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420 Words
2 A soli nove anni, Giulia era rimasta orfana di entrambi i genitori. Non ricordava nulla di ciò che era accaduto. Nemmeno di quando si era sfigurata con l’incidente, procurandosi la cicatrice sulla guancia e la rottura del bacino. Si era gettata dalla finestra sulla capote di un maggiolone cabrio parcheggiato in strada. Percepiva, però, che non aveva veramente voluto suicidarsi. Non lanciandosi dal secondo piano su quella specie di materasso a ruote. Aveva solo cercato di attirare l’attenzione. E c’era riuscita: nella sua vita era comparso Domenico. Psichiatra pseudo-junghiano, nominato e discusso. Famoso anche come eccentrico trainer motivazionale. Da lì a un paio d’anni avrebbe rinunciato alla carriera per abbracciare a tempo pieno l’enunciazione delle sue balorde teorie. Anche perché la sua radiazione dall’albo era già nell’aria. Nella vita della piccola Giulia, sprofondata nell’inverno, un professionista come Domenico aveva saputo far germogliare di nuovo le emozioni. Giulia aveva ricominciato a esistere. La disperazione passata, tuttavia, le aveva generato un’amnesia ermetica. I ricordi erano spariti, sepolti vivi nel terreno sconsacrato dell’inconscio. Erano fantasmi che lavoravano dal basso producendo deformità. Domenico l’aveva adottata, cresciuta ed educata. Non l’aveva più fatta andare a scuola, aveva preferito essere lui stesso a inculcarle l’insegnamento. Inculcarle era il termine giusto. Quanto a insegnamento, era tutto da discutere. Giulia aveva quattordici anni (lui quarantasei) la prima volta che avevano fatto l’amore. Lei gli era grata per averla trattata come una sua amante abituale, e non come una bambina impacciata. «Sei finalmente pronta, amore mio». Che sogno quelle parole! Domenico l’aveva truccata e vestita sfarzosamente, fatta sentire grande e importante. Altrimenti sarebbe morta di vergogna. E Giulia, inebriata dal sentirsi di nuovo tanto importante per qualcuno, aveva seguito la sua volontà: l’ispezione della violenza intesa come consacrazione dell’uomo. Giulia aprì gli occhi e le sfuggì un mugugno. La luce violenta, ecco cos’era stato a infastidirla. Dov’era, e cosa le era accaduto? Tentò di muoversi ma non ci riuscì. Era legata mani e piedi al letto. Aveva freddo, si accorse di essere ancora fradicia e nuda. Ricordò il bagno in piscina. La sala buia, i cocci di vetro sotto il piede. Ricordò la rabbia! Che adesso non c’era più. Al suo posto solo torpore. Sentì un lieve rumore sulla soglia della stanza. Così coricata, vide la figura di sbieco, sfuocata. Senza le lenti a contatto non distingueva quasi nulla. Giusto la sagoma, il colore chiaro della carne e quello scuro dei capelli e dei peli pubici. La figura salì sul letto. Spuntò un coltello e la cinghia di un accappatoio. Giulia sentì il cotone avvolgerle la gola e diventare acciaio. L’aria mancare. Il suo ultimo pensiero, fu per Domenico. Trenta mesi dopo:
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