00.54.35.

938 Words
00.54.35.La sua vicina di casa si chiamava Michelle ed era la figlia della massaia. Il commissario non riusciva a capacitarsi del fatto di non averla mai incrociata per le scale. Forse era venuto il momento di smetterla di guardare per terra. Venticinque anni, un metro e settanta, laureanda in lettere moderne con la media di ventinove virgola sei. Adesso invece era rimasta solo la virgola del suo corpo nell’angolo tra la finestra e l’armadio a muro. Il volto completamente ricoperto dal sangue e i capelli sciolti fino alle scapole che nascondevano parzialmente un collare borchiato con un’inserzione di metallo per agganciarci il guinzaglio. Il commissario Paludi si spostò alla luce. Il sangue aveva imbevuto parte della poltrona davanti al radiatore e sul muro, dal lato opposto del corpo, aveva tracciato la linea ondulata di una grossa mammella. All’altezza della lavastoviglie, davanti al tavolo della cucina, il liquido ematico iniziava poi a confondersi con il passato di pomodoro e non era più possibile seguirne le indicazioni. – Il lunedì mattina… È il giorno della spesa. Le porto sempre la spesa in casa il lunedì mattina. Lei ha sempre tanto da fare… La madre sembrava parlare sotto l’effetto di un bombardamento di barbiturici. Poi scoppiò a piangere. L’ispettore arrivò in cucina con una confezione di olio Baby Johnson. – Si calmi signora, ora la portiamo via e mettiamo tutto a posto. Ecco su, si asciughi gli occhi. E le porse un fazzolettino di carta. Ma si rese subito conto di aver detto una cazzata. Mettiamo tutto a posto… Ma che cosa stava dicendo? Il commissario fece un cenno all’ispettore come a sollevarlo da quella preoccupazione fuori luogo e ritornò a guardare il cadavere della ragazza. Il suo sesso glabro e la postura a cucchiaio. Le braccia. Una avanti e una indietro. Era strano. Di solito le vittime di morte violenta si portavano dietro un’espressione di sforzo, di dolore. Michelle invece a vederla così sembrava riposare. Una mano sotto il viso a rendere più confortevole il sonno e l’altra a ripararsi dagli spifferi. Eppure qualcuno doveva averla messa in ginocchio e poi scopata a cane. Paludi si avvicinò all’ispettore. – Il braccio sinistro dev’essere lussato. Prese il polso dell’ispettore e glielo torse all’indietro. Riuscì a farlo girare senza sforzo. – Vede? Deve averla tenuta in questa posizione. Crack! L’ispettore chiuse gli occhi come se solo il rumore potesse rompergli il braccio. Il commissario mollò la presa. – Che cosa ci fa con quella roba in mano? L’ispettore brindò istintivamente con la boccetta di olio Baby Johnson. – L’ho trovata di là nell’ingresso. Non so, forse serve a qualcosa. – Va bene, la metta in una busta di plastica. Poi rivolto ai colleghi. – Qualcuno accompagni fuori la signora senza fare casini. L’agente Petri si appressò alla donna. Con estrema delicatezza le porse un braccio e la invitò a tirarsi su. La signora esitò, poi si mosse d’incanto aggrappandosi con tutte le forze al braccio dell’agente, una silfide passata alle visite militari per raccomandazione. Petri Lorenzo di Tor Vaianica non capì l’improvvisata e si ritrovò con la schiena sul pavimento, tirando un colpo di nuca sulle piastrelle. La donna iniziò a mugolare e l’agente tentò senza risultato di risollevarsi dalla figura di merda e dalla posizione supina. Il Paludi girò sui tacchi e prese la via del corridoio facendo scendere santi e madonne. L’ispettore Anastasi si accodò dietro di lui come un chierichetto. Tra i due corrimano di plastica il commissario vide sopraggiungere i fotografi della scientifica e l’esperto di rilevamenti, Rosmini. Tre celeberrimi incapaci. Uno con il cruccio delle corse di cavalli e gli altri due ricchioni e palestrati, con i bicipiti talmente gonfi che il commissario Paludi si era sempre chiesto come potesse giungergli il sangue alla testa. – Bene. Adesso siamo al gran completo! Ha preparato le trombette per il vaudeville? Poi riprendendo la calma. – Il medico legale non c’è? – Non lo vedo. – Lo chiami subito. L’ispettore Anastasi prese il cellulare e gli diede le spalle. Giovanni Sartori, ex sottotenente di vascello della marina militare italiana e inquilino del terzo piano, stava in capo alla porta con le mani conserte e un minchia di pechinese che continuava ad abbaiare a singhiozzi. I tre arrivarono e salutarono il commissario. Rosmini abbozzò un sorrisetto criminale e diede una gomitata immaginaria agli altri due. – Ma si occupa lei del caso? Credevo che fosse ancora addetto alla nostra videoteca… Il commissario Paludi strinse le nocche fino a farsi venire le mani bianche. Affrontò faccia a faccia il collega, a un palmo dal suo naso. Poteva sentirne l’odore penetrante di Big Babol alla fragola. – Stia sentire Rosmini, in genere quando ammazzano qualcuno nel mio palazzo, preferisco occuparmene io. Sa com’è, per mantenere un buon rapporto di vicinato. Poi, rivolgendosi agli altri colleghi. – Non cercate tracce dei piedi o di suole delle scarpe. Il corpo di ballo della polizia ha già fatto tutto il repertorio lì dentro. Non trovereste nulla. Fotografate palmo a palmo tutta l’abitazione e portatemi l’esperto di tracce ematiche. I muri sembrano una carta fluviale dell’Amazzonia. L’ispettore Anastasi continuava la conversazione al telefono, ora si era tolto il berretto e si stava grattando la testa. – Svuotate il frigorifero e la pattumiera. Se allo stronzo è venuto un po’ di languore non voglio perdermi la merenda ok? E lontani dalla ragazza finché non arriva il medico legale. Allora? Sta arrivando Lucentini? L’ispettore si avvicinò al Paludi poi si arrestò a un paio di metri come se fosse sull’orlo di una buca. Il commissario ci guardò dentro. – Beh? – Non può venire. Ce n’è un altro dentro a un sacco di plastica. Arcata trentacinque. Il commissario Paludi si rese conto di avere ancora i guanti e iniziò a sfilarseli. – Anche questo con il collare? Li buttò dentro un sacco della spazzatura che l’agente gli stava porgendo. – No. Niente giochetti. Peggio. – E che ci potrebbe essere di peggio? – Ci aspettano settimane di straordinari commissario. È l’avvocato Prati.
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