CAPITOLO 5
Guardo fuori dal finestrino prima che l’autobus si fermi del tutto. Scorgo già Kevin sulla piattaforma di sosta e mi sbraccio per fare in modo che mi veda.
«Su novio?» mi chiede la signora messicana.
Scuoto la testa. Ci penso un po’ ma niente da fare, non mi viene proprio in mente come si dice fratello in spagnolo. Mi arrendo.
«Mio… mio fratello.»
«Hermano» mi suggerisce lei, annuisce e sorride.
Ricambio il sorriso e mi lancio in un tentativo di conversazione.
«Gracias de todo señora.» Spero di non aver commesso troppi errori con il mio spagnolo stentato.
«Adiòs, niña» annuisce lei mentre io mi allontano per scendere dall’autobus.
Salto al collo di Kevin appena me lo trovo di fronte. Lui mi abbassa sulla fronte il cappello da cowboy che avevo completamente scordato di avere in testa. Sembra molto stanco, ma ha sempre la solita aria scherzosa e divertita. Noto che si è lasciato crescere i capelli che porta tutti all’indietro, anche se non riesce a dominarli del tutto.
«E così ne hai combinata un’altra delle tue, piccola peste!» Lancia un’occhiata verso la sua auto e la apre con il telecomando. «Dai, andiamo che ti porto a casa.»
«Casa…?» sgrano gli occhi e faccio una smorfia.
«Casa mia!»
«No, Kev. Io devo ripartire al più presto per New York. Ho già scombinato troppo i piani di Sharon e…» sospiro.
Temo, in un certo senso, che se trascorressi troppo tempo con lui, riuscirebbe nel tentativo di rimandarmi a casa dai nostri genitori convincendomi a riprendere la solita vita. E non voglio.
«Ti vuoi almeno fermare a mangiare qualcosa da qualche parte?» Alza gli occhi al cielo e sospira. «Avrai fame! È un viaggio lungo da fare con la Greyhound. Avresti almeno potuto prendere l’areo…»
«Avevo bisogno di tempo per pensare.» Mi stringo nelle spalle. «E volevo viaggiare in compagnia…»
Mi sento quasi a disagio, non so che scusa inventare mentre camminiamo verso la sua auto.
Percorriamo un tratto di strada in silenzio. Io appoggio la testa al finestrino, rilassata dalla sua guida familiare e sicura. Kevin mi indica un fast food e io annuisco senza troppo entusiasmo. Ho solo bisogno di mangiare qualcosa.
Avrei bisogno anche di un buon sonno in realtà, stesa in un letto comodo. Ma questo comporterebbe andare a casa di mio fratello e rischiare che mi faccia cambiare idea. Questo non deve succedere!
Scendiamo, entriamo nel locale e ordiniamo una bibita e un panino a testa. Kevin si siede di fronte a me e appoggia le braccia sul tavolo prendendosi il viso tra le mani.
«Allora? Esattamente cosa è successo che ti ha fatta scattare?»
«Ultima del mio corso, ancora una volta!» Gli rispondo con la bocca piena, continuando poi a masticare. «Non sono più sicura di voler fare il medico, Kev. Tanto non mi accetteranno mai in nessuna scuola di medicina. In realtà non ne sono mai stata sicura. Io non sono come voi. Io sono…» sospiro per cercare la parola adatta. Adatta e dolorosa. «Io sono mediocre.»
«A te manca solo un po’ di fiducia in te stessa, Kò! Io ho fiducia in te, so che è solo un momento così, di passaggio… l’ho avuto anche io. Tutti lo abbiamo avuto… ma ti assicuro che passa!»
«Il mio non è un momento così. È una vita!» Scuoto la testa e afferro la mia bibita. Prima di bere lo scruto con aria di sfida. «Tutti lo abbiamo avuto… dimmi allora, Kitty, tu e… e John esattamente quando lo avete avuto? Ho un vuoto di memoria.»
«Il tuo problema è ancora John, vero?» Mi butta lì Kevin, prima di addentare quasi un quarto del suo panino.
Ancora John. Come se fosse sempre stato sotto gli occhi di tutti che il mio problema è sempre stato lui. Sento la rabbia salirmi fino alla bocca dello stomaco e appoggio quel che resta del mio panino sul tavolo.
Stavo meglio in viaggio tra estranei, ecco. Stavo meglio a Denver, mentre ballavo tra i cowboys e a nessuno importava quanto fossi intelligente o stupida. La verità è che non vorrei, non vorrei assolutamente che il mio problema fosse John. Ma lo è diventato, indipendentemente dalla mia volontà.
«È più lui parte della nostra famiglia di me. Lo è sempre stato, da quando eravamo piccoli. I nostri genitori lo adoravano» dico seccata, senza ironia. «Dovreste richiedere uno scambio. È meglio che io…» inizio a battere il piede nervosamente, contro la gamba del tavolo «che io vada da Sharon…»
«Medicina o non medicina, io non ti cambierei con nessuno al mondo.» Kevin inghiotte l’ultimo boccone e scuote la testa. «Nemmeno con John Keats.»
Mi rivolge l’espressione da cucciolo indifeso e tenero che mi rende praticamente impossibile l’impresa di avercela con lui.
«Portami alla stazione, Kev. Ho davvero bisogno di stare un po’ per conto mio. Poi magari tornerà tutto a posto…» Non ci credo davvero, lo dico solo per sdrammatizzare e soprattutto per tranquillizzare lui. «Prometto che starò attenta e farò la brava. La bravissima!» Lo precedo, sapendo esattamente dove sarebbe andato a parare.
«Ma io mi fido di te, Kò!» ride, si alza e si appoggia al tavolo con le mani. Mi guarda con l’aria da supereroe che ha imparato a fare durante gli anni del liceo. «È il mondo che è brutto e cattivo. E io sono ancora il tuo fratello maggiore!»