00.57.08.

705 Words
00.57.08.Giorgio Paludi, commissario, aveva un talento eccezionale nel fare figure di merda. Gli veniva naturale. Ma la cosa più interessante era che il suo collega Pietro Anastasi, ispettore, neppure se ne accorgeva. E lui ci faceva la mosca cocchiera. Adesso al telefono l’aveva chiamato cicci senza pensarci, col nomignolo che dava a Eva quando era preso dai tormenti del sentimento. – Ha il raffreddore commissario? – Sì cicci, che c’è? – Volevo parlarle. – Che vuol dire? È successo qualcosa oppure no? Volevo parlarle… Che telefonate mi fa ispettore? Lavora a un centralino per assistenti sociali? Ho una pentola a pressione al posto del retto e oggi dovrebbe essere il mio giorno libero. Tagli corto per favore. – Guardi che è sabato anche per me. E io sono ispettore, non commissario, quindi prendo trecento euro al mese meno di lei, ma le rotture di cazzo sono le stesse. Anastasi aveva ragione. Doveva darsi una calmata. Torino gli faceva venire la febbre. – Ok. Ritiro tutto. Basta che non si addormenta al telefono. – Non si preoccupi, sto prendendo regolarmente le pastiglie. L’ispettore era un narcolettico convinto, nel senso che certe volte proprio strabuzzava gli occhi e ci dava del grosso. Una volta si era addormentato durante un appostamento ai Giardini Reali mandando a monte un’operazione antidroga. Il commissario aveva scoperto le pastiglie per sbaglio frugandogli nell’armadietto. Ma questo avrebbe potuto costargli il servizio attivo e relegarlo dietro una scrivania a mettere i timbri. Dopotutto il Paludi era un uomo di parola e non avrebbe parlato. Aveva anche lui le sue storie da cancellare. L’ispettore continuò. – Un presunto caso di omicidio. Sul luogo ci sono già due agenti, ma ho dato ordine di non muovere neppure un dito prima del suo arrivo. Giorgio Paludi si lasciò stancamente cadere sul divano. – E perché ha chiamato me? Lo sa che sono alla buon costume. Sono appena tornato nella mia casetta. E ho voglia di fare colazione, di fare le cose normali che fa la gente normale, non so se mi capisce… Non ho nessuna intenzione di rincorrere assassini. Tanto più se presunti. Non lo faccio più da un sacco di tempo ormai. Non ho più il fisico. Il pensiero gli andò al commissariato di via Prè a Genova, agli anni passati all’investigativa, alle centinaia di casi risolti e alle migliaia di quelli irrisolti. E poi la fine di quella storia, quella maledetta giornata di luglio in cui tutto era precipitato. Il G8. La Diaz. Bolzaneto. Gli interrogatori, le accuse. Il silenzio. I giornalisti. Le manifestazioni. Silenzio su silenzio e frasi imboccate dai superiori. Aveva sempre ripensato a quei giorni con disgusto. Aveva pensato che essere in polizia non significasse macchiarsi di una delle pagine più nere della sua storia. Ma ci sarebbe stato bisogno di gente con il pelo sullo stomaco, gente capace di prendersi le proprie responsabilità. E lui invece aveva taciuto troppe cose e il fatto era tanto più grave proprio perché tutti sapevano, intuivano. Per questo suo silenzio ora si trovava distaccato in esilio volontario alla buon costume di Torino, a visionare cassette porno e sequestrare popper nei sexy shop del centro. Lontano da occhi indiscreti. Lontano da brutti pensieri. Poi senza aspettare la risposta, scacciando quel dolore allo stomaco. – Eppoi che cosa vorrebbe dire presunto? Avete trovato un cadavere o una bambola gonfiabile? – A che piano abita? – Al secondo, lo sa benissimo ispettore. Per favore vuole dirmi che sta succedendo? O adesso nel tempo libero si è messo a fare le marchette per il catasto? – Non deve affatto muoversi allora. Al terzo. Il commissario stava per perdere la calma. – Non la sto seguendo. – Non mi deve seguire. Deve solo salire di sopra. La pattuglia dev’essere già arrivata. Io sbrigo due telefonate e fra cinque minuti sono lì. Aveva riattaccato. Solo allora il Paludi si rese conto del trambusto sul pianerottolo e del poliziotto che dava ordini per le scale. Si alzò in tutta fretta e si apprestò a uscire, poi tornò in sala a prendere le sigarette sul divano. In mezzo al cuscino c’era la confezione regalo di Ferrero Rocher che aveva comprato per il compleanno di Eva. Completamente sfasciata. Ci si era evidentemente seduto sopra. D’istinto guardò il calendario: il compleanno di Eva era già passato da due giorni. Ora sì, capiva il suo umore da funerale. La settimana iniziava alla grande.
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