Capitolo 1: La preda
Victoria
L'odore mi colpisce prima ancora che apra gli occhi. Quell'odore, lo riconoscerei tra mille. Disinfettante, sudore, ferro arrugginito. La morte, in sostanza.
Sono infermiera. Dovrei esserci abituata.
Apro gli occhi sul soffitto screpolato dell'ospedale Saint-Bartholomew. È sempre la stessa cosa. Alzarsi prima dell'alba, indossare quella divisa troppo inamidata che gratta il collo, ingoiare un tè già freddo nella sala di riposo. La routine. La mia vita, da tre anni.
· Victoria, hai visto che ore sono?
È Martha, la caposala, che sporge la testa dallo spiraglio della porta. Il suo sguardo è stanco, i capelli grigi sfuggono già dal suo chignon.
· Arrivo.
La mia voce è calma. Composta. È quello che si impara, qui. Non mostrare mai che si ha fretta, che si ha paura, che si è tristi. I pazienti hanno bisogno di calma. Hanno bisogno di credere che controlliamo qualcosa, anche se è falso.
La giornata scorre come un brutto sogno a occhi aperti. Il vecchio signore del box 4 che chiama sua moglie morta da dieci anni. Gli tengo la mano. È tutto quello che posso fare. Il ragazzo con la gamba rotta che piange in silenzio per non disturbare sua madre. Gli racconto una storia stupida, un gatto che salva Londra. Sorride. Per cinque minuti, ho l'impressione di essere utile.
Poi c'è lei. La donna del box 7. Giovane, troppo giovane. La febbre puerperale, una brutta cosa presa partorendo. Il suo bambino è vivo, lui. Lei, non ne sono sicura. Cambio le sue lenzuola, umetto la sua fronte. Mi guarda con occhi immensi, azzurri come un mare che non ho mai visto.
· Morirò? sussurra.
Mento.
· No. Riposi.
Chiude gli occhi. Esco. Nel corridoio, mi appoggio al muro un secondo. Uno solo. Poi continuo.
La notte cade. Il mio turno finisce a mezzanotte. Riprendo il mio cappotto, un vecchio cashmere consumato ai gomiti che è appartenuto a mia madre, ed esco. L'aria di Londra mi schiaffeggia. Fredda, umida, carica di nebbia e fumo di carbone. Novembre è spietato quest'anno.
Cammino. È l'unico momento della giornata in cui non ho nulla da fare, nessuno da salvare, nessuno da rassicurare. Solo i miei passi sul selciato unto. La nebbia inghiotte i lampioni uno a uno. La città diventa fantasma.
È tardi. Le strade si svuotano. Affretto il passo attraversando Spitalfields. Non è il quartiere migliore, ma è il più corto. Le ombre danzano tra gli edifici. Stringo la borsa contro di me.
Un rumore. Dietro.
Mi giro. Niente. Solo la nebbia che turbina.
· Idiota, mormoro tra me e me.
Continuo. Ma il presentimento resta, piantato tra le mie scapole come una lama fredda. Qualcuno mi osserva. Ne sono sicura, ora.
Cammino più veloce. I miei tacchi risuonano sulle pietre, un rumore troppo sonoro nel silenzio ovattato. Giro in una strada più stretta. È un errore, lo so nel momento in cui lo faccio. I muri si stringono. I lampioni distanziano la loro luce giallastra.
E all'improvviso, è lì.
Non l'ho sentito arrivare. È semplicemente lì, immobile in mezzo al vicolo, a pochi metri davanti a me. Un uomo. Alto. Vestito di nero dalla testa ai piedi, un lungo mantello che sembra bere la luce. Non vedo il suo viso, solo una sagoma ritagliata nella nebbia.
Il mio cuore si ferma. Un secondo, due. Poi riparte, troppo veloce, troppo forte.
· Buonasera.
La sua voce. Non dimenticherò mai quella voce. Profonda, grave, con qualcosa sotto. Un rombo lontano, come un temporale che si avvicina. Eppure, è dolce. Educata. È questo che terrorizza di più.
Non rispondo. Indietreggio di un passo. La mia schiena urta qualcosa di solido. Un muro. Sono in un vicolo cieco.
Avanza. Non sembra camminare, piuttosto scivolare sul suolo. La nebbia si scosta davanti a lui come se avesse paura. Quando entra nel cerchio di luce del lampione, vedo il suo viso.
Dovrei urlare. Dovrei correre, dibattermi, chiamare aiuto. Ma resto immobile, perché questo viso è la cosa più perfettamente terrificante che abbia mai visto. Tratti scolpiti nel marmo, una mascella dura, labbra sottili. E i suoi occhi. I suoi occhi sono rossi. Non iniettati di sangue, no. Rossi, profondamente, come braci che non hanno mai smesso di ardere.
· Victoria.
Pronuncia il mio nome. Lo sa. Certo che lo sa.
· Non aver paura.
Sorride. I suoi canini sono lunghi, troppo lunghi.
· Non ti farò del male. Non subito.
È a un metro da me ora. Sento uno strano odore. Non il chiuso dei vicoli, non lo sporco di Londra. Qualcosa di antico. Terra umida, legno pregiato, e sotto, una nota metallica. Ferro. Sangue.
· Cosa volete? sussurro.
La mia voce tiene. È già qualcosa.
Inclina la testa, come un uccello curioso. Come un predatore che scopre una preda che non fugge.
· Non lo so ancora, dice lentamente. È precisamente questo che mi intriga.
La sua mano si solleva. Vedo le sue dita, lunghe, pallide, con unghie perfettamente curate. Si avvicinano al mio viso. Voglio muovermi. Voglio urlare. Il mio corpo non mi obbedisce. È come se l'aria intorno a me si fosse trasformata in pietra.
Le sue dita sfiorano la mia guancia. Sono ghiacciate. Ghiacciate come la morte.
· Interessante, mormora.
I suoi occhi rossi affondano nei miei. E sento qualcosa. Una pressione, nella mia testa. Come se qualcuno frugasse, aprisse cassetti, leggesse lettere che non sono per lui.
· Sola, stanca, coraggiosa... stupida, sì, abbastanza stupida da credere di poter salvare tutti.
Ritira la mano. Posso respirare di nuovo.
· Salvati, Victoria.
Indietreggia di un passo.
· Corri.
Non me lo faccio ripetere due volte. Corro. Corro senza guardare indietro, le gambe in fiamme, i polmoni in fiamme, finché non vedo la porta del mio palazzo. Salgo le scale quattro alla volta, apro la porta, la sbatto, spingo il catenaccio, la catena, mi appoggio al legno e scivolo fino a terra.
Il mio cuore sta per esplodere. Le mie mani tremano così tanto che non riesco ad accendere una lampada.
E nel buio, un solo pensiero. Una certezza.
Mi ha lasciata andare.
Perché?
Passo il resto della notte rannicchiata contro la mia porta, ad ascoltare ogni rumore, a trasalire al minimo scricchiolio. L'alba si leva finalmente, grigia e miserabile attraverso la mia finestra sporca.
Dovrei alzarmi. Prepararmi. Tornare in ospedale.
Non ci riesco.
Per la prima volta da anni, non riesco ad alzarmi. Perché so, nel profondo di me, che quella notte è stato solo l'inizio. Perché quando ha toccato la mia guancia, quando i suoi occhi hanno affondato nei miei, qualcosa è successo. Qualcosa che mi rifiuto di nominare.
E nel momento in cui penso finalmente di poter respirare, un rumore.
Un fruscio di carta.
Alzo la testa. Una busta bianca è scivolata sotto la mia porta. Non c'era un secondo fa.
Striscio fino ad essa. Le mie dita tremano mentre la apro. Una sola parola, scritta a inchiostro nero, con una scrittura antica, troppo perfetta.
Stasera.