EMANUEL DE ORMENGO

1319 Words
EMANUEL DE ORMENGOTRIBUNATU MILITARI APUD SABAUDOS FUNCTUS MATERNO IN AGRO DOMUM MAGNO AQUARUM ATQUE MONTIUM SlLENTIO CIRCUMFUSAM AEDIFICAVIT UT SE FESSUM BELLO POTENTIUM INGRATITUDINE LABORANTEM HUC VESPERASCENTE VITA RECIPERET ATQUE NEPOTES IN PARI FORTUNA PARI OBLIVIONE FRUERENTUR MDCCVII. “Eh!” esclamò il conte, ritto, dietro Silla, sulle gambe aperte e con le mani congiunte sul dorso. “Questo mio buon bisavo ha assaggiati e sputati i re, come vedete. È per questo che io non ne ho mai voluto rigustare, e credo non servirei un re, se non quando dovessi scegliere tra lui e il canagliume democratico. Un uomo di ferro, quello lì. Non c’è che principi e democrazie per rompere e buttar via uno strumento simile. Uuh! Voi non credete quello?” “Io sono devoto al re” rispose commosso il giovane “e mi sono battuto con lui per l’Italia.” “Ah, per l’Italia! Molto bene. Ma Voi mi dite il caso di un giorno e io parlo di istituzioni che si giudicano sulla testimonianza dei secoli. Anch’io tengo un segretario democratico e gli voglio molto bene perché è il più buono e onesto bestione della terra. Del resto se avete un ideale non lo voglio guastare, qualunque esso sia, perché senza ideale il cuore cade nel ventre.” “E il Suo ideale?” disse Silla. “Il mio? Guardate un poco.” Il conte si affacciò al parapetto verso il lago. “Voi vedete dove ho scelta la mia dimora, tra le manifestazioni più alte della natura, in mezzo ad una magnifica aristocrazia che non è punto ricca, ma è potente, vede molto lontano, difende le pianure, raccoglie forza per la vita industriale del paese, genera aria pura e vivificante, e non prende niente per tutti questi benefizi, altro che la sua preminenza e la sua maestà. Io non so se Voi capite ora qual è il mio ideale politico e perché vivo fuor del mondo; res publica mea non est de hoc mundo. Andiamo.” Il conte era un cicerone diligentissimo, faceva osservare a Silla ogni menomo oggetto che potesse parer notevole, spiegava i concetti dell’antenato di ferro, fondatore del Palazzo, come se avesse abitato nel suo cervello. Quel vecchio soldato aveva fatto le cose da gran signore. Casa d’inverno, casa d’estate; tre piani per ciascuna: cucine, cantine, magazzini ed altre stanze di servizio affondate a mezz’altezza nel suolo; scalone architettonico nell’ala di levante; grandi sale di parata ai primi piani. Queste erano state dipinte con fantasia sgangherata da un ignoto pittore che vi aveva tirato giù delle architetture romanzesche, tutte logge, terrazze e obelischi, roba dell’altro mondo; e delle farraginose scene militari, certe zuffe di cavalleria assai lontane dai precetti di Leonardo, scorrettissime nel disegno, ma non prive di vita. “Sento” disse il conte facendole vedere a Silla “sento dai miei buoni amici che questo pittore è stato un goffo; anzi qualcuno si degna di dire un bue. Io non me ne intendo niente, ma mi fa molto piacere di udire quello, perché non amo gli artisti.” Verissimo; non li amava, né li intendeva. Possedeva molti quadri, alcuni dei quali eccellenti, raccolti in gran parte da sua madre, nata marchesa B... di Firenze, che amava la pittura con passione. Il conte non ne capiva un iota e faceva sbigottire i suoi amici, snocciolando pacatamente le maggiori empietà. Avrebbe voltato di buon grado con la faccia al muro un ritratto di Raffaello e fatto fodere di un Tiziano; non ne gustava la vista più che della tela greggia e non avrebbe nascosto, per tutto l’oro del mondo, il suo pensiero. Gli erano meno odiosi i pittori arcaici, perché li trovava meno artisti, più cittadini. Non sapeva poi ragionare questo suo giudizio. Aveva invece in uggia particolare la pittura di paesaggio che stimava indizio di decadenza civile, arte ispirata dallo scetticismo, dal disprezzo dei doveri sociali e da una specie di materialismo sentimentale. Non era uomo da disperdere i quadri prediletti da sua madre, ma li teneva prigionieri in un lungo corridoio al secondo piano a tramontana, sopra la sala da pranzo, dove aurore e tramonti s’intirizzivano nelle loro cornici dorate. Nell’entrare per uno dei due usci che mettono capo a questo corridoio, parve a Silla che qualcuno fuggisse per l’altro; vide un lampo negli occhi della sua guida. Le tre finestre del corridoio erano spalancate; ma, poteva venire dalle finestre quell’odore di mown-hay? Uno degli antichi seggioloni di cuoio addossati alle pareti a eguali intervalli e spiranti gravità prelatizia, era stato trascinato per isghembo vicino alla finestra di mezzo, in faccia a un Canaletto meraviglioso; e sul davanzale della finestra c’era un libro aperto, tutto sgualcito ma candidissimo. “Vedete” disse il conte, chiudendo tranquillamente le invetriate della prima finestra “io tengo qui delle possessioni strabocchevoli. Tengo montagne, boschi, pianure, fiumi, laghi e anche una discreta collezione di mari.” “Ma qui” esclamò Silla “vi sono tesori!” “Ah! la tela è molto vecchia e d’infima qualità.” Così dicendo il conte mise il seggiolone a posto. “Ma come, tela! Ma questo soggetto veneziano, per esempio?” “Neppure Venezia mi piace, che pure, assicurano, vale qualcosa. Pensate questo!” Prese il libro ch’era sul davanzale della seconda finestra, lo chiuse, guardò il frontespizio, e, come facesse la cosa più naturale del mondo, lo gettò nel cortile, e chiuse la finestra. In quel punto si udì un colpo furioso, un frangersi di lastre, un grandinar di vetri rotti sulla ghiaia. Il conte si volse a Silla continuando il suo discorso come se nulla fosse stato. “Io non ho mai potuto soffrire quella lurida, puzzolente, cenciosa città di Venezia, che perde a brani il suo manto unto e bisunto di vecchia cortigiana, e mostra certa biancheria sudicia, certa vecchia pelle schifosa. Voi dite in cuor vostro: Quest’uomo è una gran bestia! Non è vero? Sì, me lo hanno fatto capire degli altri. Ooh! naturalmente. Notate che io sono un grande ammiratore de’ veneziani antichi, che ho parenti a Venezia e forse qualche poco di sangue veneziano nelle vene, del migliore. Cosa volete? Sono un animale grosso ma nuovo in Italia, dove, grazie a Dio, le bestie non mancano. Dove trovate un italiano bastantemente colto che vi parli come vi parlo io dell’arte? La grande maggioranza degli uomini educati non ne capisce niente, ma si guarda molto bene dal confessarlo. È curioso di star ad ascoltare un gruppo di questi sciocconi ipocriti davanti ad un quadro o a una statua, quando fanno una fatica del diavolo per metter fuori dell’ammirazione, credendo ciascuno di aver che fare con degli intelligenti. Se potessero levarsi la maschera tutti ad un tratto, udreste che risata!” S’affacciò alla terza finestra, e chiamò: “Enrico!” Una voce quasi infantile rispose dalla cucina: “Son qui! Vengo!” Il conte attese un poco, e poi disse: “Portami su quel libro.” Quindi chiuse la finestra. Silla non si poteva staccare dai quadri. “Starei qui un giorno” diss’egli. “Anche Voi?” Anche! L’altro chi era? Era forse la giovane signora di cui gli aveva parlato il vetturale? Il seggiolone fuor di posto, il libro, il profumo di mown-hay erano indizi del suo recente passaggio? Quella porta chiusa in fretta, quel lampo degli occhi del conte?... Silla non aveva ancor visto al palazzo che il conte, Steinegge e i domestici. Nessuno gli aveva nemmanco parlato d’altre persone. Alcune ore più tardi, dopo aver girato per lungo e per largo il palazzo e il giardino senza trovar nessuno ed essersi ritirato per qualche tempo nella sua stanza, notò, entrando nella sala da pranzo con il conte e Steinegge, che quattro posate erano state disposte ai quattro punti cardinali della tavola. I commensali nord, sud e ovest presero il loro posto; ma l’ignoto commensale dell’oriente non compariva. Il conte uscì, tornò dopo dieci minuti e fece portar via la posata. “Credevo che avrei potuto presentarvi mia nipote” diss’egli a Silla “ma pare ch’ella non si senta bene.” Silla disse una parola di rammarico; Steinegge, rigido più che mai, seguitò a mangiare, tenendo gli occhi sul piatto; il conte pareva molto rannuvolato, e persino il cameriere che serviva aveva una fisionomia misteriosa. Per quasi tutto il pranzo non si udì nella sala scura e fresca che il passo ossequioso del cameriere, il tintinnìo delle posate e dei bicchieri che si allargava tra gli echi della volta. Per le finestre socchiuse entrava un ampio strepito di cicale, si vedevano brillar nel sole le frondi del vigneto, cangiar colore l’erbe piegate via via dal vento. Là fuori si doveva stare più allegri.
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