COSIMO
Se noi desideravamo prima di udirvi ragionare di queste cose, veramente quello che infino ad ora ne avete detto, ne ha raddoppiato il disiderio; pertanto noi vi ringraziamo di quel che noi avemo avuto, e il restante vi domandiamo.
FABRIZIO
Poiché così vi è in piacere, io voglio cominciare a trattare questa materia da principio, acciò meglio s’intenda, potendosi per quel modo più largamente dimostrare. Il fine di chi vuole fare guerra è potere combattere con ogni nimico alla campagna e potere vincere una giornata. A volere far questo, conviene ordinare uno esercito. A ordinare lo esercito, bisogna trovare gli uomini, armargli, ordinargli, e ne’ piccoli e ne’ grossi ordini esercitargli, alloggiargli, e al nimico di poi, o stando o camminando, rappresentargli. In queste cose consiste tutta la industria della guerra campale, che è la più necessaria e la più onorata. E chi sa bene presentare al nimico una giornata, gli altri errori che facesse ne’ maneggi della guerra sarebbono sopportabili; ma chi manca di questa disciplina, ancora che negli altri particolari valesse assai, non condurrà mai una guerra a onore; perché una giornata che tu vinca, cancella ogni altra tua mala azione; così medesimamente, perdendola, restono vane tutte le cose bene da te avanti operate. Sendo pertanto necessario prima trovare gli uomini, conviene venire al deletto di essi, ché così lo chiamavano gli antichi; il che noi diremmo scelta, ma, per chiamarlo per nome più onorato, io voglio gli serviamo il nome del deletto. Vogliono coloro che alla guerra hanno dato regole, che si eleggano gli uomini de’ paesi temperati, acciò ch’egli abbino animo e prudenza; perché il paese caldo gli genera prudenti e non animosi, il freddo animosi e non prudenti. Questa regola è bene data a uno che sia principe di tutto il mondo e, per questo, gli sia lecito trarre gli uomini di quegli luoghi che a lui verrà bene; ma volendo darne una regola che ciascun possa usarla, conviene dire che ogni republica e ogni regno debbe scerre i soldati de’ paesi suoi, o caldi o freddi o temperati che si sieno. Per che si vede, per gli antichi esempli, come in ogni paese con lo esercizio si fa buoni soldati; perché, dove manca la natura, sopperisce la ’ndustria, la quale in questo caso vale più che la natura. Ed eleggendogli in altri luoghi, non si può chiamare deletto, perché deletto vuol dire tòrre i migliori d’una provincia e avere potestà di eleggere quegli che non vogliono, come quegli che vogliono, militare. Non si può pertanto fare questo deletto se non ne’ luoghi a te sottoposti, perché tu non puoi tòrre chi tu vuoi ne’ paesi che non sono tuoi, ma ti bisogna prendere quelli che vogliono.
COSIMO
E’ si può pure di quelli che voglion venire, torne e lasciarne; e per questo si può chiamare deletto.
FABRIZIO
Voi dite il vero in uno certo modo; ma considerate i difetti che ha tale deletto in sé, perché ancora molte volte occorre che non è deletto. La prima cosa: quegli che non sono tuoi sudditi e che voluntarii militano, non sono de’ migliori, anzi sono de’ più cattivi d’una provincia; perché se alcuni vi sono scandolosi, oziosi, sanza freno, sanza religione, fuggitisi dallo imperio del padre, bestemmiatori, giucatori, in ogni parte male nutriti, sono quegli che vogliono militare; i quali costumi non possono essere più contrarii a una vera e buona milizia. Quando di tali uomini ti se ne offerisce tanti che te ne avanzi al numero che tu hai disegnato, tu puoi eleggergli; ma, sendo la materia cattiva, non è possibile che il deletto sia buono. Ma molte volte interviene che non sono tanti ch’egli adempino il numero di che tu hai bisogno; tal che, sendo forzato prendergli tutti, ne nasce che non si può chiamare più fare deletto ma soldare fanti. Con questo disordine si fanno oggi gli eserciti in Italia e altrove eccetto che nella Magna, perché non si solda alcuno per comandamento del principe, ma secondo la volontà di chi vuole militare. Pensate adunque ora voi che modi di quegli antichi eserciti si possano introdurre in uno esercito di uomini messi insieme per simile via.
COSIMO
Quale via si arebbe a tenere adunque?
FABRIZIO
Quella che io dissi: scergli di suoi suggetti e con l’autorità del principe.
COSIMO
Negli scelti così introdurrebbesi alcuna antica forma?
FABRIZIO
Ben sapete che sì, quando chi li comandasse fusse loro principe o signore ordinario, quando fusse principato; o come cittadino e, per quel tempo, capitano, sendo una republica; altrimenti è difficile fare cosa di buono.
COSIMO
Perché?
FABRIZIO
Io vel dirò al tempo; per ora voglio vi basti questo: che non si può operare bene per altra via.
COSIMO
Avendosi adunque a far questo deletto ne’ suoi paesi, donde giudicate voi sia meglio trarli, o della città o del contado?
FABRIZIO
Questi che ne hanno scritto, tutti s’accordano che sia meglio eleggergli del contado, sendo uomini avvezzi a’ disagi, nutriti nelle fatiche, consueti stare al sole, fuggire l’ombra, sapere adoperare il ferro, cavare una fossa, portare un peso, ed essere sanza astuzia e sanza malizia. Ma in questa parte l’opinione mia sarebbe che, sendo di due ragioni soldati, a piè e a cavallo, che si eleggessero quegli a piè del contado e gli a cavallo delle cittadi.
COSIMO
Di quale età gli torresti voi?
FABRIZIO
Torre’gli, quando io avessi a fare nuova milizia, da’ diciassette a’ quaranta anni; quando la fusse fatta e io l’avessi a instaurare, di diciassette, sempre.
COSIMO
Io non intendo bene questa distinzione.
FABRIZIO
Dirovvi. Quando io avessi a ordinare una milizia dov’ella non fusse, sarebbe necessario eleggere tutti quegli uomini che fussero più atti, pure che fussero di età militare, per potergli instruire, come per me si dirà; ma quando io avessi a fare il deletto ne’ luoghi dove fusse ordinata questa milizia, per supplimento di essa gli torrei di diciassette anni, perché gli altri di più tempo sarebbono scelti e descritti.
COSIMO
Dunque vorresti voi fare una ordinanza simile a quella che è ne’ paesi nostri.
FABRIZIO
Voi dite bene. Vero è che io gli armerei, capitanerei, eserciterei e ordinerei in un modo, che io non so se voi gli avete ordinati così.
COSIMO
Dunque lodate voi l’ordinanza?
FABRIZIO
Perché, volete voi che io la danni?
COSIMO
Perché molti savi uomini l’hanno sempre biasimata.
FABRIZIO
Voi dite una cosa contraria a dire che un savio biasimi l’ordinanza, ei può bene essere tenuto savio ed essergli fatto torto.
COSIMO
La cattiva pruova ch’ella ha fatto sempre, farà avere per noi tale opinione.
FABRIZIO
Guardate che non sia il difetto vostro, non il suo, il che voi conoscerete prima che si fornisca questo ragionamento.
COSIMO
Voi ne farete cosa gratissima; pure io vi voglio dire in quello che costoro l’accusano, acciò voi possiate meglio giustificarne. Dicono costoro così: o ella fia inutile e fidandoci noi di quella ci farà perdere lo stato; o ella fia virtuosa, e, mediante quella, chi la governa ce lo potrà facilmente tòrre. Allegano i Romani, i quali, mediante queste armi proprie, perderono la libertà; allegano i Viniziani e il re di Francia, de’ quali quelli, per non avere ad ubbidire a un loro cittadino, usano le armi d’altri, e il re ha disarmati i suoi popoli per potergli più facilmente comandare. Ma temono più assai la inutilità che questo. Della quale inutilità ne allegano due ragioni principali: una, per essere inesperti, l’altra, per avere a militare per forza; perché dicano che da grande non si imparano le cose, e a forza non si fece mai nulla bene.
FABRIZIO
Tutte queste ragioni che voi dite, sono da uomini che cognoschino le cose poco discosto, come io apertamente vi mostrerrò. E prima, quanto alla inutilità, io vi dico che non si usa milizia più utile che la propria, né si può ordinare milizia propria se non in questo modo. E perché questo non ha disputa, io non ci voglio molto perdere tempo, perché tutti gli esempli delle istorie antiche fanno per noi. E perché eglino allegano la inesperienza e la forza, dico come egli è vero che la inesperienza fa poco animo e la forza fa mala contentezza; ma l’animo e l’esperienza si fa guadagnare loro con il modo dello armargli, esercitargli ed ordinargli, come nel procedere di questo ragionamento vedrete. Ma, quanto alla forza, voi avete a intendere che gli uomini che si conducono alla milizia per comandamento del principe, vi hanno a venire né al tutto forzati, né al tutto volontarii, perché tutta la volontà farebbe gli inconvenienti che io dissi di sopra: che non sarebbe deletto e sarebbono pochi quegli che andassero; e così la tutta forza partorirebbe cattivi effetti. Però si debbe prendere una via di mezzo dove non sia né tutta forza né tutta volontà, ma sieno tirati da uno rispetto ch’egli abbiano al principe, dove essi temano più lo sdegno di quello, che la presente pena; e sempre occorrerà ch’ella fia una forza in modo mescolata con la volontà, che non ne potrà nascere tale mala contentezza che faccia mali effetti. Non dico già, per questo, ch’ella non possa essere vinta, perché furono vinti tante volte gli eserciti romani, e fu vinto lo esercito d’Annibale; tale che si vede che non si può ordinare uno esercito, del quale altri si prometta che non possa essere rotto. Pertanto questi vostri uomini savi non deono misurare questa inutilità dallo avere perduto una volta, ma credere che, così come e’ si perde, e’ si possa vincere e rimediare alla cagione della perdita. E quando ei cercassero questo, troverebbono che non sarebbe stato per difetto del modo, ma dell’ordine che non aveva la sua perfezione; e, come ho detto, dovevano provvedervi, non con biasimare l’ordinanza, ma con ricorreggerla; il che come si debbe fare, lo intenderete di mano in mano. Quanto al dubitare che tale ordine non ti tolga lo stato mediante uno che se ne faccia capo, rispondo che l’arme in dosso a’ suoi cittadini o sudditi, date dalle leggi e dall’ordine, non fecero mai danno, anzi sempre fanno utile e mantengonsi le città più tempo immaculate mediante queste armi, che sanza. Stette Roma libera quattrocento anni, ed era armata; Sparta, ottocento; molte altre città sono state disarmate, e sono state libere meno di quaranta. Perché le città hanno bisogno delle armi; e quando non hanno armi proprie, soldano delle forestiere; e più presto noceranno al bene publico l’armi forestiere, che le proprie, perché le sono più facili a corrompersi e più tosto uno cittadino che diventi potente se ne può valere; e parte ha più facile materia a maneggiare, avendo ad opprimere uomini disarmati. Oltre a questo una città debbe più temere due nimici che uno. Quella che si vale dell’armi forestiere, teme ad uno tratto il forestiero ch’ella solda e il cittadino; e che questo timore debba essere, ricordivi di quello che io dissi poco fa di Francesco Sforza. Quella che usa l’arme proprie, non teme se non il suo cittadino. Ma per tutte le ragioni che si potessono dire, voglio mi serva questa: che mai alcuno ordinò alcuna republica o regno, che non pensasse che quegli medesimi che abitavano quella, con le armi l’avessono a difendere. E se i Viniziani fussero stati savi in questo come in tutti gli altri loro ordini, eglino arebbono fatto una nuova monarchia nel mondo. I quali tanto più meritano biasimo, sendo stati dai loro primi datori di legge, armati. Ma non avendo dominio in terra, erano armati in mare, dove ferono le loro guerre virtuosamente e, con l’armi in mano, accrebbero la loro patria. Ma venendo tempo ch’eglino ebbero a fare guerra in terra per difendere Vicenza, dove essi dovevano mandare uno loro cittadino a combattere in terra, ci soldarono per loro capitano il marchese di Mantova. Questo fu quel partito sinistro che tagliò loro le gambe del salire in cielo e dello ampliare. E se lo fecero per credere che, come che ei sapessono far guerra in mare, ei si diffidassono farla in terra, ella fu una diffidenza non savia; perché più facilmente un capitano di mare, che è uso a combattere con i venti, con l’acque e con gli uomini, diventerà capitano di terra, dove si combatte con gli uomini solo, che uno di terra non diventerà di mare. E i miei Romani, sapendo combattere in terra e non in mare, venendo a guerra con i Cartaginesi che erano potenti in mare, non soldarono Greci o Spagnuoli consueti in mare, ma imposero quella cura a’ loro cittadini che mandavano in terra, e vinsero. Se lo ferono perché uno loro cittadino non diventasse tiranno, ei fu uno timore poco considerato; perché, oltre a quelle ragioni che a questo proposito poco fa dissi, se uno cittadino con l’armi di mare non si era mai fatto tiranno in una città posta in mare, tanto meno arebbe potuto fare questo con le armi di terra. E, mediante questo, dovevano vedere che l’armi in mano a’ loro cittadini non gli potevano fare tiranni, ma i malvagi ordini del governo che fanno tiranneggiare una città; e avendo quegli buono governo, non avevano a temere delle loro armi. Presero pertanto uno partito imprudente; il che è stato cagione di torre loro di molta gloria e di molta felicità. Quanto allo errore che fa il re di Francia a non tenere disciplinati i suoi popoli alla guerra (il che quelli vostri allegano per esemplo) non è alcuno, deposta qualche sua particolare passione, che non giudichi questo difetto essere in quel regno e questa negligenza sola farlo debile. Ma io ho fatto troppa grande digressione, e forse sono uscito del proposito mio; pure lo ho fatto per rispondervi e dimostrarvi che non si può fare fondamento in altre armi che nelle proprie, e l’armi proprie non si possono ordinare altrimenti che per via d’una ordinanza, ne’ per altre vie introdurre forme di eserciti in alcuno luogo né per altro modo ordinare una disciplina militare. Se voi avete letto gli ordini che quelli primi re fecero in Roma e massimamente Servio Tullo, troverrete che l’ordine delle classi non è altro che una ordinanza per potere di subito mettere insieme uno esercito per difesa di quella città. Ma torniamo al nostro deletto. Dico di nuovo che, avendo ad instaurare un ordine vecchio, io gli prenderei diciassette; avendo a crearne uno nuovo, io gli prenderei d’ogni età tra’ diciassette e quaranta, per potermene valere subito.