00.56.00.Giuseppe Calabrese si andò a schiantare sotto il comodino scivolando sul pavimento lucido di sangue. Andò a battere la testa sotto l’altarino di sant’Antonio da Padova facendo cascare una mezza dozzina di Madonne di Lourdes piene di acqua santa. Il secondo agente sorpreso dalla coreografia inciampò e finì in ginocchio con la faccia al muro, mentre il collega tentava prosaicamente di ordinare la processione. Dalla camera attigua proveniva un sibilo stretto come lo sbuffo di una caffettiera.
La stanza era in realtà un lungo corridoio con uno slargo iniziale, come una ‘P’ rovesciata. La luce che si diffondeva da una finestra sbarrata che dava sulle scale faceva misteriosamente brillare il pavimento. Le piastrelle del battuto non si riuscivano quasi a vedere, il sangue copriva tutto con uno strato uniforme, come se qualcuno ce lo avesse buttato a secchiate.
Il commissario Paludi arrivò sulla soglia assieme all’ispettore Anastasi che stava detergendosi la fronte con un kleenex.
– Forse sarebbe meglio aspettare il medico legale e quelli della scientifica...
Il commissario non lo ascoltò, prese un paio di guanti di lattice e i proteggi scarpe dalla borsa a tracolla e li indossò, poi si avvicinò a un grumo di vetro brillante nell’angolo della stanza. Si accovacciò, lo prese in mano e lo alzò in direzione della luce. Il suo sguardo andò a fuoco sulla cucina che da lì intravedeva. Il sibilo si fece più insistente e anche l’odore, inequivocabile.
Sotto al tavolo era accasciata una donna che piangeva. Aveva i capelli tinti di magenta con un palmo abbondante di ricrescita. Sulla gonna a quadretti scozzesi teneva una vecchia borsa di tela. Sopra al tavolo c’erano tre confezioni di pelati Cirio da 66cl dentro a un contenitore da dodici. Vetro. Barattoli di vetro.
– Concentrato. È concentrato di pomodoro Anastasi. Venite avanti lentamente e non accendete la luce per nessun motivo al mondo.
Poi rivolto alla donna.
– Adesso è tutto a posto signora. Venga via da lì sotto e spenga il gas per favore.
In risposta la signora iniziò a biascicare qualcosa a denti stretti.
– Chell… la mia… o chell…
Il commissario avanzò ancora di un passo verso la stanza premendosi un fazzoletto sulla bocca. Raggiunse il forno alla sua destra e spense la condotta generale del gas.
– Si calmi signora. Adesso ci siamo qua noi. Che cosa è successo? Ha chiamato lei in centrale?
Il commissario si voltò in direzione della finestra per andarla ad aprire, allora la donna urlò improvvisamente, un grido senza tonalità nè corde vocali, un grido che sembrò provenire dalle profondità del suo intestino.
– Michelle! La mia Michelle…
Giorgio Paludi, commissario, si voltò repentinamente e iniziò a deglutire saliva. Forse stava vivendo un’altra vita, quel pianeta non lo capiva più.
In fondo alla cucina, al di là del tavolo, oltre la donna, giaceva il corpo di una ragazza con le ginocchia piegate sotto la pancia, la testa schiacciata sul pavimento e il sedere sui talloni.
Aveva una maglietta a losanghe nere raggomitolata sul culo, un collare da doberman con le borchie stretto al collo e un paio di forbici piantate nella schiena.
E quello intorno a lei non era sugo di pomodoro.