Proemio-12

2039 Words
Dice la Caterina: — Me' farai d'aprire l'uscio a colui di cui è la casa, e andarti a casa tua. Dice Ferrantino: — Questa è la casa mia; questa è quella che Dio misericordioso m'ha istasera apparecchiato. Vuo' tu che io rifiuti il dono che m'ha dato sí fatto signore? Tu hai peccato mortalmente pur di quello che tu hai detto. Ella la poté ben sonare che Ferrantino n'uscisse; e' convenne, o per forza o per amore, ch'ella mettesse le vivande in tavola, e ch'ella sedesse a mensa con Ferrantino, e cenorono l'uno e l'altro molto bene: poi rigovernato l'avanzo delle vivande, disse Ferrantino: — Qual'è la camera? andiànci a dormire. Dice la Caterina: — Tu se' asciutto, e ha' ti pieno il corpo, e or ci vogli dormire? in buona fé tu non fai bene. Dice Ferrantino: — Doh, Caterina mia, se per questa mia venuta qui io avesse peggiorata la tua condizione, che mi diresti tu? io ti trovai che cocevi per altrui in forma di fante, e io t'ho trattata come donna; e se messer Francesco e la sua brigata fosse venuta a cena qui, la tua parte serebbe stata molto magra, là dove tu l'hai avuta molto doppia, e hai acquistato paradiso a sovvenire me, che era tutto molle e affamato. La Caterina dice: — Tu non déi essere gentiluomo, ché tu non faresti sí fatte cose. Dice Ferrantino: — Io sono gentiluomo, e ancora conte, la qual cosa non sono quelli che doveano cenar qui; e tanto hai tu fatto maggior bene: andiànci a dormire. La Caterina disdicea, ma pur nella fine si coricò con Ferrantino, e non mutò letto, però che in quello medesimo dormía col calonaco; e cosí tutta notte si rasciugò con lei Ferrantino, e la mattina levatosi, tanto stette in quella casa quanto durorono le vivande, che fu piú di tre dí, ne' quali messer Francesco andò per Todi, e guardando alcun'ora da lungi verso la sua casa, parea uno uomo uscito di sé, mandando alcuna volta spie a sapere se Ferrantino ne fosse uscito; e se alcuno v'andava, le pietre dalle fenestre erano in campo. Nella fine, consumate le vivande, Ferrantino se n'uscío per un uscio di drieto, ché per quello dinanzi per le molte masserizie gittate dentro non poteo; e andossene alla casa sua povera e mal fornita, là dove il paggio e due sua cavalli aveano assai mal mangiato, e ivi fece penitenza; e messer Francesco tornò a casa sua per l'uscio di drieto, ed ebbe a trassinare e racconciare di molte masserizie in iscambio della cena. E la Caterina li diede ad intendere che ella avea sempre conteso, e difesosi da lui, e come di lei alcuna cosa non avea aúto a fare. Poi il cardinale, per lo richiamo del calonaco, mandò e per l'uno e per l'altro, dicendo a Ferrantino che si scusasse d'uno processo che gli avea formato addosso. Ferrantino scusandosi dicea: — Messer lo cardinale, voi non ci predicate altro se non che noi abbiamo carità verso il prossimo: essendo io tornato dell'oste tutto bagnato, in forma che io era piú morto che vivo, in casa mia non trovando né fuoco, né altro bene, morire non volea. Abbatte'mi, come volle Iddio, in casa questo valentre religioso, il quale è qui, trovandosi uno gran fuoco con pentole e con arrosti intorno; mi puosi a rasciugare a quello, sanza fare o molestia o rincrescimento a persona. Costui giunse là, e cominciommi a dire villania, e che io gli uscisse di casa. Io continuo con buone parole, pregandolo mi lasciasse asciugare: non mi valse alcuna cosa, ma con una spada in mano mi corse addosso per uccidermi. Io, per non esser morto, misi mano alla mia per difendermi da lui infino alla porta da via, là dove uscendo elli fuori, per poter menarla alla larga, e uccidermi com'io uscisse dell'uscio, io mi serrai dentro e lui di fuori, solo per paura della morte; e là sono stato per questa paura, sa Dio come, infino ad oggi. Se mi vuol far condennare, egli ha il torto; io non ci ho che perdere alcuna cosa, e posso andare e stare a casa mia: io non ci uscirò, che io non sappia perché; ché quanto io, mi tengo offeso da lui. Udendo il cardinal questo, chiamò il calonaco da parte, e disse: — Che vuoi tu fare? tu vedi quello che costui dice, e puoi comprendere chi egli è; facendo pace fra voi, credo che sia il meglio, innanzi che tu ti voglia mettere a partito con un uomo di soldo: — di che elli consentío. E simigliantemente chiamò Ferrantino da parte, e insieme li pacificò, e non sí che 'l calonaco non guardasse a stracciasacco Ferrantino un buon pezzo. Cosí Ferrantino, asciutto che fu, ed empiutosi il corpo tre dí, e con la femina del calonaco aúto quel piacere che volle, ebbe buona pace; la qual vorrei che avesse ogni laico o secolare, adoperando le cose morbide e superflue de' cherici, e a loro intervenisse sempre delle loro vivande e conviti e femine, quello che intervenne a questo nobile calonaco, che sotto apparenza onesta di religione, ogni vizio di gola, di lussuria e degli altri, come il loro appetito desidera, sanza niuno mezzo usano. NOVELLA XXXVUno chericone, sanza sapere gramatica, vuole con interdotto d'uno cardinale, di cui è servo, supplicare dinanzi a papa Bonifazio uno benefizio, là dove dispone che cosa è il terribile. E per mostrare bene quanto gran parte de' cherici vengono avere li beneficii sanza scienza e discrizione, dirò qui una novelletta, che tu, lettore, il potrai molto ben conoscere. Al tempo di papa Bonifazio, essendo servo d'uno de' suoi cardinali uno chericone, che, non che sapesse gramatica, appena sapea leggere, volendo il detto cardinale di lui fare qualche cosa, gli fece fare una supplicazione per impetrare alcuno beneficio dal santo padre. E conoscendolo bene grossolano, disse: — Vie' qua. Io t'ho fatto fare una supplicazione, la qual voglio che tu dea innanzi al santo padre, e io ti menerò dinanzi da lui. Va' arditamente, però che ti domanderà alcuna cosa per gramatica; se sai rispondere da te a quello che ti domanda, rispondi e non temere; se non lo intendi, e non sapessi rispondere, guarderai a me, che sarò da costa al papa, ed io t'accennerò quello che tu debba dire, sí che mi potrai intendere; e secondo comprenderai da me, cosí risponderai. Disse il chericone, che averebbe meglio saputo mangiare uno catino di fave: — Io lo farò. Lo cardinale trovò la supplicazione, e datogliele, il menò dinanzi al papa, raccomandandolo alla sua santità; e 'l chericone, gittandosi ginocchione, glie la porse; e 'l cardinale si mise ritto da lato al papa, e volto verso il chericone, solo per accennarli quello che dovesse dire se bisognasse. Come il papa ebbe la supplicazione, la lesse; e guardato questo cherico, considerando che fosse chi egli è, lo domandò: — Quid est terribilis? Il cherico, udendo questo nome cosí terribile, e non sapendo che rispondere, guardava il cardinale, il quale menava il braccio, come quando si dà lo 'ncenso col terribile. E 'l cherico, pensando a quello che gli accennava, disse a lettere grosse: — Il tale dell'asino, quando egli è ritto, padre santo. Il papa, udendo questo, parve che dicesse: “Egli ha meglio risposto che potesse. E qual'è piú terribile cosa che quella?” E disse: — Fiat, fiat —; e volto al cardinale ridendo, disse: — Menalo via; fiat, fiat. E cosí fu fatto. Quanto fu grosso questo chericone, che non considerò quello che disse, né innanzi a cui, facendo cosí bella sposizione! e per questo ebbe il beneficio; ché avendo saputo qualcosa, forse non l'arebbe aúto. E forse fu questa sua grossezza cagione di farlo venire a maggiore dignità, come spesso interviene a molti, a cui viene il nostro Signore tra le mani, li quali hanno meno discrizione che gli animali irrazionali. NOVELLA XXXVITre Fiorentini, ciascuno di per sé, e con nuovi avvisi per la guerra tra loro e' Pisani, corrono dinanzi a' Priori, dicendo che hanno veduto cose che niuna era presso a cento miglia; e cosí ancora che avevano fatto, e non sapeano che. Molto seppono meno quello che dicessono tre Fiorentini in questo capitolo, che 'l cherico passato. Nel tempo che l'ultima volta li Fiorentini ebbono guerra co' Pisani, essendo gl'Inghilesi, che erano dalla parte de' Pisani, cavalcati verso il terreno fiorentino, uno Geppo Canigiani, il quale era a un suo luogo a San Casciano, spaventato da uno romore o d'acqua, o di vento, come interviene quando viene mal tempo, s'avvisò quello poter esser l'esercito de' nimici, e portar la novella a' Signori da Firenze, per venire in grazia. E cosí salito a cavallo, a spron battuti n'andò al palagio de' Priori a smontare; e andato dinanzi a' Signori, disse che venía da San Casciano, e ch'e' nimici con grandissimo romore ne veníano verso Firenze. Li Signori domandano se gli ha veduti; colui dicea di no, ma che gli avea sentiti. — Come gli sentisti? E quelli dicea che avea udito un gran romore. Dicono li Priori: — O che sai tu che quel romore fossono li nimici? Rispose: — O egli erano cavalieri, o ell'era acqua. Strinsono le spalle e ringrazioronlo, e andossi con Dio. Il secondo fu uno che avea nome Giovanni da Pirano il quale essendo fuori della porta a San Niccolò su uno suo cavallaccio, certi buoi fuggendo verso la porta detta, elli credendo avere li nimici al gherone, diede delli sproni alla giumenta, e fuggendo nella terra dinanzi a' detti buoi, non restò mai che egli fu dinanzi a' detti Priori, dicendo: — Mercè per Dio, che tutti i buoi digiogati fuggono dentro per la porta San Niccolò. E’ Priori notano costui con l'altro di sopra, e dissono che stesse attento, e spesso recasse loro novelle. Il terzo fu uno che avea nome Piero Fastelli, il quale, benché fosse mercatante, avea per usanza con uno balestro e con le corazzine andarsi in tempo di guerra cosí a piede, quando un miglio e quando due. Avvenne che, essendo gl'Inghilesi col campo pisano nel piano di Ripole presso due miglia a Firenze, e per uno pessimo tempo piovoso e nebbioso, durato molti dí, essendo ito Piero una mattina forse una balestrata fuori della detta porta, saettoe uno verrettone verso il greto d'Arno; tornò a Firenze, e subito andò a' detti Priori, e disse: — Signori miei, io vegno presso presso al campo de' nimici, e ho saettato un gran verrettone in gran danno di loro; ma la folta nebbia non m'ha lasciato discernere. Li Signori, guatano l'uno l'altro, e dicono: — Piero, de' tuoi pari ci vorrebbe assai, ché con meno di cinquanta verrettoni si sconfiggerebbono li nimici: va' e ingegnati di saettarne, e recaci novelle spesso. Cosí furono avvisati questi signori in pochi dí da tre valentri uomeni di guerra di tre cose sí fatte che 'l Dabuda n'averebbe scapitato. E però chi è uso alla mercanzia non può sapere che guerra si sia; però si disfanno le comunità, quando non istanno in pace; che standosi a fare l'arte loro, dicono: “Noi abbiamo sconfitto li nimici”; come fa la mosca, che è in sul collo del bue, quando gli fosse detto: “Che fai, mosca?” e quella dice: “Ariamo”. NOVELLA XXXVIIBernardo di Nerino, vocato Croce, venuto a questione a uno a uno con tre Fiorentini, confonde ciascuno di per sé con una sola parola. Seppe meglio quello che disse in tre cose a tre uomeni, essendo a contesa con loro, costui di cui parlerò al presente. Bernardo di Nerino, vocato Croce, fu nel principio barattiere, e in questo tempo fu di sí forte e disprezzata natura che si metteva scorpioni in bocca, e con li denti tutti gli schiacciava, e cosí facea delle botte e di qual ferucola piú velenosa. S'egli era di diversa natura, ciascuno il pensi, che per accesa, continua e mortal febbre, sfidato da' medici, veggendolo molto ardere, vollono fare notomia di sí fatta natura, addomandandola elli: il feciono mettere nudo in una bigoncia d'acqua fredda, come esce del pozzo, e preso costui cosí ardente e nudo, ve l'attufforono dentro, il quale cominciando a tremare e schiacciare li denti, stato un pezzo, lo rimisono nel letto, e subito cominciò a migliorare, e spegnersi l'arsione in forma che guerío. Ora, tornando alla materia, costui prestando in Frioli di barattiere nudo tornò ricco a Firenze, e venendo spesso a parole con altrui, porgea detti nel quistionare che confondea ognuno; e io scrittore fui presente a tre volte, le quali a piedi si diranno. La prima fu, che avendo parole con uno stato barattiere, com'elli, assai disutile uomo, chiamato Fascio di Canocchio, il detto Fascio disse al Croce:
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