00.57.46.

466 Words
00.57.46.Torino non esiste. L’uomo con la sciarpa e il cappello non lo sa. Torino fugge. Nelle piazze, nella prospettiva infinita degli incroci a novanta gradi, nel ventre umido dei cortili del centro. L’uomo con la sciarpa e il cappello è mancino e il suo cane si chiama Scerbanenco. Sta camminando sul lungo Po all’altezza dell’arcata trentacinque. Lui cammina e nessuno lo vede. Sarà la nebbia, sarà il freddo boia, la notte nera come l’interno del buco del culo di un uomo. Sarà Torino che non esiste. Che è uno scherzo dell’immaginazione, una fermata inventata dal treno: la fantasia di un cane che lo porta a rovistare tra i sacchi dell’immondizia appena sciolto il laccio che lo costringeva accanto al padrone. L’uomo con la sciarpa e il cappello intanto cammina e pensa ai gialli. Il suo tarlo. La quadratura dell’immaginazione. Il cerchio messo a posto a martellate e sillogismi. Allora si siede. Dall’ultima panchina dei Murazzi sente le macchine andare dentro la notte davanti al chiosco dei panini di Santa Rosalia. Sente il vapore acqueo allungarsi verso il fiume e chinarsi nelle sue ossa, sente un lento e monotono muoversi a cui non sa dare un nome. Torino, un milione e mezzo di persone, ognuna con la sua storia e la sua fissazione, fabbriche, terroni e magrebini. Il mercato di Porta Palazzo e le puttane di Corso Unione. Torino barocca, di mattoni e nebbia dura, Torino mignotta di un bambino chiamato dal ballatoio giù in cortile, febbraio e silenzio di appendicite. Quante persone ci sono come lui a Torino? Quanti controllori ligi al dovere, quanti pollivendoli, quanti studenti, quanti morti al cimitero, quanti morti in piedi e seduti al bar? L’uomo con la sciarpa e il cappello non lo sa, ma adesso sta pensando ai condomini proletari sull’anello della tangenziale, alle spalle di corso Francia piene di cemento fino a Collegno, ed è sempre stato convinto che al mondo ci sia troppa gente. Troppi stronzi e troppi innocenti. Troppo difficile andare avanti così, troppo difficile dedurre, dare la soluzione del caso. Il mondo non è un posto furbo per vivere. Non lo diventerà mai. Per i bambini, per i vecchi, per i sognatori, per le commesse dell’IKEA che vendono mobili dai nomi impronunciabili. Poi Scerbanenco prende ad abbaiare contro il gruppo di arcate che sorreggono la strada. Il cane sta percorrendo dei semicerchi intorno a un sacco nero di pvc. L’uomo con la sciarpa e il cappello giunge all’altezza della volta e tira la bestia per il collare, ma Scerbanenco rimane immobile e lo porta con un cenno del muso a guardare nel taglio d’ombra del sottoportico. Allora l’uomo mancino si spolvera gli occhi con i guanti e pensa di avere sonno, troppo sonno. Che è ora di tornare a casa. Scerbanenco latra ancora una volta scodinzolando. Poi si mette a leccare il sangue non ancora del tutto coagulato che è fuoriuscito dal corpo.
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