CAPITOLO 6
Raggiunta la mia destinazione. Finalmente. Mi ero quasi convinta di non arrivare mai. Credo che sia stato il viaggio più lungo della mia vita. Probabilmente quando tornerò a casa, in un lontano futuro, prenderò l’aereo.
Scendo dall’autobus e mi guardo intorno. Mi sento talmente persa da rimpiangere amaramente di aver rimandato l’appuntamento con Sharon in modo tale che le fosse impossibile venirmi a prendere.
Cerco di farmi coraggio. Questo posto è un casino assoluto! Un bel respiro profondo e tutto andrà bene. Non arrivo nemmeno alla fine del bel respiro profondo. Inizia a piovere. Ma non a piovere normalmente. Questa non è pioggia, queste sono secchiate d’acqua che arrivano direttamente dal cielo addosso a me! Cerco di ripararmi sotto al tettuccio della stazione con altri sventurati.
Un taxi. Io ho bisogno di un taxi. Qui. Ora. Subito. Un taxi o giuro che mi metto a piangere, a strillare e a pestare i piedi! E non me ne frega di passare da ragazzina viziata. Sono di fatto una ragazzina viziata. Allora? Allungo la mano per richiamare l’attenzione di qualche tassista ma evidentemente i miei gesti non sono abbastanza convincenti. Che ne so io! In Idaho mai usato un taxi!
Finalmente uno, mosso da pietà, si ferma davanti a me.
«Signorina, che fa mai? Cerca di acchiappare farfalle?»
L’uomo ha un accento che non riesco a identificare. Porta dei baffoni neri allungati. Il sorriso però è aperto e sincero. Sarà greco forse. Scruta intorno ai miei piedi. Capisco che cerca i miei bagagli mentre si appresta a scendere.
«Ho solo questi…» sollevo la mia borsa e la sacca. Un po’ ingombrante ma evidentemente lui è abituato a molto peggio con i suoi passeggeri abituali. «Non stia a scendere che si bagna, faccio da sola.» Salgo con un salto e in un attimo sono a bordo. «Ecco, devo andare qui.» Gli mostro l’indirizzo sul telefonino.
Lui annuisce e inizia a guidare. Continua a piovere. Potremmo anche essere a Venezia, in Italia. E questa potrebbe essere una gondola, non un taxi giallo di New York.
Guardo fuori impressionata dall’ampiezza della strada che stiamo percorrendo. E poi in alto, per quello che posso vedere dal finestrino. Grattaceli di cui non riesco a scorgere la fine.
Cemento, cemento e ancora cemento. Cemento momentaneamente invaso dall’acqua. Una parte di me si chiede come farò a sopravvivere qui, senza terra vera da calpestare, senza cielo. L’altra parte la rifiuta e la rinchiude nel suo angolino. Zitta, nostalgia di casa. Stattene buona e zitta!
«Arrivati, signorina.» Il tassista si volta verso di me con un sorriso amichevole. «Il numero 78C è quello.»
Mi indica un edificio alto, stretto e decisamente grigio. C’è qualcosa di non grigio qui? Strade, edifici, cielo. Probabilmente sono già grigia anch’io o lo diventerò presto. Cerco il mio portafogli e lo guardo in attesa che mi dica quanto devo pagare.
«Dieci dollari, mi è simpatica!»
Cerca di strizzarmi l’occhio ma non riesce. Li strizza tutti e due. So che dovrei dargli la mancia. Qualcuno mi aveva spiegato una volta come funzionava questa cosa della mancia ai tassisti, ma ovviamente non me la ricordo. John me l’aveva spiegata! Cosa non sa quello lì!
«Grazie davvero… arrivederci!»
Gli infilo in mano quindici dollari e mi catapulto fuori dal taxi per correre verso il palazzo dove abita Sharon.
Portoncino d’ingresso? Oddio, non mi ha parlato di un portoncino d’ingresso. Sarà aperto? Perché la cassetta della posta si suppone sia all’interno, qui all’esterno non la vedo proprio.
Mentre sono assorta nelle mie riflessioni, come se non mi fossero bastate le secchiate d’acqua provenienti dal cielo, ne ricevo anche lateralmente. Una direttamente in faccia, da una macchina di passaggio. Bello lavarsi la faccia con una pozzanghera. Acqua e fanghiglia sono tutta salute!
Alzo lo sguardo verso il cielo e mi accorgo che sta uscendo il sole. Ma guarda un po’ questo stronzo che fa capolino mentre ancora diluvia. Come uno che te ne combina di tutti i colori e poi, quando sei al limite, cerca di rimediare con un sorrisetto. Che rabbia mi fa. Rabbia quasi come… oh no, che pesantezza sto diventando!
Mi sono allontanata per non pensare, per non arrabbiarmi. La devo smettere. Rido. Ecco rido. Rido per non piangere. E mentre rido per non piangere riesco anche ad aprire il portoncino per cui fortunatamente non è necessaria una chiave.
Bene, ora la prossima tappa è cercare la copia delle chiavi di Sharon. Dov’è che ha detto? Nel rettangolo della cassetta… Sopra la cassetta, sotto la cassetta, di fianco…
C’entrava la cassetta. Cerco quella con il suo nome e la tasto da tutti i lati. Chiavi per favore. Abbiate pietà almeno voi, chiavi… Magari qualcuno le ha prese, le ha rubate, le ha trafugate. E invece no! Eccole, ci sono! Le guardo come se fossero l’anello del potere nel Signore degli anelli. Il mio tesssoro!
Ora devo solo salire le scale, fino al quarto piano. Ovviamente l’ascensore qui non c’è, non esiste, non l’hanno inventato. E va bene, un po’ di ginnastica non fa male a nessuno e snellisce le cosce.
Arrivata al secondo già ho il fiatone e mi aggrappo alla ringhiera. La mia borsa e la sacca sono più pesanti di quanto ricordassi. Ce la posso fare. Sì, ci sono quasi. Coraggio Koraline, hai ventidue anni, non centodue.
Prima porta sulla sinistra, aveva detto. Eccola davanti a me. Bella, la più bella porta della mia vita. Chiavi. Porta. Aprire. Entrare. Doccia. Letto. Dormire. Ormai non riesco nemmeno più a fare ragionamenti di senso compiuto.
Infilo la chiave nella porta. Ecco. Lì tutti i miei sogni crollano. Infilo la chiave nella porta e nonostante tenti di girarla a destra e a sinistra non succede nulla. È come bloccata. Sospiro. Un sospiro disperato. Mi trema anche il labbro inferiore, sto per mettermi a piangere.
Calma. Calma e sangue freddo. Mi abbasso portando la faccia proprio davanti alla serratura.
«Da brava, porta. Io so che non ce l’hai con me. Io so che ci deve essere un trucchetto per aprirti.»
La spingo, la tiro, alzo e abbasso la maniglia, tolgo la chiave e la inserisco in tutti in modi in cui una chiave si può inserire in una serratura. Scopro che c’è una specie di intaglio, di solco. È a quel punto che la porta, benedetta e santa, si apre!
Entro e mi volto a guardarla, se potessi l’abbraccerei. Invece mi limito a richiuderla. Lascio cadere tutto quello che ho in mano e sulle spalle. Borsa, sacca, giacca. Il bagno. Da qualche parte deve pur esserci un bagno.
Non presto particolare attenzione al resto dell’appartamento. Mi imbatto nella cucina, nella stanza di Sharon, in un’altra stanza più piccola e quasi vuota. Poi vedo una porta chiusa. Mi sfilo le scarpe, la maglia, slaccio i pantaloni e li lascio scivolare a terra. Mi appoggio al muro per reggermi in piedi mentre li tolgo del tutto con un calcio. Rimango solo con la maglietta e la biancheria intima. Lo stereo è lì vicino e lo accendo. Parte un cd. Adele, Set fire to the rain. Sharon non solo mi legge nel pensiero, ma mi legge nel pensiero in anticipo. È sicuramente la mia migliore amica.
Sorrido tra me aprendo la porta del bagno. Il sorriso da ebete mi rimane impresso sulle labbra, almeno credo. Sembro una partecipante al gioco dei mimi. Nel momento in cui ti beccano e devi rimanere ferma in una posa strana con l’espressione da cretina. E a me l’espressione da cretina viene abbastanza naturale, devo dire. Torno a pensare per concetti, riperdo la capacità di pensare frasi di senso computo.
Uomo. Nudo. Bagnato. Alto. E nudo. Ho già pensato nudo? Ecco, ribadisco. Decisamente molto nudo.