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La strada serpeggiava tra i campi brulli del Monferrato, fino a morire contro un imponente cancello di metallo.
Un’alta recinzione costellata da telecamere proteggeva la proprietà.
I dobermann erano puntini neri, là in mezzo. Da dietro le finestre del grande casolare parevano inquiete formiche.
Gli avrebbe fatto sputare sangue.
Bastardo.
«Sangue!», gridò.
Il salone era illuminato da decine di ceri che si scioglievano a terra e sui mobili, e ospitava una piccola piscina.
Alle pareti erano appese distese di quadri raccapriccianti, per le scene di violenza che ritraevano.
Unica eccezione all’orrore esplicito, il gigantesco autoritratto in rosso di Domenico Correro, autore anche degli altri dipinti.
Pur essendo stato un balordo degenerato, per il suo carisma era ancora considerato un maestro spirituale, tra coloro che veneravano la sua brutale filosofia.
Quel luogo era stato fatto costruire da Domenico. Apposta per Giulia, la sua figliastra.
Diceva di amarla.
Invece anche lui, come i suoi veri genitori, l’aveva lasciata sola.
Il corpo carbonizzato di Domenico era stato rinvenuto tra le macerie annerite di una chiesetta nel veronese. Si era bruciato vivo per dimostrare la fermezza dei suoi pensieri.
Ma tutto questo a Giulia non era sufficiente. Era sola adesso, per lo più stordita da alcol, droghe e depressione.
Eppure in quel momento tremava per la rabbia.
Nuda, i capelli corvini fino al sedere, dal grande seno e in deciso sovrappeso. Un’orribile cicatrice le sfigurava la guancia destra.
Aveva il corpo ricoperto dai tatuaggi fatti da Domenico. La schiena invasa da un unico satanasso in groppa a un caprone impennato, che inforcava al petto l’Arcangelo Gabriele.
«Bastardo! Ladro!».
Si alzò dal divano di pelle e si tuffò in piscina. Nonostante il grasso, nuotava con l’avvenenza di un delfino.
Qualche bracciata e giunse dall’altra parte. S’immerse e sedette sul mosaico. I capelli le fluttuavano attorno.
Era già avida d’aria, ma l’orgoglio e la furia le impedivano di risalire.
Era troppo!
Nessuna pietà o perdono. Solo vendetta.
E intanto il suo petto sussultava, cercando di costringerla a inspirare.
Sì, doveva fargliela pagare. Non sarebbe uscita da lì sotto finché non le fosse germogliata l’idea di una punizione esemplare, degna della fantasia di Domenico.
Morse le labbra, sentì il sangue nella bocca. L’acqua accanto al suo viso si colorò di filamenti rossi.
Spalancò gli occhi scuri, perfidamente illuminati.
Spinse con le gambe ed esplose fuori, generando una raffica di spruzzi.
Le girava la testa e il cuore batteva duecento colpi al minuto, stritolandole il torace. Trovò comunque la forza di gridare offese a squarciagola verso la cucina: «Pensavi che una scopata e due pillole mi avrebbero tenuta buona? Mi basta una telefonata: lo sai di cosa siamo capaci!».
Parlare al plurale le dava ancora più forza.
Ma perché lui non rispondeva?
Raccolse il telo di spugna poggiato allo schienale della sedia, se lo avvolse in vita e lo fermò al fianco.
Dal suo corpo si staccavano gocce che esplodevano a terra, accanto ai suoi piedi nudi e squadrati. Mozziconi di unghie dipinte di nero, affogate nella carne.
«Dove sei!», gridò. La sua voce però era meno convinta.
Un rumore dal salone attiguo. Scattò con la testa. «Sei lì?».
Sussultò e si sentì stupida.
Ritornò la furia. Camminò con pesanti passi di calcagni verso l’altro ambiente.
Bastardo!
Varcò la soglia. Cercò di guardarsi intorno, ma la sala era buia.
Entrò comunque con prepotenza. Frantumò qualcosa col piede, cacciò un urlo: aveva pestato un calice di vetro. Le si erano piantate schegge, in profondità. La invase un dolore rovente.
Lui l’aveva fatto apposta, ne era certa. Anche quello avrebbe messo in conto. Zoppicò fino all’interruttore, lo premette. Non riuscì a vedere la luce.
Qualcosa la colpì alla testa.
Cadde a terra tramortita.