13 maggio, la vigilia
Genova, 10 maggio 1938, anno XVI E.F.
Tema
Il Duce si accinge a visitare la nostra amata città: come si prepara ad accoglierLo la tua famiglia?
Svolgimento
Io e la mia famiglia siamo pronti ad accogliere il Duce come si merita. Mia sorella Giulia ed io abbiamo già partecipato a tante prove e siamo pronte per il saggio ginnico che si terrà per Lui in Piazza della Vittoria tra quattro giorni: io sono più piccola (lei è una Giovane Italiana) ma sono più brava, e prometto di non fare più arrabbiare la nostra colonnella, che è buona e non se lo merita.
Lei dice che noi Piccole Italiane siamo come tante rondini liberate dal Duce perché l’Italia sia come la primavera: sempre fiorita. È per questo che dobbiamo amarlo come amiamo la nostra Italia, ma anche ubbidire alle sue parole Credere, Obbedire, Combattere: Credere a quello che dicono i nostri superiori (cioè a lei, la colonnella), Obbedire agli ordini del Duce e Combattere, ma non contro gli altri, contro noi stessi per rimediare ai nostri difetti (quando lo dice mi sembra guardi sempre me).
Dice anche che se sapremo comportarci così, da grandi diventeremo buone madri di famiglia, con figli anche loro educati e degni della nostra grande Patria, Romanamente Imperiale: quando sento queste parole mi immagino Umberto, mio fratello piccolino, già grande e grosso, vestito da antico centurione, ritto davanti al Duce, che mio zio Arturo mi ha detto che quando venne a Genova, che non ero ancora nata, anche Lui era travestito, ma da ammiraglio, con la feluca in testa.
Anche mio padre e mia madre sono impegnati per accogliere il Duce: mio padre perché è un commissario, e dovrà comandare i suoi uomini perché vigilino su di Lui, mentre mia madre dovrà stirare ben benino le gonne e le camicette mie e di mia sorella perché siano bellissime quel giorno, ma anche lucidarci le scarpe (ma forse questo dovremo farlo da sole) e aiutarmi a fare le treccine.
Quando saremo in Piazza, davanti all’Arco della Vittoria (vicino alla scuola di Giulia) grideremo forte: grazie Duce per il senso che hai dato alle parole Patria, Onore e Famiglia!
Distolgo lentamente lo sguardo dal foglio per fissare mia moglie negli occhi e, cercando di non farmi confondere dall’intensità del loro azzurro: “Perché lo hai tu?”.
“La maestra Iole mi ha mandato a chiamare con un biglietto e ieri sono andata a parlarle”.
“E me lo dici solo ora?”.
“Intanto parla piano, il bambino dorme ancora”, mi risponde lei indicando la culla accanto al letto matrimoniale. Poi, sistemandomi la canottiera: “E poi cosa pretendi? Quante volte abbiamo l’onore di averti tranquillo in casa?”.
“Va beh, dimmi cosa ti ha detto l’insegnante”, sussurro.
“Che Irma è intelligente”, e aggiunge, con un sorriso sornione, “molto intelligente”.
“Questo lo sapevamo già, sputa il rospo”.
“Non usare questo linguaggio con me: non sono una sospettata”.
“Va bene”. La accontento e dopo un sospirone forzato: “Cara mogliettina, potresti per favore dirmi cosa aveva da dirti la maestra della nostra adorata figliola?”.
Elena mi guarda a lungo prima di spiegarmi: “Continua ad essere un po’ vivace: la sua collega Evarista…”.
“La colonnella?”, la interrompo.
“Esatto, lei: si è sfogata con la signorina Iole. Premettendole che preparare le bambine pretende già di per sé una fatica improba: schierarle in ordine di statura, farle esercitare nella marcia e nella sincronia nell’eseguire il ‘fila destra’, ‘fila sinistra’, ‘attenti’, ‘riposo’…”.
“Continua”, la sollecito, immaginando già cosa mi avrebbe raccontato.
“Sabato scorso, durante la prova generale del saggio per Mussolini, la signora Evarista ha notato con sconforto che c’era qualcosa che non andava: dopo aver disposto le bambine in ordine di statura, quando si dava inizio agli esercizi l’armonia si rompeva, le altezze non corrispondevano e nemmeno la cadenza dei passi”.
“Irma”, mormoro cercando di reprimere un sorriso.
“Irma, esatto: sembra si dilettasse ad alzarsi sulle punte o piegare le ginocchia per sembrare più alta o bassa e segnava il passo in modo da confondere le altre”.
“Bene, o meglio male: la colonnella come l’ha presa?”.
“Le ha dato uno schiaffo”.
“Ha fatto bene”, commento pensando il contrario. “E allora?”.
“La cosa sarebbe finita lì, ma un poliziotto in divisa si è avvicinato e ha messo sull’avviso la signora Evarista, chiedendole se sapeva di chi fosse figlia la bambina che aveva punito in quel modo, lei non ne aveva idea e ora è preoccupata”.
“Che la maestra di Irma la tranquillizzi: il babau non la mangerà”, rispondo a mia moglie quasi ridendo. “Ora lasciami andare a fare la barba, devo uscire”.
“E alla bambina quando parli?”, mi chiede Elena con sguardo severo, il tema di nuovo in mano. “Perché questo deve rifarlo a casa”.
“Farò due chiacchiere con lei stasera”.
“Ma ti sembra normale che diano un tema su come le famiglie si preparino a ricevere il Duce? La maestra mi ha fatto capire che non è stata farina del suo sacco”.
“Il Minculpop1 qualche volta ha delle buone idee: tante volte i più piccoli sono di una sincerità disarmante”, le rispondo sorridendo.
“E ti sembra giusto estorcere informazioni agli scolari?”.
“Evidentemente il metodo funziona: fai sapere a tuo zio Arturo che eviti di raccontare aneddoti sul Duce, nun è cosa, come diciamo a Napoli”.
***
“Vuoi veramente che Fabia continui a fare questo lavoro?”.
“Sai bene qual è la risposta”.
“Allora cos’è questo ripensamento?”.
“Non so se me la sento”.
“Non te la senti? Ma è tutto predisposto a puntino, tutto come un ingranaggio ben oliato”.
“C’è qualcosa che mi dice di non farlo”.
“Qualcosa? Quando ti sono venuti questi scrupoli? Ricordi il giorno che ti ho proposto l’affare? Mi avevi risposto che ti fornivo la chiave per fuggire dalla gabbia dove ti sentivi rinchiuso… e ora?”.
“Appunto, non vorrei uscire da una gabbia per entrare in un’altra, vera… fino al giorno della fucilazione, ammesso e non concesso di arrivarci intero”.
“Bene, non insisto riferirò a chi di dovere che ti sei tirato indietro, e che, visto ciò che sai, sei da considerare pericoloso”.
“Ma scherzi, non voglio che sua eccellenza…”.
“Se fai anche una sola volta quel nome ti taglieranno la lingua, prima di buttare il tuo cadavere da qualche parte conciato in modo che nemmeno tua madre ti riconoscerebbe”.
“Sei sicuro che non correremo rischi?”.
“Il rischio c’è ma è calcolato: abbiamo le spalle ben coperte, lo sai”.
“Sì, lo so”.
“E allora cosa ti manca, il coraggio? Non voglio pensare che tu non sia più l’ardito che ho avuto come compagno d’armi… ed il legionario carico di gloria”.
“Sono trascorsi vent’anni”.
“In confronto a quello che abbiamo passato allora, questo sarà un gioco da ragazzi. Senza contare che potrai aggiungere qualche medaglia alla tua collezione”.
“Ma cosa ti dice il cervello?”.
“Pensaci e datti una risposta da solo: quando le acque si saranno calmate, si intende… per ora accontentiamoci del vil denaro. O ti schifa?”.
“No, quella cifra mi consentirebbe di non arrivare all’ultimo dei miei giorni spegnendomi lentamente. La mia vita, oggi, è svegliarmi e andare a coricarmi senza mai sorridere, mantenuto da…”.
“Appunto, ti ho messo su un piatto d’argento un’occasione irripetibile: vuoi avere un futuro dove vedrai realizzati i tuoi sogni o dove guarderai indietro, rimpiangendo quello che avresti potuto fare per essere appagato e, soprattutto, far felice la tua Fabia?”.
“Sia. Mi servirebbe più coraggio restare come sono”.
“Allora faremo quello che si deve, per il bene comune”.
“Iterum rudit leo2”.
***
È ora che Giulia e Irma si sveglino: Elena accende la radio prima di accompagnarmi alla porta per salutarmi, come d’abitudine, con un bacio. Quando, sceso qualche scalino, mi giro per vedere se è ancora sul ballatoio, non posso fare a meno di osservarla in un certo modo, mentre un’adeguata colonna sonora proviene dal nostro Marelli: “saran belli gli occhi azzurri e il nasino un po’ all’insù… ma le gambe ma le gambe a me piacciono di più…”.
Mentre lei, arrossendo, soffoca le voci di Enzo Aita e del trio Lescano chiudendo l’uscio, io scendo rapidamente i tre piani che mi separano da corso Sardegna: oltre il portone troneggia la ruota di scorta, fissata sul parafango a lato del cofano motore, della Fiat 508M che Beccacini ha sistemato sul marciapiede.
“Ti sembra il modo parcheggiare?”, lo aggredisco mentre apro la portiera e mi siedo accanto a lui. “Forza, metti in moto e portami alle carceri”.
“Mi scusi dottore, ma è presto, chi vuole che si lamenti?”.
“Presto o tardi non ha importanza, almeno noi cerchiamo di dare il buon esempio”, continuo a redarguirlo, aggiungendo, “anche per quanto riguarda il sistema allocutivo”.
“Prego?”, chiede il mio subalterno che, eseguita un’inversione, si dirige verso la destinazione indicata.
“Viene dal latino alloqui, vuol dire rivolgere la parola a qualcuno”, gli spiego senza riuscire a trattenere un sorriso. “Insomma dovresti darmi del voi!”.
Beccacini, ridendo: “Facile, per un laureato, prendere in giro un povero ignorante! Ma mi dica: veramente il lei sarà proibito perché di origine spagnola?”.
“Non credo proprio il motivo sia questo: avresti dovuto seguire a marzo La lingua d’Italia… ma sei ancora in tempo, credo riprenda a settembre, potrai porre il quesito ai conduttori”.
“Io alla radio sento solo le cronache delle partite e le canzonette”.
“Bravo, dunque tieni per te certe cose e guarda la strada per non mettere sotto qualcuno”.
In pochi minuti Beccacini mi porta davanti al carcere e, scendendo dall’auto scoperta, mi raccomando: “aspettami qui, potrei trattenermi pochi minuti come un paio d’ore”.
Sistemandomi la cravatta suono il campanello del pesante portoncino e, dopo qualche istante, si spalanca lo spioncino, dal quale una voce dal forte accento sardo mi chiede cosa desideri.
Quando mi qualifico l’uomo dal viso più peloso che abbia mai visto mi fa entrare, specificando: “venite, il direttore vi attende”.
Accompagnato da un’altra guardia varco due cancelli coperti da spesse mani di pittura color crema – richiusi pesantemente alle mie spalle – quindi salgo una rampa di scale.
In un ufficio se possibile ancor più spartano del mio il dottor Malipiero, seduto ad una scrivania macchiata di inchiostro, mi accoglie con una robusta stretta di mano ed un sorriso che svela un dente d’oro.
“Benvenuto commissario, ho disposto per l’incontro con il Bruno, ma prima vorrei far due chiacchiere con lei”.
“Mi dica”.
“So che non sarebbe di mia competenza, ma sa, la curiosità…”.
“Cosa vuol sapere?”.
“Del mio ospite provvisorio so solo che è gravato da una condanna a morte emessa dalla Corte d’Assise di Torino il 13 ottobre 1936, null’altro. Vuole raccontarmi qualcosa in più?”.
“Vuol sapere i motivi?”.
“Se possibile…”.
“A Moncalieri, in una notte del maggio di quell’anno, un incendio mandò in cenere la rimessa dove il ragioniere Gabriele Bruno ricoverava la sua automobile: i pompieri, domato l’incendio, trovarono un cadavere carbonizzato. Visto che il contabile non si riuscì a reperire, né in casa nell’immediatezza dei fatti, né il giorno dopo alla fabbrica ove era impiegato, si pensò che fosse rimasto vittima nell’incidente, forse provocato da una scintilla che si trasmise alla benzina mentre stava eseguendo qualche lavoro di manutenzione alla sua macchina”.
Mi interrompo per un attimo per chiedere: “le dispiace se fumo?”.
“No, faccia pure”, mi risponde il direttore porgendomi un posacenere e, tornando a mostrarmi la capsula dorata. “Basta che non mi mandi a fuoco l’ufficio”.
“Non si lasci suggestionare dal mio racconto”, lo tranquillizzo accendendomi una Macedonia. Poi: “Dopo il funerale e la tumulazione del corpo nella tomba di famiglia tutto sembrò finito”.
“Non aveva parenti?”.
“Ha messo il dito nella piaga: è stato grazie a sua sorella se lo ho arrestato!”.
“Mi racconti”.
“L’incendio non fu un incidente: faceva parte di un piano criminale ideato dallo stesso ragioniere che, oberato dai debiti, aveva deciso di simulare la sua morte in modo da truffare varie compagnie di assicurazione con cui aveva stipulato ingenti polizze sulla vita”.
“E il cadavere irriconoscibile ritrovato nell’autorimessa di chi era?”.
“Un ex dipendente della fabbrica, dove ancora lavorava il Bruno, che si era ridotto a fare il mendicante: la sera dell’incendio il contabile lo caricò sulla sua auto dicendogli che lo avrebbe portato a casa per un lavoretto. Giunti alla rimessa, dopo averlo stordito, lo lasciò, esanime o morto, vicino all’auto, quindi andò in un bar, a consumare qualcosa”.
“Per crearsi un alibi?”.
“Più che altro perché faceva abitualmente così, anche se non mancò di dire che, al suo ritorno a casa, avrebbe provato a fare una riparazione all’auto, con la saldatrice”.
“Lasci finire me: rientrato appiccò il fuoco alla rimessa, quindi sparì”.
“Esatto, e nessuno sospettò di nulla, ma quel fatto delle assicurazioni mi aveva fatto sorgere dei dubbi”.
Ad un cenno del direttore che mi esorta a proseguire, spengo la sigaretta e: “Disposi un piantonamento discreto davanti a casa della sua unica parente, una sorella anch’essa non maritata: dopo quasi due settimane si fece vivo”.
“Allora lo arrestò?”.
“Non ci fu bisogno: il mio uomo non lo riconobbe perché si era fatto crescere la barba, ma la signora, onestissima e sconvolta per essere stata presa in giro dal fratello, rifiutò di accettare la proposta di riscuotere i premi delle assicurazioni, anzi lo obbligò a costituirsi”.
“E la Corte d’Assise lo condannò a morte”.
“Sì, ma da quel che so il suo avvocato è ricorso alla Corte di Cassazione per il parziale annullamento della sentenza: i giudici di Torino non avrebbero ben motivato le circostanze aggravanti”.
“Così eviterebbe la pena capitale”.
“Già, ora posso incontrarlo?”.
“Mi domando cosa vorrà da lei”.
“Anch’io, anche se lo immagino: se la Cassazione dovesse optare per un parziale annullamento del giudizio il Bruno tornerebbe davanti ai giudici d’Assise ed io sarei risentito”.