3. Fantasmi del passato-1

2012 Words
3. Fantasmi del passato Il sole era tramontato e le cicale non cantavano più. La costa boscosa in faccia alla biblioteca si disegnava nera sotto il limpido cielo aranciato che posava un ultimo lume caldo sul pavimento della sala presso alle finestre, e, fuori, sulle foglie lucide brune della magnolia, sulla ghiaia del giardinetto. Per la porta aperta entrava l’aria fresca del vallone e lo stridìo dei passeri intorno ai cipressi. Il conte, seduto allo stesso posto della mattina, si teneva coperto il viso con ambe le mani, appoggiando i gomiti al tavolo. Silla, in faccia a lui, aspettava che parlasse. Ma il conte pareva di pietra; né parlava, né si moveva. Solo qualche volta le otto magre dita nervose si alzavano dalla fronte tutte insieme, si tendevano; poi, ripiegandosi, parevano volersi imprimere nell’osso. Silla guardava rotear sul pavimento l’ombra d’un pipistrello che non trovava la via di uscire, batteva le librerie, il soffitto angosciosamente. Anche dentro alla fronte severa del vecchio gentiluomo v’era un’angoscia di parole che non trovavan la via di uscire. Era l’ora che turba il cuore; quell’ora in cui, mancando la luce, le cose e le anime si sentono libere, quasi, da una vigilanza fastidiosa; i monti paiono coricarsi a grande agio sul piano, le campagne dilagano sopra i villaggi e casali, le ombre pigliano corpo, i corpi sfumano in ombra, nel cuore umano affondano le impressioni, i pensieri del presente, e vien su un movimento confuso di ricordanze lontane, di fantasmi che inteneriscono e fanno sospirare in silenzio. Ad un tratto il conte alzò con impeto il viso e disse: “Signor Silla!” Tacque un momento e riprese lentamente: “Quando avete letto la mia lettera, il nome che vi trovaste sotto Vi era sconosciuto?” “Sconosciuto.” “Non era nella memoria Vostra la traccia più lieve di questo nome?” “Nessuna.” “Dalle persone con le quali avete vissuto non udiste mai parlare di qualcuno il cui nome non era pronunciato e che avrebbe potuto trovarsi un giorno nelle circostanze più difficili della vita?” “No. Da chi ne avrei inteso parlare?” Il conte esitò un istante, poi ripeté a voce bassa: “Dalle persone con le quali avete vissuto.” “Mai.” “Vi ricordate almeno di aver veduta la mia fisionomia?” Silla era sorpreso di tanta insistenza. “Ma no” diss’egli. “Eppure” ripigliò il conte “or sono diciannove anni, un giorno in cui vi si era punito severamente per avere spezzato un vaso di cristallo, all’uscire da uno stanzino buio, dove Vostro padre vi aveva tenuto chiuso per parecchie ore, vedeste un momento il mio ritratto.” Silla balzò in piedi; il conte si alzò pure e, dopo un momento di silenzio, girato il tavolo, andò a piantarsi presso il suo interlocutore, voltando il viso al chiarore morente del crepuscolo. “Vi ricordate?” diss’egli. Silla rispose stupefatto. Non ricordava il ritratto, ma sapeva benissimo d’aver spezzato il vaso di cristallo e d’essersi rifugiato, dopo il castigo, nella stanza di sua madre. “Vedete che Vi conosco da lungo tempo. Ne dubitate? Adesso vado a dirvi quello che so di Voi.” Il conte si pose a camminare su e giù parlando. Si udiva il suo vocione andare e venire per la sala piena d’ombra: si vedeva la sua figura bizzarra illuminarsi e oscurarsi a vicenda, quando passava davanti alle finestre. “Voi siete nato nel 1834 a Milano, in via del Monte di Pietà. Vostra madre Vi diede il suo latte, Vostro padre vi diede una culla d’argento e una bambinaia brianzuola che doveva esser creduta dal mondo la Vostra balia. Questa donna è morta appena lasciato il Vostro servizio. Voi non la potevate soffrire, non è vero?” “Non lo ricordo; me l’hanno detto, però; me l’ha detto più volte mia madre.” “Sicuramente. Volete sapere qual è il Vostro ricordo più lontano? Questo. Avevate cinque anni. La sera di un giorno in cui vi era stato in casa Vostra un insolito affaccendarsi di servi, un trambusto d’operai e si eran portate montagne di dolci e di fiori, Vi posero a letto prima dell’ora solita. A tarda notte foste svegliato da un suono di musica. Poco dopo, l’uscio della camera si aperse. Vostra madre venne a chinarsi sopra di Voi, Vi baciò e pianse.” “Signor conte!” esclamò Silla con voce soffocata “come fa Lei a sapere queste cose?” “Alcuni anni più tardi” continuò senz’altro il vocione del conte “quando Voi ne avevate tredici, nel 47 insomma, avvenne in casa Vostra qualche cosa di straordinario.” Il vocione tacque, il conte si fermò, lontano da Silla, con le spalle alla porta del giardinetto. “Non è vero?” diss’egli. Silla non rispose. Il conte riprese la sua passeggiata. “È forse crudele” proseguì “di ricordare queste cose, ma io non sono amico di certe mollezze sentimentali moderne; io credo che è molto bene per l’uomo di ripassare ogni tanto le lezioni e i precetti ch’egli ha avuto, direttamente o indirettamente, dalla sventura, e di non lasciarne estinguere, di rinnovarne il dolore, perché è il dolore che li conserva. E poi il dolore è un gran ricostituente dell’uomo, credete; e in certi casi è un confortante indizio di vitalità morale, perché dove non vi è dolore, vi è cancrena. Dunque, nel 47 accadde in casa Vostra qualche cosa di straordinario. Andaste a dimorare parecchi giorni a Sesto, in casa C... La carrozza che vi ricondusse a Milano, si fermò davanti ad un’altra casa, in via Molino delle Armi. Era una casa molto diversa da quella del Monte di Pietà e vi avete fatto una vita molto diversa. Non più servi, non più ricche suppellettili. Voi sapete, una parte di quelle suppellettili, dove si trova.” “Ma come?..” interruppe Silla. “Furono vendute, naturalmente.” “Ma perché Lei?..” “Quello è diverso, ne parleremo in seguito. Cosa dicevo? Ah, Voi siete dunque andato ad abitare un quinto piano in via Molino delle Armi. Dalla finestra di una camera da letto si vedevano queste montagne. Lassù avete cominciato a fare anche Voi il solito sogno di diventare qualche gran cosa e di empire il mondo del Vostro nome.” “Signor conte” disse Silla “mi pare che basti. Dica cosa desidera da me!” “Più tardi. Non è vero che basti. Vado a dirvi dei fatti della Vostra vita che non sapete Voi stesso. Vi è dunque venuta questa salutare follìa della gloria, che Vi ha preservato, con una promessa fatta di niente, dalle solite corruzioni. Sciaguratamente avete pensato a procacciarvi la gloria con gli scritti invece che con le azioni. Lasciatemi dire; sono un vecchio. Con gli scritti letterari, poi! E non avete avuto la forza di carattere, la fiducia in Voi stesso che ci voleva per seguire da uomo questo proposito. Invece di chiudervi nel Vostro bozzolo della letteratura, siete andato a Pavia. Cosa avete studiato a Pavia?” “Leggi.” “Tutto fuorché leggi avete studiato. Lo so, volevate una carriera proficua, pensando a Vostra madre; ma allora bisognava volere virilmente: tagliarsi via mezzo il cuore e andare avanti col resto. Cosa avete fatto al vostro ritorno da Pavia? Avete pubblicato un romanzo. Ecco il fatto che non sapete. Quel poco di oro che Vostra madre Vi diede perché servisse alla stampa del libro, non era punto, come ella Vi disse e Voi avete creduto, un dono de’ suoi parenti; il giorno prima ell’aveva portato al gioielliere i suoi ultimi brillanti, una memoria cara di famiglia.” “Il Suo diritto?” esclamò Silla slanciandosi verso il conte. “Il Suo diritto di sapere queste cose?” “Il mio diritto? Questione molto oziosa. Vostro diritto è sicuramente di vedermi in faccia.” Il conte suonò. Silla taceva, ansante. Il conte andò ad aprire l’uscio, e aspettò fin che udì il passo nel corridoio. “Lume!” diss’egli; e andò a sedersi al tavolo. “Non è vero, non è vero!” disse Silla sottovoce. “Non fui questo sciagurato ch’Ella dice! Me lo provi, se può.” Il conte non rispondeva. “Io” continuò Silla “che avrei dato il sangue per mia madre, che l’adoravo, che non volevo neppure quel denaro perché i parenti di mia madre non potevano soffrire ch’io scrivessi, e, conoscendoli, temevo s’irritassero contro mia madre per causa mia!” Il conte si pose l’indice alle labbra. Un domestico entrò con il lume, lo pose sul tavolo e si ritirò. “Quando io affermo una cosa, mio caro signore” disse il conte “è provata.” “Ma in nome di Dio, chi!...” “Adesso lasciamo stare. Io non voglio accusarvi di avere accettato un sacrificio simile. Voi non lo sapevate. Del resto la vita è così. Vi è sempre nei giovani questa baldanza ridicola di credere che la terra è beata del loro piede e il cielo del loro sguardo, mentre i loro genitori pestano fango e spine per portarli avanti, nascondendo quello che soffrono proprio negli anni in cui il loro corpo invecchia, il loro spirito è stanco, e tutte le dolcezze della vita, ad una ad una, se ne vanno.” “Dio! Se fosse vero, mi vituperi, m’insulti!” “Io non vi ho fatto venire in casa mia per vituperarvi. E poi, se avrete figli, pagherete. Bisognerebbe vituperar Voi, me e tutta questa buffonesca razza umana. Proseguiamo. Il Vostro libro non ebbe fortuna; per verità mi pare di potermi rallegrare con Voi, che la fortuna non è Vostra amica. Nel 58...” Il conte si fermò e poi riprese a voce bassissima: “Non è a temere che Voi dimentichiate mai il colpo che riceveste nel 1858.” Tacque daccapo, e per qualche momento durò non interrotto il silenzio. “Devo pur dirvi, a questo punto” riprese il conte “che se io V’intrattengo sui casi della Vostra vita oltre quanto sarebbe necessario per dimostrare che Vi conosco bene, si è perché intendo di meglio giustificare in tal modo le proposte che vado a farvi. Dunque, nel 59 avete fatto il Vostro dovere e Vi siete battuto per l’Italia. Vostro padre...” “Signor conte!” “Oh, Voi mi conoscete molto male se potete credere che io voglia offendere davanti a un figlio la memoria di suo padre, anche se quest’uomo ha commesso degli errori e ha meritato delle censure. State tranquillo. Vostro padre non era più a Milano quando vi siete tornato Voi. Era nel paese straniero dove intendo che ha cessato di vivere due anni sono, nel maggio del 62. Vi trovaste solo colla Vostra letteratura. Allora foste improvvisamente chiamato a insegnar lingua italiana, geografia e storia in un istituto privato, di cui non conoscevate neppure il nome. Avete mai saputo come quei signori abbiano scelto appunto Voi?” “No.” “Non importa. In quel tempo avete avuto una offerta dai parenti di Vostra madre, dai Pernetti Anzati, non è vero? Volevano che entraste nella loro Filatura e Vi offrivano un lauto assegno; non è così?” “Sì, ma è forse Lei che mi ha fatto eleggere?...” “Non importa, Vi dico. Avete rifiutata l’offerta dei Pernetti Anzati. Fatto bene, molto nobilmente. Meglio un lavoro che frutta poco pane e molta civiltà, di un lavoro che converte in denaro il tempo, la salute e una buona parte dell’anima. Ma adesso l’istituto al quale appartenevate ha fatto cattivi affari e venne chiuso. Io credo che Voi non sarete malcontento di occuparvi in qualche altro modo degno, ed è per questo che Vi ho pregato di venire da me.” “La ringrazio” rispose Silla asciutto asciutto. “Prima di tutto, posso vivere.” “Oh!” interruppe il conte. “Chi parla di questo? Lo so benissimo. I Pernetti Vi passano l’interesse di una parte della dote di Vostra madre che si trattennero sempre, un migliaio e mezzo di lire circa. E poi?” “E poi” proruppe Silla con forza “voglio sapere finalmente chi è Lei, perché si occupa di me!” Il conte indugiò un poco a rispondere. “Io sono un vecchio amico della famiglia di Vostra madre, e Vi porto molt’affezione per la memoria di persone che mi furono assai care. Le circostanze della vita ci hanno tenuti lontani fino ad oggi; un male che noi ripareremo. Vi basta quello?” “Perdoni, non mi può bastare; è impossibile!” “Ebbene, mettiamo un poco da parte la mia amicizia. In fine dei conti non è un beneficio che io Vi offro, è un favore che Vi domando. Io so che avete molto ingegno, molta cultura, che siete probo e che Vi è mancata la Vostra occupazione ordinaria. Io ho a proporvi un lavoro di lunga lena, mezzo scientifico mezzo letterario, di cui ho raccolto i materiali e che amerei fare io stesso se fossi mai stato uomo di penna, o almeno, se avessi l’età Vostra. Questi materiali sono tutti qui, presso di me, e io desidero mantenere una continua comunicazione d’idee con la persona che scriverà il libro, il quale dovrà quindi essere scritto in casa mia. Questa persona mi farà le sue condizioni, naturalmente.” “Io non esco di qua, signor conte” rispose Silla “se Ella non mi dice come ha potuto sapere le cose che ha narrate!” “Dunque non volete che trattiamo di questo lavoro?” “Così, no.” “E se io adoperassi i buoni uffici di una persona che ha grande autorità sopra di Voi?” “Pur troppo, signor conte, non vi è nessuno al mondo che abbia grande autorità sopra di me.” “Io non Vi ho detto che questa persona sia viva.” Silla provò una scossa, un formicolìo freddo nel petto. Il conte aperse un cassetto del tavolo, ne trasse una lettera e gliela porse.
Free reading for new users
Scan code to download app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Writer
  • chap_listContents
  • likeADD