00.55.37.

693 Words
00.55.37.Il cielo non fa rumore. Se sai disegnarlo e hai una bella tela bianca da imbrattare perlomeno. Cielo e assenza di rumore. Il cielo incorniciato nei vetri insonorizzati degli ospedali. Cielo a spicchi e ad acquazzoni. Cielo di emoglobina. Ripenso a quando andavo a trovare mia nonna a Candiolo, al reparto di oncologia. All’odore di vecchio e d’ospedale. Al sospetto infondato che la morte fosse solo una parentesi di cui doversi occupare il meno possibile. Invece ora sono costretto a farci i conti tutto il giorno, senza nemmeno il lusso di un’onesta partita a scacchi. Sento arrivare l’infermiera. Il rumore degli zoccoli sulle piastrelle della stanza. La mano che inclina la maniglia e la porta che ruota sui cardini. Per un momento si arresta la discesa del liquido gelatinoso nelle mie vene. Poi ricomincia. Ormai ho la gola nel braccio, le papille nelle condutture. Sono incollato alla flebo come una ventosa testarda e lei deve essere giovane e bionda. Deve essere una donna di Manara con lo sguardo etnico di una danzatrice derviscia. Deve essere quello che voglio, perché tanto sono morto. Fiuto, sento e invento la mia realtà. Che poi non è altro che la fantasia al rovescio. Arriva. Ha un profumo lento come un ballo a tre passi. Profumo da boulevard o da quartiere popolare di tango. Colleziona giornali di moda, mangia chili di gelato al pistacchio e quando si china sul mio letto per staccare l’applique e cambiare la soluzione fisiologica, mostra le tette attraverso la V bianca di cotone. È una ragazza sincera quest’infermiera, è cresciuta sul ciglio di un giardino di collina. Forse a Superga o sotto il monte dei Cappuccini, aveva alberi di ciliegio fioriti e gatti persiani viola. Persiani viola, già. – Buongiorno Fabio. La sua voce negra e pastosa, buona da curarsi il raffreddore. Mi saluta sempre, a volte credo che mi accarezzi anche il viso. Lo so perché sento il suo odore dentro le narici che mi scolla le terminazioni nervose. Ma la mia pelle non ha più sensibilità. Sono costretto a razionalizzare tutti i sensi e interpretarli. Solo allora diventano miei. Forse è un controsenso, o un innesto sbagliato. Ho solo perso i collegamenti con il mio corpo. Sono orecchie e naso. Un cartone animato che non fa ridere nessuno. Se mi tirassero su le palpebre riuscirei anche a vedere perché distinguo la luce del giorno alla mia sinistra. E so anche che oggi sono due mesi. Sessantuno giorni. Mille quattrocento sessanta quattro ore. Ottantasettemila cinquecento quaranta minuti. E ancora tutti i giorni quando il sole arriva sotto le palpebre entra mia madre. Si toglie il cappotto e lo butta sulla spalliera di alluminio del letto. Alza la lavagnetta di metallo e segue la linea spezzata tracciata a penna. Controlla se ho la febbre. Ma non ne ho mai avuta. Nemmeno una lineetta. In coma, ma sano come un pesce. Si siede vicino al letto, sono sicuro che mi sta tenendo la mano. – Oggi è arrivata da pagare la multa per il negozio. Non so proprio come faremo. Devo ancora finire di pagare la macchina. Inizia a mugolare che capitano tutte a lei. Poi si zittisce. Ogni nuova crisi per mia madre è sempre stata un’ennesima carta da giocare nel suo gioco preferito: Qualunque cosa ti sia successo, la mia vita fa più schifo della tua e solo io ho il diritto di lamentarmi, di scoppiare e polverizzare gli affetti. Se potessi le metterei una mano nei capelli e la accarezzerei. Le direi che con la rabbia si genera solo dolore e altra rabbia. La terrei stretta tra le braccia questa stronza di una donna che è mia madre. Se solo potessi. Qualcuno apre la porta e sento il suono di una radio venire dalla corsia. Paolo Conte sta invitando qualcuno a farsi un bagno, ché fuori il mondo è freddo e lui ha un accappatoio azzurro che dovrebbe servire a qualcosa. Mia madre mi chiede se mi ricordo quando siamo andati sul lago d’orta la domenica di pasqua del 1989. Allora faccio quella cosa che io chiamo dormire. Chiudo il rubinetto dei pensieri e mi entro dentro al cuore come una mano nell’acqua.. Di notte quando è nera e non c’è la luna.
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