Capitolo 1 – La Prima Seduta

615 Words
La porta dello studio di Mattia si richiuse con un tonfo sordo, isolandoli dal mondo. L’aria era spessa, satura di un profumo primitivo: trementina, cera fusa, legno vecchio e, sottostante, la nota animale dell’olio di lino. Un profumo da tempio pagano. Pasquale rimase in silenzio, i suoi occhi che si abituavano a penombra. Le fiamme delle candele danzavano su tele coperte, come se custodissero segreti troppo vivi per la luce del giorno. Le ombre si contorcevano sulle pareti, sembrando respirare all’unisono con l’uomo che ora lo osservava. «Sei qui,» sussurrò Mattia. La sua voce non era un semplice saluto, ma un’affermazione, un’appropriazione. «Dove vuoi che mi posi?» chiese Pasquale, la sua voce un po' più incerta di quanto avrebbe voluto. Mattia indicò un divano di velluto cremisi, consumato dagli anni e dalle posture di altri corpi. «Là. La luce ti bacerà in un modo che non ti è familiare.» Pasquale obbedì. Il fruscio dei suoi vestiti contro il tessuto fu un suono scandalosamente intimo nel silenzio carico. Mattia si avvicinò, e il suo respiro caldo era già un contatto prima che le sue mani lo toccassero. Con una lentezza che era quasi una violenza, il pittore gli sollevò il mento con le dita, inclinando il suo volto verso la luce. «Non muoverti,» ordinò, ma era un’invocazione. La sua mano non si ritrasse; invece, il dorso delle sue nocche iniziò una lenta, ipnotica discesa lungo la gola di Pasquale, seguendo il battito accelerato che pulsava sotto la pelle fine. Pasquale trasalì, un brivido involontario che lo percorse tutto. «È il legno... è freddo,» mentì, riferendosi al pennello che non era ancora stato usato. «Mente la tua pelle,» controbatté Mattia, la voce un basso ronzio che vibrava nell’aria tra le loro bocche. «Mente il tuo respiro. Tu non tremi per il freddo.» Si allontanò per iniziare a tracciare i primi segni sulla tela, ma la sua attenzione rimaneva una presenza fisica su Pasquale, un peso caldo. Quando tornò da lui, non era per correggere una posa, ma per assaporarla. Le sue dita scivolarono lungo la clavicola di Pasquale, spostando la stoffa della camicia con una scusa sottile, scoprendo un centimetro di pelle che la luce delle candele baciò avidamente. Il tocco era deliberato, un'esplorazione lenta e calda che accarezzava il confine tra l'arte e il possesso. «Hai un'energia che cerca uno sfogo,» commentò Mattia, gli occhi fissi sui suoi mentre la sua mano si posava, ferma e pesante, sulla sua spalla. «Una luce che vuole consumarsi.» «È.… desiderabile?» chiese Pasquale, la voce roca. In un istante, Mattia fu di nuovo su di lui, chinato. Le sue labbra erano così vicine all'orecchio di Pasquale che il caldo alito era una carezza umida e intima. «È una fiamma in cerca della sua ossigenazione. E io...» sussurrò, «...sono l'aria che la farebbe divampare.» Il pennello, dimenticato, rotolò via con un suono insignificante. Le dita di Mattia strisciarono lungo il braccio di Pasquale, dall'omero al polso, un contatto lento e consapevole che segnava un territorio, che prometteva un'esplorazione più profonda. Il semplice sfiorare dei polpastrelli era più esplicito di un bacio, più carico di una promessa. «Vuoi che continuiamo?» mormorò Mattia, la domanda che bruciava nella piccola distanza tra i loro corpi. Pasquale lo guardò. Negli occhi del pittore vide non solo il desiderio, ma un'oscurità affamata, un vortice che prometteva di annientarlo e di innalzarlo a divinità in una sola, folgorante apoteosi. Era paura. Era estasi. «Sì,» sospirò, arrendendosi non a una domanda, ma a un destino. «Continua.» E in quel momento, il primo ritratto prese vita non sulla tela, ma nello spazio carico di elettricità tra i loro corpi, un patto sigillato da un tocco e da un sussurro.
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