00.53.51.

585 Words
00.53.51.Piazza Vittorio inclinata e deserta alle due di mattina. I semafori gialli intermittenti che lampeggiano, in fondo alla vista la chiesa della Gran Madre di Dio con la testa mangiata dalla nebbia. Vestia si sporge dalla finestra del mio attico, bestemmia e domani sarà a letto con la polmonite perché indossa soltanto una maglietta e fuori ci sono tre gradi sotto zero. Le guardo il culo di ematite, scuro come la madonna nera di Tindari e ripenso alla scopata che ci siamo fatti sopra la cucina a isola. La sua bocca chiusa e il suo sudore sulla pelle. Ma dura soltanto un attimo. A tutto c’è un limite. Dopo l’aperitivo e i due Martini si era alzata e aveva iniziato a curiosare per la casa, aveva aperto tutti gli armadi, sparso i dvd per terra, voluto che ordinassi un gelato e poi un altro e tutto questo solo per una misera scopata sui fuochi. Allora la chiamo. – Vieni dentro adesso. Non ammetto repliche, lei rientra con lo sguardo argentato di una bambina un po’ troia a cui si è rotto inaspettatamente il giocattolo tra le mani. Pensava di essere l’egocentrismo delle mie voglie. E invece stancamente le passo tutti i suoi addobbi, la giacca di SASH e dieci centimetri di gonna panna con due macchie di Chianti. Rimane impalata e sembra non capire. Io mi siedo sul divano e guardo nello specchio. Sono ancora impeccabile nonostante il vino, le notti insonni, la merda dentro la testa. Poi mi prendo il capo fra le mani e cerco di non ascoltare Vestia che si è messa a piangere e ripete instancabilmente se deve andare. – Andare. Lo dice, con un accento spagnolo e la erre de strutturata. Chiudo gli occhi. E so di essere nessuno, o peggio uno dei tanti che percorrono le vie e le piazze. Abbiamo smesso di occuparci delle persone a cui vogliamo bene. Seguiamo l’orologio e le lancette, doveri e piaceri. Beviamo con gli amici e non parliamo mai dei nostri problemi. Teniamo tutto dentro. Abbiamo smesso di piangere, di mostrare il lato tenero della gola. Rincorriamo shampiste con le tette rifatte, stagiste che vanno ai corsi di dizione. La città è nostra e noi le apparteniamo come un cancro. Bruciamo le tappe, la storia delle nostre cose banali. Appendiamo chiodi e ci mettiamo sopra i quadri sensazionali delle nostre ipocrisie. Se accendiamo la testa è per bruciarla nella devastazione. Nel lungimirante calcolo di una vita da annientare il prima possibile. Ma quando andiamo a dormire la sera siamo sempre fottutamente soli, soli con la nudità disperata del nostro corpo. Non siamo mai contenti. Tiriamo le coperte per poter nascondere al contempo testa e piedi, maschere e intenzioni, ma abbiamo già un cartellino appeso all’alluce con uno spago. Apro gli occhi. Vestia si è addormentata contro il termosifone, tiene in mano lo spremiagrumi di Philippe Starck. Senza fare rumore mi riprendo i soldi dalla sua borsetta, le passo un braccio dietro le spalle e la aiuto ad alzarsi. Le do un bacio sulla guancia e la metto fuori di casa. Ecco all’opera Dàvid Miglietta; il più grande onesto bastardo che conosca. Appena chiudo la porta inizio a stare meglio, cerco la mia inevitabile distrazione sul comodino della stanza. Compresse colorate e succo d’ananas. Perché la vita è più strana della merda, e per capirla c’è bisogno di un sacco di fantasia. E bisogna essere malati, molto malati per bersela fino in fondo. O solo perché, in fondo, tra tutte le malattie che ci possono capitare cerchiamo solo di farci venire quelle più piacevoli.
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