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1Torino, domenica 28 dicembre 2020 «Volante cinque da centrale. Volante cinque.» «Avanti…» «Via Servais 138. Hanno segnalato alcuni uomini sospetti salire su un furgone scuro. Sono usciti da una villetta. Date un’occhiata.» «Altro sul furgone? Modello, targa…» «No, al momento solo quello. Un signore anziano che vive nella palazzina di fronte li ha visti uscire. Asserisce che possa trattarsi di ladri.» L’assistente Matteo Riva, capoequipaggio, guarda l’orologio. Sei del pomeriggio di una domenica noiosa e inconcludente. Sbuffa osservando il suo collega che volta in via Pietro Cossa. Accende i lampeggianti ma non la sirena. Sono abbastanza vicini e in strada poca gente. Quando imbocca il tratto di via, nota sulla destra, una serie di villette molto simili di un quartiere residenziale. Sul lato opposto invece, delle palazzine di tre piani. Una zona tranquilla. In strada solo qualche auto. La volante rallenta in prossimità del civico segnalato. I poliziotti si guardano intorno. «Non vedo furgoni scuri nei pressi» esclama l’assistente Riva al collega. Si fermano proprio di fronte al civico centotrentotto. Scendono dall’auto. Una rapida occhiata tra i due. Si avvicinano all’ingresso esterno di una villetta in paramano con un bel giardino, con alberi e cespugli. Sta facendo buio e Riva accende la torcia ispezionando la cancellata. Poi il collega lo chiama. Gli mostra delle orme che man mano svaniscono allontanandosi dall’ingresso. Riva le illumina. Sembra sangue, ma potrebbe essere anche altro, chissà. Meglio evitare condizionamenti. Lo comunica alla centrale e basta. «Ispezionate il perimetro, controllate ingresso e finestre. Si riesce dall’esterno?» chiedono. «Sì, abbastanza. L’abitazione è sopraelevata di qualche metro rispetto al marciapiede esterno. Appare come appollaiata su una piccola collinetta artificiale. Un giardino con un vialetto in pietre di Luserna. Si vedono delle impronte più marcate verso l’interno. Ripeto, potrebbe anche essere sangue ma non intendo spingermi oltre per ora…» Riva illumina con la torcia il possibile, e così il collega Aruga. Tutto sembra a posto. Nessuna apparente attività all’interno. Poi sentono chiamare, si voltano. Il signore che li ha fatti intervenire, attraversata la strada, si presenta loro come un carabiniere in quiescenza. Avrà una settantina di anni ed è ancora piuttosto in forma. Veste una tuta da ginnastica dell’Adidas azzurra, capelli bianchi a spazzola. Asserisce con un certo vigore che erano dei tipi loschi e che lui non ha certamente perso il fiuto di un tempo. «Erano sicuramente dei malviventi» afferma. «Camminavano uno dietro l’altro, come dei militari. Tutti vestiti di scuro, con dei berretti in testa e mascherine scure indossate. Uno di loro, l’ultimo, trascinava anche un trolley. Credetemi, quelli devono aver rubato là dentro» aggiunge sicuro di sé. Riva torna all’ingresso e illumina il cancello. Osserva la buca delle lettere e la serratura. È regolarmente chiusa così come pure la porta dell’abitazione in fondo al vialetto. Blindata, da quel che si può intuire alla distanza di una ventina di metri. Per scrupolo risuona il campanello. Nulla. Riva si inginocchia a illuminare nuovamente quei frammenti di impronta. Li fotografa con il telefonino. È perplesso. Quando improvvisamente il suo collega urla attirando la sua attenzione, lui si volta di scatto come una molla. Una decina di passi sul marciapiede, quasi di corsa. Vede il collega abbassato sulle ginocchia che illumina dietro un cespuglio di forsizie. «Che c’è?» chiede. «Guarda…» Riva si acquatta e osserva. Poi prende la radio e informa la centrale che all’interno del giardino c’è un cane, un pastore tedesco, morto stecchito. «Volante cinque. Vi mando una pattuglia della squadra mobile in ausilio, intanto noi cerchiamo di contattare chi abita lì, qualche parente, conoscente. Restate sul posto e non fate avvicinare nessuno.» L’agente Paolo Aruga, autista della volante cinque, sospira visibilmente e guarda il collega con le mani piazzate sui fianchi. «E pensare che questa sera avevo una cenetta romantica con la mia ragazza. Porca troia!»
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