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Si congedarono. Michela scese le scale dopo aver pudicamente recuperato la spazzatura. Michele si chiuse dentro.
Federica lo udì dare le mandate alla porta.
Le sembrò strano che un uomo tanto grande si barricasse in casa alle 10 del mattino. Poi sentì, ne fu certa, lo spioncino che si sollevava.
Era l’occhio che la guardava, come specificavano le lettere anonime che riceveva?
Che stupidaggine, loro due si erano appena incontrati.
O forse no?
Michele pareva conoscerla sul serio, e non solo per ciò che poteva avere letto su qualche rivista o appreso dalla tivù.
Ripensando a lui, Federica sentiva ancora quella sensazione sgradevole. E quegli occhi addosso, come la lingua di un camaleonte che la raggiungeva ovunque.
Portò una mano alla fronte, era calda. Anche gli occhi li sentiva infuocati.
Più di una volta era stata tentata di rivolgersi alla polizia, ma si era convinta che avrebbe solo peggiorato le cose.
Sempre che l’avessero presa sul serio, i poliziotti avrebbero indagato, scoprendo anche ciò che invece doveva rimanere nascosto. Incastrato dentro lei come una scheggia infetta.
E lo stesso valeva per Alberto. Non si contavano le volte in cui Federica aveva pensato di raccontargli tutto. A tavola, al bar mentre prendevano un aperitivo, durante i lunghi viaggi in auto, in treno per andare alle presentazioni o dietro le quinte di qualche trasmissione televisiva.
Lo aveva guardato, si era morsa il labbro. Aveva aperto la bocca con decisione. È il momento giusto, aveva pensato. Ogni volta era finalmente il momento giusto.
La voce, però, non le era mai uscita.
Una parola, nemmeno una volta.
Non riusciva ad aprirsi. Gli incubi che la frastornavano fin da bambina, erano di suo esclusivo dominio.
Si era confessata con una sola persona al mondo, la dottoressa Tonelli. E adesso lei non c’era più.
Un incidente, avevano grossolanamente dedotto gli inquirenti. Federica intuiva che non era quella la verità.