Anche il burbero zio fu in seguito ammansato da Marina, senza umili scuse né moine a cui non avrebbero piegato né lui né lei, ma con un riserbo dignitoso, e, quando il rigido conte cominciò a dar qualche segno di sgelo, con certi discorsi studiati, con certe attenzioni appena accennate che lo ruppero e lo sconvolsero affatto. Sulle prime l’atteggiarsi di Marina gli riusciva misterioso e sospetto; poi fu il bizzarro contegno di lei in quella sera burrascosa, che diventò nella sua memoria un enigma inesplicabile. Allora offerse a Marina un’altra stanza più gaia nell’ala sinistra del Palazzo. Marina rifiutò; si compiaceva della leggenda paurosa narrata da Giovanna. La solitudine stessa, la tristezza del vecchio Palazzo pigliavano fra le pareti della sua camera un che di fantastico e di patetico; ed ella sentiva gli occhi de’ domestici e de’ contadini che bazzicavano per casa seguire la sua persona con ammirazione mista di spavento. Ottenne invece dal conte, che alla Giovanna parve opera di stregoneria, di fare alto e basso nella sua camera a piacer suo. Ne strappò le sdrucite tappezzerie gialle e vi stese in luogo loro certi bellissimi arazzi che il conte serbava in granaio, stimandoli poco o nulla; sovrappose ai mattoni un tavolato lucido a scacchiera, cui gittò su, di fianco al letto e a piè di una greppina di velluto marrone, dei tappeti di arazzo. Il vecchio letto coronato rimase, ma la sua corte venne ruvidamente congedata. Una combriccola più pomposa di suppellettili, dame e cavalieri dell’antico regime, tutti boria e sorrisi studiati, ultimo avanzo invenduto degli splendori di casa Crusnelli, venne da Milano a pavoneggiarsi intorno al malinconico monarca.
Quando si moveva tra queste eleganze invecchiate e tetre la delicata figura di Marina nell’abito celeste a lungo strascico che talvolta indossava per capriccio nelle sue camere, ella pareva caduta dall’affresco del soffitto, da quel cielo sereno, dal gaio seguito di un’Aurora ignuda che vi guidava i balli delle Oreadi e delle Naiadi: caduta in un tenebroso regno sotterraneo dove il suo fiore giovanile brillava ancora, ma di bellezza meno gaia e meno ingenua. Quella dea lassù, tutta rosea da capo a piedi, non aveva negli occhi come questa il fuoco della vita terrena né il fuoco del pensiero; e benché pigliasse nel cielo uno slancio superbo con tutti i simboli della sua divinità, pareva, rispetto a Marina, una sguattera glorificata.
Nella stanza vicina, che aveva ispirato tanto orrore a Fanny, Marina fece collocare il suo Erard, ricordo del soggiorno di Parigi, e i suoi libri, un fascio di ogni erba, molto più di velenose che di salubri. D’inglese non aveva che Byron e Shakespeare in magnifiche edizioni illustrate, regali di suo padre, Poe e tutti i romanzi di Disraeli, suo autore favorito. Di tedeschi non ne aveva alcuno. Il solo libro italiano era una Monografia storica della famiglia Crusnelli pubblicata in Milano per le nozze del marchese Filippo, nella quale si facean risalire le origini della famiglia a un signore Kerosnel venuto in Italia al seguito della prima moglie di Giovan Galeazzo Visconti, Isabella di Francia contessa di Vertu. C’era pure un Dante, ma nella tonaca francese dell’abate di Lamennais, che lo rendeva molto più simpatico a Marina, diceva lei. Non le mancava un solo romanzo della Sand; ne aveva parecchi di Balzac; aveva tutto Musset, tutto Stendhal, le Fleurs du mal di Baudelaire, René di Chateaubriand, Chamfort, parecchi volumi dei Chefs d’oeuvre des littératures étrangères o dei Chefs d’oeuvre des littératures anciennes pubblicati dall’Hachette, scelti da lei con uno spirito curioso e poco curante di certi pericoli; parecchi fascicoli della Revue des deux Mondes.
La grossa barca di casa dovette stringersi alla parete per far largo a Saetta, lancia elegante venuta dal lago di Como, che ci aveva l’aria di un’allieva della scuola di ballo accompagnata dalla mamma. Il signor Enrico, detto Rico, figlio del giardiniere, diventò ammiraglio della squadra. Sperò, sulle prime, in una divisa degna di Saetta, sollecitata da Marina; ma su questo punto il conte, un aristocratico pieno di generose contraddizioni, fu irremovibile; dichiarò che per l’onore della dignità umana avrebbe preferito un Rico senza calzoni e senza scarpe a un Rico in livrea, fosse pure livrea di battelliere. E lo stesso Rico, essendosi un giorno arrischiato a dirgli che a Como e a Lecco aveva veduto parecchi suoi simili molto contenti della loro livrea, si udì rispondere, in onore della dignità umana, ch’era un grandissimo asino. Marina gli fece allestire un abito scuro da signorino, nel quale il vanitoso Rico entrava, rosso come un gambero, sprizzando riso da tutti i pori; fino a che gli diventò famigliare come le solite brache paterne ad usum delphini. Anche il vecchio giardino ebbe un ritorno di giovinezza e di civetteria dopo la venuta di Marina. Nuovi fiori si addensarono nelle aiuole, una fascia di ghiaia immacolata le cinse. E foglie e fiori furono composti all’ossequioso giardiniere nel nome della marchesina, in mezzo alla grande aiuola ovale tra l’aranciera e il viale lungo il lago. Perché il giardiniere e gli altri servi guardavano a lei come all’avvenire e gareggiavano di zelo per conciliarsene il favore. Tranne Giovanna, però. Giovanna non guardava così lontano, non aveva timori né speranze, devota al padrone, rispettosa verso la “signora donna Marina”, seguitava quietamente la sua vita.
Del conte non si può dire che andasse rimettendosi a nuovo come parte della sua casa, né che rifiorisse come il suo giardino. Ma pure anche la sua persona e il suo volto riflettevano qualche nuovo lume, perché la gioventù, la bellezza e la eleganza, unite in una persona, irradiano intorno a sé, volere o non volere, uomini e cose. Si radeva più spesso, non gli si vedevano più certi cappelli archeologici da spaventare le passere, certi zimarroni ereditati in apparenza dall’antenato di ferro.
Steinegge, con Marina, era ossequioso e freddo. L’aveva preceduta al Palazzo d’un mese appena: strano segretario, incapace di scrivere due righe d’italiano corretto. Il conte l’aveva preso, sulla raccomandazione del Marchese F. S. di Crema, per spogli e traduzioni sì dal tedesco che dall’inglese, la quale ultima lingua, Steinegge, figlio di una istitutrice di Bath, conosceva perfettamente. All’arrivo di Marina il pover’uomo si era creduto in dovere di fare lo spiritoso e il galante. Tante amarezze, tante miserie patite non avean potuto spegnere del tutto in lui i sentimenti cavallereschi della sua gioventù. Era stato un ardito ufficiale, de’ primi a cavallo, de’ primi con la sciabola in pugno, de’ primi nei nobili amori; poteva egli diportarsi con Marina da scriba melenso? Si diede a sfoderarle complimenti antiquati e galanterie fuori di corso, versi di Schiller e di Goethe. Il successo non fu splendido. Marina non degnava avvedersi del segretario che per significargli con un gesto del viso, con una parola ironica, quanto poco stimasse le sue cortesie, il suo spirito, la sua vecchia e magra persona; e che, se le piaceva di essere amabile col conte, non voleva dire che lo sarebbe con tutti. Da quanto lo zio le aveva detto di Steinegge, ella lo giudicava un avventuriero volgare; a lei, vissuta a Parigi tra una società spesso mescolata di queste figure torbide, il tipo non ispirava curiosità di sorta. Aveva in odio, per giunta, la lingua tedesca, lo spirito tedesco, l’amore tedesco, la musica tedesca, la gente, il paese, il nome, tutto. Diceva d’immaginare la Germania come una pipa, una enorme testa rotta di gesso, dal muso di borghese obeso, a cui bruci senza fiamma nel cervello aperto del tabacco umido, malsano, e n’escano spire di fumo denso, forme azzurrognole, mobili dal grottesco al sentimentale, nuvolette che diventano nuvole, nuvoloni; i quali poco a poco vi calano addosso, vi avviluppano, vi tolgono di vedere e di respirare. Un giorno, mentre Steinegge le parlava con molto calore d’ideali femminili tedeschi, di Margherita e di Carlotta, ella gli disse con la sua indifferenza aristocratica: “Sa che effetto mi fanno Loro tedeschi?” E gli espose quell’amabile paragone. Mentre parlava, sul viso giallastro di Steinegge correva fuoco sino alla radice dei capelli, e gli occhi gli si stringevano in due scintille. Quando Marina ebbe finito rispose: “Signora Marchesina, questa vecchia pipa rotta ha avuto fiamma e avrà: intanto io Vi consiglio molto non toccare perché brucia.” Da quel giorno Steinegge tenne per sé complimenti e squarci poetici.
Marina aveva il suo disegno: conquistar lo zio, impadronirsene del tutto, farsi portare almeno per qualche mese a Parigi o a Torino o a Napoli, in qualunque gran corrente di vita e di piacere che non fosse Milano; navigare con questa e commettere il resto alla fortuna. Lo aveva concepito la sera stessa del suo arrivo al Palazzo, dopo essersi misurata con il conte e averne assaggiato il metallo. Lottò prima di decidersi, con il cuore altero che non voleva piegarsi a simulazioni, benché si sentisse morire, lì dentro, di scoramento. Rimediato allo strappo di quella prima sera con un contegno dignitoso e tranquillo, cominciò poco a poco a lodare il Palazzo, il giardino, i cipressi aristocratici, il lago, le montagne, il soggiorno, come persona che s’adagia in un riposo nuovo, ne piglia volentieri le abitudini e sente penetrarsi di benevolenza per le cose stesse che la circondano. Lasciò cadere ad una ad una quasi tutte le numerosissime corrispondenze. Il conte non ebbe più ad aggrottar le ciglia sulla pioggia di lettere cifrate, stemmate e profumate che il Rico portava dalla Posta nei primi tempi. Le parole pungenti sfuggitegli qualche volta all’indirizzo di queste amiche, di queste complici delle follie passate, per poco non avevano scompigliato i disegni di Marina, cui facevano groppo alla gola, in quei momenti, risposte sdegnose da soffiar via d’un colpo il lavoro paziente di mesi. I suoi cari libri francesi, romanzi e poesie, non uscirono dalla loro stanza che di soppiatto o quando il conte non avrebbe potuto vederli. Egli era un fiero dispregiatore d’ogni cosa francese, salvo che del vino di Borgogna e di Bordeaux. Alto repubblicano, soleva dire che i Francesi fanno all’amore con le idee belle e grandi, le guastano senza rispetto come fantesche, e finalmente le piantano malconce e svergognate per modo che gli altri perdono la voglia di toccarle. Li detestava come inventori della formola: liberté, egalité, fraternité, dove il secondo termine, diceva lui, si caccia dietro al primo per ammazzarlo a tradimento. E poiché nel disprezzo come nell’ammirazione non aveva misura, diceva che tutti gli scrittori francesi insieme non valevano la nota del bucato di Giovanna; che Voltaire, per esempio, era uno smisurato buffone; che lo scriba Thiers con la sua strategia era un ridicolo retore Formione e sarebbe insultato da Bonaparte, se tornasse al mondo, come colui lo fu da Annibale. Quando parlava di Lamartine “questa gran chitarra che una repubblica ebete si pose in capo sul serio”, certi rudi e gagliardi paroloni piemontesi mezzo sepolti nella memoria gli si smuovevano dentro, venivan su con lo sdegno e gli uscivano come cannonate. Picchiava poi sodo sulla folla, picchiava su i poeti e i romanzieri francesi con furore, perché la poesia moderna e il romanzo, in qualunque lingua, gli erano odiosi. “La società è inferma”, soleva dire, “e questi asini poltroni di letterati non fanno che eterizzarla continuamente”. Per questo Marina non gli faceva vedere i suoi libri francesi. Gli parlava invece spesso e sinceramente di religione.
Il conte aveva una religione tutta propria, forse non troppo logica, ma ben salda e tenace come le altre sue opinioni. Credente in Dio e nello spirito immortale, partiva dal testo “gloria in excelsis Deo et in terra pax hominibus bonae voluntatis” per dividere nettamente le cose del cielo dalle cose della terra, e operare, secondo la sua espressione, il decentramento religioso. “Sappia” disse una volta ad un cattolico troppo zelante, “sappia che Domeneddio, per festeggiare la nascita di suo figlio, ha dato agli uomini la costituzione.” E poi, per dimostrargli che Dio regna glorioso in excelsis e non governa in terra, gli citò imperturbabilmente Lucrezio come se costui fosse un redattore della Civiltà Cattolica. Ciò posto, affermava che gli uomini sono liberi di vivere sulla terra seguendo quella idea del vero e del bene che ciascuno è in grado di formarsi.
Le opinioni di Marina non erano così nette e precise. Aveva seguite le pratiche cattoliche per inconscio moto del sangue, per l’impulso della vigorosa fede di lontani antenati. Tali fredde pratiche eran bastate lungo tempo a far sì ch’ella si credesse cattolica e bastarono perché le ribellioni del pensiero e del senso cui fu presto in grado di conoscere sia nei libri, sia nel vero, le comparissero gloriose e calde di gagliarda vita di fronte al suo sterile cattolicismo, come la divina ribellione di foglie e di fiori che rompe i vincoli dell’inverno. Nel suo nuovo soggiorno troncò risolutamente ogni pratica religiosa. Ella vedeva che suo zio non ne seguiva alcuna ed era curiosa di penetrarne le ragioni, desiderava udirsi approvare, confermare nel suo proposito, scoprire tanti sicuri argomenti di non credere, onde il pensiero moderno, ella lo sentiva, doveva esser padrone. Ma il conte secondava poco e male i suoi desideri: non era forte in filosofia religiosa, giudicava la religione piuttosto storicamente che filosoficamente. Erano i mali relativi alla lotta delle religioni positive e l’aspetto delle loro evoluzioni regolari, conformi ad una legge generale di sviluppo e di decadenza, che lo avevano reso scettico. Non amava però fare propaganda del suo scetticismo; anzi gli avvenne una volta di dire a Marina che non sarebbe forse un gran male se tutte le donne andassero a messa. Ella rispose che oramai, se credesse e andasse a messa, vorrebbe anche poterla dire; ma che la parte attiva dell’impostura era tutta presa dagli uomini.