Proemio-11

2002 Words
E fece la confessione, la quale non fu né intesa né udita per lo grande mormorío e bisbigliare che vi era; e chi facea grandissime risa, dicendo: — Questi ce n'ha ben fatto una, e tutta quaresima ci siamo venuti per udire questa predica, e istamane ci venimmo che non era dí. Deh morto sie egli a ghiado, che dee essere uno ciurmatore. Chi stiamazza di qua e chi di là, piú giorni per la terra non si disse altro. Questo frate poté essere uno valentre uomo, però che egli avea mostrato, o voluto mostrare al populo, quanto era leggiero, e che correano piú tosto alle frasche e alle cose nuove che a quelle della Santa Scrittura; e ancora andavano volentieri a udire chi dicesse cose secondo gli appetiti loro. Corse a questa predica prestatori, e chi avea voglia di prestare; e questi rimasono scherniti come meritavano; come ch'egli hanno preso tanto del campo che da loro hanno fatto un concetto, che Dio non veggia e non intenda, e hanno battezzata l'usura in diversi nomi, come dono di tempo, merito, interesso, cambio, civanza, baroccolo, ritrangola e molti altri nomi: le quali cose sono grandissimo errore, però che l'usura sta nell'opera e non nel nome. NOVELLA XXXIIILo vescovo Marino scomunica messer Dolcibene, e ricomunicandolo poi, dando della mazzuola troppo forte, messer Dolcibene si leva, e cacciandolsi sotto, gli dà di molte busse. Come il frate predicatore nella passata novella fece scherne di un gran populo, cosí in questa parve che messer Dolcibene volesse fare la vendetta contra un vescovo. Essendo adunque costui arrivato in una terra de' Malatesti in Romagna, uno vescovo Marino, o per eccesso commesso per lui, o per averne diletto, l'avea scomunicato o fatto vista. E di ciò avendone piú di que' signori gran diletto, questo vescovo, non volendolo ricomunicare, il tenea accannato, ed elli avea gran bisogno di ritornare a Firenze, e cercava la ricomunica. Avvenne che alcuno de' signori, come aveano ordinato, li disse: — Io ho tanto fatto col vescovo che ti ricomunicherà; fa' che tu sia domattina nella cotal chiesa, ed elli farà verso te quello che fia da fare. Ed elli disse di farlo. E 'l signore, che avea ordinato che 'l vescovo gli desse che gli dolesse, andò anco là la mattina, e non parea suo fatto, standosi nel coro. E messer Dolcibene giunse nel detto luogo per accozzarsi con lui. E in quell'ora era entrato il vescovo in una cappella, e aspettava che l'amico andasse a lui, e 'l signore disse a messer Dolcibene: — Il vescovo è là: va', spàcciati. Ed elli cosí andò; e giunto che fu nel luogo dinanzi dal vescovo, ponendosi inginocchione; e 'l vescovo, che avea un buono camato in mano, fatta che gli ebbe la confessione sopra il capo, disse: — Di', Miserere mei Deus secundum magnam misericordiam tuam. E quelli dicendolo piú volte, come si fa; e 'l vescovo menando la bacchetta che parea che facesse una sua vendetta; come dice: “Di', Miserere mei Deus secundum magnam misericordiam tuam ”; e mena la mazza; e messer Dolcibene si leva, e pigliando il vescovo, e dicendo a un tratto: “ Et secundum magnam multitudinem pugnorum ”; e darli, e cacciarselo sotto, fu tutt'uno. E quando gli ha dato quanto volle, corre nel grembo del signore, che era presso, e tutto avea veduto. La famiglia del vescovo correndogli drieto per pigliarlo, il signore mostrandosi turbato disse: — Menatelo a casa mia, ché questa punizione voglio fare io. E questo disse per consolare il vescovo e levarlo dalle sua mani. Mandatone messer Dolcibene preso, e 'l signore si accostò al vescovo, dicendo: — Come sta questa cosa? E 'l vescovo rispose: — Per Corpus Christi, quod cacavit eum Sathana. E cosí forbottato il vescovo si tornò al vescovado, e messer Dolcibene stette rimbucato piú dí. E in fine il signore diede ad intendere al vescovo che gli avea fatto dare tanta colla che forse mai non serebbe sano delle braccia; e feceli mettere uno sciugatoio al collo, e allenzare il braccio; e 'l vescovo per questo parea tutto aumiliato. E forse in capo d'otto dí messer Dolcibene, avvisandone il signore, e dovendo dire il vescovo una messa piana, essendo alla chiesa il signore da parte, andò alla detta messa quasi in sul celebrare, e fattosi innanzi quanto poteo, prendendo il vescovo il corpo di Cristo, e messer Dolcibene esce: — Né mica disse istamane cotestui il paternostro di san Giuliano. Il vescovo, sentendo questo diavolo ivi, e udendo il motto, avendo il calice nelle mani, gli venne sí fatte risa, che fu presso che 'l calice non gli cadde di mano. E detta la messa, che già messer Dolcibene s'era partito col signore, gli perdonò quella medesima mattina, e fu poi sí grande suo amico che appena il vescovo sapea vivere sanza lui. E 'l signore vidde andare questo fatto come egli avea voglia, e rimase contento. E cosí una pensa il ghiotto, un'altra il tavernaio. Il vescovo s'avvisò di mazzicare, e non fece ragione d'essere ingoffato, come avete udito. E forse, perché fosse vescovo, avea bisogno di disciplina, come messer Dolcibene. E non si dee ancora, né da beffa, né da dovero, aspreggiare uno peccatore, quando viene a contrizione, però che nelle cose sacre non si vuole scherzare; ché per menare la bacchetta oltre al debito modo, n'acquistò un bene gli sta che mai non gli venne meno. NOVELLA XXXIVFerrantino degli Argenti da Spuleto, essendo al soldo della Chiesa a Todi, cavalca di fuori, e poi, essendo tornato tutto bagnato di pioggia, va in una casa, dove truova al fuoco di molte vivande e una giovene, nella quale per tre dí sta come li piace. Altro gastigamento diede Ferrantino degli Argenti da Spuleto a uno calonaco di Todi; però che, essendo il cardinale del Fiesco per la Chiesa in Todi, e avendo condotti soldati, fu tra questi uno che avea nome Ferrantino degli Argenti da Spuleto, il quale io scrittore e molti altri viddono esecutore in Firenze nel MCCCXC o circa, per tal segnale che cavalcava uno cavallo con uno paio di posole di sí smisurata forma che le loro coregge erano molto bene un quarto di braccio larghe. Essendo stato tolto uno castello nel Todino da uno gentiluomo di Todi, convenne che tutti li soldati vi cavalcassino, fra' quali fu questo Ferrantino; e fatto intorno al castello quel danno che poterono sanza riaverlo, tornandosi verso Todi, venne grandissima piova, di che tutti si bagnarono, e fra gli altri si bagnò Ferrantino piú che nessuno, perché li suoi panni pareano di sadirlanda, tanto erano rasi. Essendo costui cosí bagnato, entrò in Todi, e andò a smontare ad una casetta che tenea a pigione, e disse ad uno suo paggetto acconciasse i cavalli nella stalla, ed egli andò cercando per la casa se fuoco o legne d'accenderlo trovasse: niuno bene vi trovò, però che era povero scudiere, e la sua magione parea la Badía a Spazzavento. Come costui vidde questo, e che era tutto bagnato e agghiacciava, dice: “Cosí non debb'io stare”. Subito se n'uscío fuori, e d'uscio in uscio mettendo il capo, e salendo le scale, si mise andare cercando l'altrui case, e fare dell'impronto per asciugarsi, se fuoco vi trovasse. Andando d'una in altra, per fortuna capitò ad una porta, là dove intrato e andando su, trovò in cucina uno grandissimo fuoco con due pentole piene, e con uno schidone di capponi e di starne, e con una fante assai leggiadra e giovene, la quale volgea il detto arrosto. Era perugina, e avea nome Caterina. Costei veggendo cosí di subito venire Ferrantino nella cucina, tutta venne meno, e disse: — Che vuoi tu? E quelli disse: — Io vegno testeso di tal luogo, e sono tutto bagnato, come tu vedi: in casa mia non ha fuoco, e indugiare non mi potea, ché io mi serei morto: io ti prego che mi lasci rasciugare, e poi me n'andrò. Disse la fante: — O asciugati tosto, e vatti con Dio, ché se messer Francesco tornasse, che ha una gran brigata a cena con lui, non l'averebbe per bene, e a me darebbe di molte busse. Disse Ferrantino: — Io 'l farò, chi è questo messer Francesco? Ella rispose: — E’ messer Francesco da Narni, che è qui calonaco, e sta in questa casa. Disse Ferrantino: — O io sono il maggior amico ch'egli abbia —; (e non lo conoscea però). Disse la fante: — Deh spàcciati, ché io sto tuttavia con le febbri. Ferrantino dicea: — Non temere, ché io serò tosto asciutto. E cosí stando, messer Francesco tornò, e andando in cucina a provvedere le vivande, vidde Ferrantino che s'asciugava, e dice: — Che ci fa' tu? Chi è costui? E Ferrantino dice chi è, come è. Disse messer Francesco: — Mal che Dio ti dia; tu déi essere un ladroncello, a entrare per le case altrui; escimi testè di casa. Dice Ferrantino: — O Pater reverende, patientia vestra, tanto che io m'asciughi. Dice il calonaco: — Che Pater merdente? io ti dico escimi di casa per lo tuo migliore. E Ferrantino fermo, e dice: — Io mi asciugo forte. — Io ti dico che tu m'esca di casa, se non ch'io t'accuserò per ladro. E Ferrantino dice: — O prete Dei, miserere mei —; e non si muove. Quando messer Francesco vede che costui non si parte, va per una spada, e dice: — Al corpo di Dio, che io vedrò se tu mi starai in casa a mio dispetto —; e corre con la spada verso Ferrantino. Veggendo questo, Ferrantino si leva in piede, e mette la mano alla sua, dicendo: — Non truffemini. E tratta della guaina si fa incontro al calonaco, tanto che lo rinculò nella sala, e Ferrantino incontrogli, e cosí amendue si trovorono in sala, facendo le scaramucce sanza toccarsi. Quando messer Francesco vede che non lo può cacciar fuori, eziandio avendo presa la spada, e come Ferrantino digrigna con la sua, disse: — Per lo corpo di Dio, ch'io andrò testeso ad accusarti al cardinale. Disse Ferrantino: — Io voglio venire anch'io. — Andiamo, andiamo. E scendendo amendue giú per la scala, giunti alla porta, dice messer Francesco a Ferrantino: — Va' oltre. Dice Ferrantino: — Io non andrei innanzi a voi, che sete officiale di Cristo. E tanto disse, che messer Francesco uscí fuori prima. Come fu uscito, e Ferrantino pigne l'uscio, e serrasi dentro; e subito, come su è, quante masserizie poté trovare da ciò gittò giú per la scala, acciò che l'uscio dentro fusse ben puntellato; e cosí n'empié tutta la scala, tanto che due portatori non l'arebbono sgombra in un dí; e cosí s'assicurò che l'uscio si potea ben pignere di fuori, ma aprire no. Veggendosi il calonaco di fuori cosí serrato, gli parve essere a mal partito, veggendo in possessione della carne cotta e della cruda uno che non sapea chi si fosse; e stando fuori, molto piacevolmente chiamava gli fosse aperto. E Ferrantino fassi alle fenestre, e dice: — Vatti con Dio per lo tuo migliore. — Deh apri, — dicea il calonaco. E Ferrantino dicea: — Io apro —; e apriva la bocca. Veggendo costui esser fuori della sua possessione e dell'altre cose, e ancora esser beffato, se n'andò al cardinale, e là si dolse di questo caso. In questo, venendo l'ora della cena, la brigata che dovea cenare con lui, s'appresentano e picchiano l'uscio. Ferrantino si fa alle fenestre: — Che volete voi? — Vegnamo a cenare con messer Francesco. Dice Ferrantino: — Voi avete errato l'uscio; qui non sta né messer Francesco, né messer Tedesco. Stanno un poco come smemorati, e poi pur tornano e bussano. E Ferrantino rifassi alle fenestre: — Io v'ho detto che non istà qui; quante volte volete ch'io vel dica? Se voi non vi partite io vi getterò cosa in capo che vi potrà putire, e serebbe meglio che voi non ci foste mai venuti —; e comincia a gittare alcuna pietra in una porta di rincontro perché facesse ben gran romore. Brievemente, costoro per lo migliore se n'andorono a cenare a casa loro, là dove trovorono assai male apparecchiato; e 'l calonaco, che s'era ito a dolere al cardinale, e che avea cosí bene apparecchiato, convenne si procacciasse d'altra cena e d'altro albergo: e non valse che 'l cardinale mandasse alcuno messaggio a dire ch'egli uscisse di quella casa; ma come alcuno picchiava l'uscio, gli gittava presso una gran pietra; di che ciascuno si tornava tosto a drieto. Essendo ognuno di fuori stracco, dice Ferrantino alla Caterina: — Fa' che noi ceniamo, ché io sono oggimai asciutto.
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