L’umidità della notte precedente si era insinuata nello studio, lasciando una patina fresca sulle vetrate che deformava i riflessi dei lampioni. Pasquale varcò la soglia, e l’aria gli si fece addosso, densa di trementina e di un’attesa palpabile. Mattia non si era mosso dal cavalletto, la sua figura un’ombra statuaria in attesa del suo soggetto.
«Sei tornato,» lo accolse Mattia. Non era un’osservazione, era un riconoscimento. La sua voce era un basso continuo che sembrava vibrare nelle ossa.
«Sembra che non potessi fare altrimenti,» ammise Pasquale, la sua leggerezza di facciata incrinata da un tremore appena percettibile. Lo studio non era più solo un luogo; era un organismo che respirava attorno a loro.
Mattia indicò la chaise longue di velluto consunto, posizionata per ricevere la luce lunare che filtrava attraverso la finestra. «Oggi la posa sarà più… intima. Abbandonati.»
Pasquale obbedì, lasciando che il suo corpo si adagiasse nelle curve del divano. Un movimento involontario fece scivolare la maglia di qualche centimetro, rivelando l’arco elegante di una clavicola. Lo sguardo di Mattia si posò su quel lembo di pelle nuda con la fissità di un assetato.
«Lascia che il tuo corpo si riveli,» sussurrò Mattia, avvicinandosi. «Non ha bisogno di mentire.»
Le sue dita, questa volta, non si limitarono a un tocco correttivo. Il palmo della mano caldo e lieve si appoggiò sulla spalla di Pasquale, scendendo con lenta deliberazione lungo il braccio, come per imprimerne la forma nella memoria tattile. Un brivido percorse la schiena del ragazzo.
«Così va bene?» chiese Pasquale, la voce velata.
«Così,» rispose Mattia, il respiro un calore sull’orecchio, «è un inizio.»
Il pittore tornò al cavalletto, i suoi movimenti fluidi e rapaci. Il carbonio graffiava la tela con un suono di seta lacerata. Pasquale osservava quell’intensità, sentendosi nudo sotto quello sguardo che andava oltre la carne, frugando nell’essenza.
Poi, Mattia si fermò. Il silenzio si fece opprimente.
«Pasquale,» disse, la voce un filo più scura. «Scopriti. Lasciami vedere dove l’ombra incontra la luce.»
Il modello esitò solo un attimo, poi, con un movimento che sembrava una resa, lasciò scivolare la maglia oltre la curva della spalla. La pelle, illuminata dalla candela, divenne un territorio di porcellana e ombre. Mattia rimase immobile, a bere quella visione.
«Sei una rivelazione,» mormorò, la frase che gli usciva come una confessione strappata.
«E tu,» sussurrò Pasquale, «mi guardi come se volessi possedere ciò che vedi.»
Mattia attraversò la stanza in pochi passi. La distanza tra loro si ridusse a nulla. Il calore dei loro corpi si toccava prima della pelle.
«Forse,» sibilò, «è esattamente ciò che voglio.»
Un brivido improvviso, non suo, percorse Pasquale. Per un frammento di secondo, gli parve di vedere un’oscura contrazione nella tela alle spalle di Mattia, un guizzo di movimento ai margini della visione.
«Ho sentito… qualcosa,» ansimò, gli occhi sgranati.
«È solo la verità che emerge,» lo placò Mattia, avvicinando il dorso della mano alla sua guancia in una carezza che non si compì, sospesa a un millimetro di distanza. Un’agonia di attrazione. «Trema con essa.»
Quel non-tocco era più elettrico di un bacio. Pasquale capì, allora, che il desiderio che lo legava a quest’uomo era un abisso, e lui era sull’orlo.
Mattia si ritrasse, tornando nell’ombra. «Per stasera basta. Ma sappi, Pasquale…»
Il ragazzo lo fissò, il respiro mozzo.
«Ogni volta che fisso la tua immagine sulla tela, è un pezzo della tua anima che incido nel mio regno.»
E mentre le parole echeggiavano nella stanza, qualcosa, dietro la tela ancora informe, sembrò rispondere con un sospiro di pura, oscura soddisfazione.