oltre al ballo naturalmente. Quello mi fa sempre bene. E finalmente mi è chiaro il motivo per cui ho preso l’autobus e non l’aereo. Avevo bisogno di questo viaggio “on the road”. Un bisogno fisico. Per sentire la connessione con la mia terra, le mie radici, sgretolarsi poco a poco. Come una pianta che viene estirpata e ripiantata da un’altra parte, in un altro terreno. Fa male, è doloroso, ma fa parte del processo di crescita. Mi sento molto Jack Kerouac al momento. Andare per il gusto di andare, non importa più nemmeno dove. Andare per sentirsi scivolare la vita e riuscire a darle finalmente un senso. Andare oltre, sempre. Con la differenza che raggiunta la meta io mi fermerò. Con questi pensieri io scivolo sì, ma in un sonno profondo. Quando mi sveglio mi accorgo che la signora al mio fianco ha seguito il mio esempio e si è assopita con la rivista penzolante tra le mani. Guardo fuori dal finestrino e controllo l’orologio. Si sta facendo buio, anche se muovendoci verso est stiamo andando contro al fuso orario. Siamo ancora abbastanza lontani, ma non lontanissimi per lo meno. Decido che forse è l’ora e il caso di riaccendere il telefono. Anche solo per sapere se Sharon mi ha lasciato qualche messaggio. Come d’accordo dovrebbe venire a prendermi alla stazione della Greyhound di New York. Nessun messaggio di Sharon per il momento, ma mi ritrovo mitragliata da una serie di messaggi da parte di Kitty. Sette per l’esattezza. Il primo: “Kokò tesoro, non fare così. Perché non mi raggiungi e ne parliamo con calma?” In mezzo alcuni messaggi di media lunghezza, poi uno centrale che sembra la lettera accorata di una mamma che supplica la figliol prodiga di tornare a casa così che nessuno si faccia del male. E l’ultimo, di circa mezz’ora fa: “Accendi quel fottuto telefono, Koraline! Non farmi incazzare!” Mi devo tappare la bocca per non scoppiare a ridere forte. Molti dei miei compagni di viaggio stanno dormendo. Tipico di Katherine Appleton usare le buone e le cattive maniere. Decido di chiamarla. «Oh, finalmente la fuggitiva si degna di farsi sentire!» La voce di mia sorella è ironica, non incazzata come aveva promesso. Resto in silenzio per qualche istante prima di replicare. «Ciao Kitty Kath.» «Quindi… che intenzioni hai esattamente?» Me la immagino mentre tamburella le dita sulla scrivania. So che Kitty detesta perdere il controllo delle situazioni, anche di quelle che non dipendono direttamente da lei. «Esattamente sto andando a New York, da Sharon. Te la ricordi Sharon, vero?» Faccio una breve pausa ma non le do modo di ribattere. «Ho bisogno di un po’ di tempo per stare tranquilla e pensare a cosa fare della mia vita.» «New York…» Katherine sembra riflettere sulle mie parole. «Perché non ti fermi da Kevin prima di arrivare? Si trova a Pittsburgh, sei di strada. Mi sembra un’ottima idea!» «Non è che per caso, dico per caso eh… lo hai già chiamato e messo in allerta sul mio tentativo di fuga?» La conosco troppo bene. Chiamare Kevin sarà stata la prima cosa che ha fatto. Chiamarlo e pianificare tutto. Ancora prima di avvisare i nostri genitori. Ovviamente, perché così sono circondata da entrambe le parti. Lei sulla costa occidentale, Kevin in direzione di quella orientale. «Mmh… sì, gli ho accennato qualcosina» ammette restia. Fare la spia ora si chiama accennare qualcosina? E poi io le avevo chiesto il favore di avvisare mamma e papà, non Kevin. Come se non sapessi com’è Kevin! Com’è in ogni senso. Ecco, bella faccenda davvero. Scappo dai successi del bamboccio per andare a scontrarmi con quelli di Kev. Sempre che Kevin non abbia già allertato il suo compare guardiano, il bamboccio malefico in persona! «Uffa, Katherine…» mi sento sempre più una bambina lamentosa. Un’adolescente scappata di casa che va ricondotta alla ragione e convinta a rientrare. «E ho parlato io con mamma e papà!» continua Kitty con tono rassicurante. «Li ho tranquillizzati. Anche io del resto da piccola ero scappata a casa di una mia amica e…» «Katherine!» ringhio un po’ tra i denti, cercando di non alzare troppo la voce. «Tu avevi tredici anni e la tua amica viveva a due isolati di distanza!» La sento ridacchiare divertita. Proprio mentre ride e mentre io la strozzerei a distanza, sento la vibrazione di un altro messaggio. È di Kevin. In effetti ripensandoci potrei davvero fermarmi da lui a Pittsburgh. Non è così cattiva come idea. Non dovrebbe mancare molto. «Kath… ho deciso che alla fine mi fermerò a salutare Kevin. Riaggancio e lo chiamo, così può venire a prendermi…» «Perfetto, Kokò. Ottima idea!» ridacchia e la sento mandarmi bacini. «A dopo, bacio bacio!» Lasciata Katherine compongo il numero di Kevin. Che è, come tutti gli uomini, più sintetico e meno smielato. Sembra solo leggermente addormentato in questa occasione. I turni in ospedale devono essere piuttosto massacranti. «Ohi…» «Kev, sarò a Pittsburgh tra circa mezz’ora credo. Fermata Greyhound. Ce la fai a essere lì?» «Ok, Kò.» «Bene. Ciao.» Sospiro e riaggancio. Altra chiamata a Sharon per avvisarla che non sarò lì all’ora che le avevo preannunciato, ma più tardi in mattinata. Non mi risponde, allora le lascio un messaggio. Mi richiama circa dieci minuti dopo. «Kora, sarò al lavoro per quell’ora accidenti!» Il suo tono è tra il preoccupato e il dispiaciuto. «Ci tenevo così tanto a venirti a prendere…» «Tranquilla, prenderò un taxi.» Sorrido, dopo un respiro profondo. «Del resto non ci vediamo da dieci anni, che sarà mai qualche ora in più?» «Ok, ascoltami bene allora… Ti mando un messaggio con il mio indirizzo. E ti lascio il duplicato delle mie chiavi in una specie di cassettino rettangolare sotto la cassetta della posta. Il mio appartamento è al quarto piano. La prima porta sulla sinistra.» «Perfetto, me la caverò!» annuisco anche se lei non mi può vedere. «A presto, Sharon. E grazie ancora…» Sto incasinando la vita a molte persone, me ne rendo conto. E per fortuna volevo andarmene per starmene un po’ tranquilla! L’autista decide improvvisamente di mettere un po’ di musica. Forse per evitare di seguire l’esempio della maggior parte dei suoi passeggeri, addormentandosi alla guida. Mi arrivano le note di Let her go di Passenger. Zach. Questa canzone mi riporta a Zach. Il mio primo e finora unico ragazzo, ex ragazzo anzi, con cui sono rimasta in buoni rapporti. Ci parliamo ancora insomma. Non ci detestiamo. Non so nemmeno io perché sia finita tra me e lui. Forse esattamente per lo stesso motivo per cui è iniziata. Così, per caso. Un po’ anche per noia, tanto per dire di stare con qualcuno. Chissà se è possibile restare amici con un ex… Forse sì, se non è mai stato vero amore. Ma alla fine cos’è l’amore? Un pensiero fisso che ti tormenta e in un modo o nell’altro ti riporta a pensare sempre a quella persona. Come una malattia. Il non saper stare senza la persona amata e richiamarla a sé, costantemente. Così dicono. Sento l’autobus cambiare strada. Eccoci arrivati, si sta avvicinando alla stazione di Pittsburgh. È giunto il momento di prendere le mie cose e prepararmi a scendere. Lancio un’occhiata alla signora messicana al mio fianco, che invece proseguirà il viaggio. Credo proprio che mi mancherà la sua presenza silenziosa ma imponente, protettiva.
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