Capitolo 1 — Il risveglio della Luna dimenticata
Alessia
La prima cosa che percepisco è il freddo.
Un freddo strano, bianco, chimico, che non ha nulla a che vedere con il freddo delle foreste che conosco. Il freddo dei mattini di caccia, quello che ti sferza le guance e ti ricorda che sei viva. No. Quel freddo lì si infiltra da sotto, risale lungo le mie vene, si aggrappa alle mie ossa come se mi appartenesse da sempre.
Non apro gli occhi subito. Non ci riesco. Le mie palpebre sono pesanti, incollate, come se qualcuno avesse posato monete di piombo sul mio viso. La mia bocca è secca. La mia lingua è un pezzo di legno dimenticato in un forno spento. Ogni volta che provo a respirare profondamente, un dolore mi attraversa la gabbia toracica, acuto, preciso, come la punta di un pugnale che avesse deciso di vivere lì.
Provo a muovere un dito. Uno solo.
Il mignolo della mano destra.
Trema. Obbedisce. Vive.
Allora capisco, in un lampo di coscienza confusa, che anch'io vivo.
Vivo.
Un odore mi raggiunge. Estraneo. Non è mio. Non appartiene al mio corpo, alla mia pelle, al mio branco. È un odore di antisettico, sì, ma mescolato ad altro. Un odore di sapone insipido, di acqua versata su qualcuno per molto tempo, senza amore, senza memoria. Un odore che non mi racconta nulla. E per una lupa, è la cosa peggiore. La nostra pelle è il nostro diario segreto. Porta le tracce di coloro che amiamo, della terra che calpestiamo, del fuoco attorno al quale ci sediamo. La mia pelle, invece, non racconta più nulla.
La mia pelle è una pagina bianca.
Un urlo mi sale in gola, ma non ha la forza di uscire. Resta bloccato, da qualche parte tra il petto e i denti. Diventa un rantolo. Un soffio rauco, spaventoso, che mi ricorda quello delle bestie ferite che mio padre finiva, un tempo, con un gesto rapido, perché diceva che la sofferenza era una nemica che non si doveva mai lasciar vincere.
Papà.
La parola fluttua nella mia mente prima ancora che io possa afferrarla. E con essa, un volto. Un uomo dalle tempie grigie, dagli occhi d'oro. L'Alpha del Branco di Elyria. Mio padre. Poi un altro volto, più giovane, più ardente. Capelli neri. Una mascella dura. Occhi che mi hanno guardata come se fossi la luna stessa.
Lorenzo.
A quel nome, il mio cuore fa un balzo violento. Come se qualcosa, dentro, si fosse svegliato prima di me. Come se il mio corpo sapesse cose che la mia memoria non sa ancora.
Apro gli occhi.
La luce mi pugnala. Bianca, aggressiva, senza pietà. Sbatto le palpebre, sbatto ancora, e lentamente, molto lentamente, il mondo si disegna. Un soffitto basso. Un neon che vibra. Un tubo trasparente che corre lungo il mio braccio e scompare in una sacca di liquido chiaro appesa sopra la mia testa. Lenzuola bianche, così bianche che mi fanno male agli occhi. Muri pallidi. Una sedia vuota in un angolo. Una finestra con le persiane abbassate.
Un ospedale.
Sono in un ospedale umano.
L'informazione mi colpisce come un muro. I lupi non vanno negli ospedali umani. Mai. È una delle prime cose che ci insegnano, da bambini. Gli umani non devono vedere ciò che siamo. Non devono vedere le nostre ferite che si rimarginano troppo in fretta, le nostre ossa che si saldano in poche ore, i nostri occhi che cambiano colore quando arriva la rabbia.
Allora perché sono qui?
Giro la testa, molto lentamente, e sento ogni muscolo del collo scricchiolare come legno secco. Sul comodino c'è un bicchiere di plastica, mezzo pieno d'acqua. C'è una cartella blu. C'è un vaso con fiori morti da tempo, gigli bianchi diventati gialli, curvi su se stessi come se avessero rinunciato.
Nessuno. Non c'è nessuno al mio capezzale.
E questa assenza mi fa più male del dolore al petto.
Richindo gli occhi. Provo a ricordare. C'è un buco. Un immenso buco nero in mezzo al mio cranio. Ricordo il campo di battaglia. Ricordo la neve insanguinata. Ricordo un urlo — il mio nome, urlato da una voce che riconoscerei tra mille. Ricordo un peso sul petto, una luce che diventava sempre più piccola, come la fiamma di una candela soffiata da lontano.
Poi nulla.
Nulla.
Nulla.
La porta si apre. Un rumore leggero. Lo scivolare di una suola di gomma sul linoleum. Riapro gli occhi e la vedo entrare.
Una donna. Giovane, forse trent'anni. Una divisa azzurra. Un tablet tra le mani. Capelli castani legati in una coda di cavallo severa. Guarda il suo schermo prima, poi alza la testa verso di me macchinalmente, come si alza la testa verso un mobile familiare.
E si blocca.
La sua mano si stringe sul tablet. Le sue labbra si socchiudono. Il suo petto si solleva di colpo, come se avesse appena dimenticato come si respira.
— Voi... vi siete svegliata, mormora.
La sua voce trema. Non è un tremito di stanchezza. È un tremito di terrore. Di sacro. Mi guarda come si guarderebbe una statua che ha appena iniziato a respirare.
Provo a parlare. Un soffio esce da tra i miei denti, a malapena udibile.
— Dove... sono?
Avanza di un passo. Poi indietreggia di un passo. Poi avanza di nuovo, come se il suo corpo non riuscisse a decidere se dovesse servirmi o fuggirmi. I suoi occhi vanno dal mio viso a un punto sopra la mia testa, sul muro, dove deve essere fissato qualcosa che non vedo — un monitor, un segnale, un testimone.
— Non muovetevi, dice scuotendo la testa. Non muovetevi, vi prego. Io... vado a chiamare... Bisogna che...
Balbetta. Deglutisce la saliva. Poi si ferma in piedi ai piedi del mio letto, le due mani contratte sul tablet come su uno scudo, e mi guarda. Davvero. A lungo. Come se volesse assicurarsi che non scomparirò nel secondo in cui sbatterà gli occhi.
— Voi... eravate una leggenda, sospira infine.
La parola mi colpisce in pieno ventre.
Leggenda.
Non si dice di una viva. Si dice di quelle che si raccontano la sera, a voce bassa, nei cerchi attorno al fuoco. Di quelle il cui nome si incide nella pietra perché non si ha più la fortuna di pronunciarlo davanti a loro. Si dice delle morte.