00.56.41.

411 Words
00.56.41.Dicono che per seguire una storia ci vuole il filo. Del discorso, della gonna, del passo, del malumore. Comunque qualcosa da tenere sott’occhio come un figlio vostro o un dizionario ‘Devoto’. Il fatto è che una storia benché sembri strano non si sa mai dove inizia, ma solo dove va a stendersi, e sia un letto, un bagnasciuga, o un marmo. Ecco. Adesso è una fòrmica, la plastica del tavolino di un bar. Non una formìca. Perché c’è differenza tra un insetto sociale che vive in comunità e un laminato da rivestimenti. Con le parole bisogna starci attenti. Attenti a non usare un vaso da notte come urna per le ceneri sennò si rischia di finire male. Soprattutto se uno fa un lavoro come il mio e si chiama Dàvid Miglietta. Allento il nodo della cravatta e sputo il tabacco in un fazzolettino. Torino è nera di fuliggine fuori dalla vetrina. Gli avventori dentro alle macchine si tallonano nel traffico di fine serata sognando un posto in pantofole vicino ai termosifoni con il gatto sulle gambe e la moglie a fare la calza. Io no. Io sorrido alla cameriera. Happy hour, due negroni al prezzo di due. I conti non mi tornano. Glielo dico. – Guardi che ho preso due negroni, ma se me li fa pagare il doppio non è happy hour, è pigliare per il culo Monchery. – Come? – Monchery. Tutto attaccato come la caramella. – No intendevo… Allora mi alzo e gli lascio la mancia, che lei non c’entrava proprio niente. Mi grida dietro che non può accettarli. – Ehi signore! Si dev’essere sbagliato. Mi volto di tre quarti e decido di allungarle il senso del discorso. – Non sono cento euro monchery. Sono il mio numero di telefono. Sorride. Li volta. – Allora ti chiamo! La ragazza ha il nasino all’insù, piccolo e dritto come una bomboniera, le gambe brevi e intonate, gli occhi brillanti. Mise en place di curve a dismisura. E io sono bello e piccato, così distante e così vicino per lei, da farle sembrare Torino una nuvola d’oppio. Però se le avessi lasciato il numero del cellulare su un biglietto da cinque adesso non sarebbe seduta di fronte a me sulla veranda di casa. Magari il sorriso lo farebbe lo stesso; è una ragazza educata, Vestia. E tutto sommato ubriaca. Poi prende un biscottino della Bistefani e se lo sbafa, girandosi la cordicina degli occhiali di bachelite tra le dita. – Sono un tipo strano – dice, – Quando mangio non mi si gonfia la pancia, mi crescono le tette.
Free reading for new users
Scan code to download app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Writer
  • chap_listContents
  • likeADD