Ventiquattro giorni primaIl sole sorge alle 05.11 e tramonta alle 21.44
Marian risaliva pigramente la strada guardando Torino apparire tra le fronde degli alberi: l’acqua del fiume, i murazzi dell’argine, il verde elettrico del parco del Valentino dopo la pioggia.
Arrivò in cima al monte dei Cappuccini ciabattando sul paio di espadrillas ridotte allo spessore di un foglio di carta a vetro. Sul piazzale c’erano un paio di pullman che facevano manovra mentre un dinosauro praticava lo stretching nei gas di scarico.
Marian controllò la strada davanti a sé meditabondo, c’erano già quasi cento persone. Ansimò e si mise in coda dietro a un signore con una camicia a quadrettoni di almeno tre taglie più grande del dovuto che gli copriva le gambe fino a metà coscia.
Il ragazzo cercò una cicca nella tasca dei jeans, ne aveva ancora un paio a metà se non ricordava male. In genere riusciva a recuperarle alla fermate dei bus. A volte ne trovava a tre quarti, di quasi intere.
Fece segno all’uomo con la camicia a quadrettoni se per caso avesse d’accendere, ma il mingherlino gli rispose che non fumava. Marian si guardò intorno. Tutti avevano borselli a tracolla e buste di plastica in mano. Era quasi un anno che saltuariamente dopo il lavoro veniva lì a recuperarsi la cena. Era un modo come un altro per passare il tempo. Si fece attento e riconobbe Felice, il decoratore, Hassan il cameriere, e Lorenzo che diceva di aver lavorato per tre anni nel cantiere della metropolitana. Tiravano tutti la cinghia, tra di loro molti non avevano neppure da dormire. I più fortunati avrebbero avuto un cartone aperto in quattro e la coperta del cane sul sagrato di una chiesa.
Marian si spinse più a lato per cercare qualcuno che gli prestasse un accendino. Gli altri gli sembrava di non conoscerli. Tentò di trovare con lo sguardo Franco, un cinquantenne dai modi affettati, che ogni tanto gli cedeva il posto e la frutta. Franco aveva fatto l’attore di teatro in alcune pièce d’avanguardia, era anche andato in scena con Carmelo Bene. Lo raccontava sempre. Marian non aveva idea di chi fosse Carmelo Bene né di cosa fosse l’avanguardia, aveva giusto una vaga idea del concetto di Teatro, ma anche quella era soltanto una suggestione, non c’era mai andato, lo accomunava istintivamente al circo e agli artisti di strada che ricordava come un sogno dell’infanzia quando lo portavano a Iasi dallo zio paterno che aveva una pizzeria in società con un napoletano che masticava sempre liquirizia. Ma Franco gli piaceva, non si lamentava mai, sorrideva e cercava di tirare su il morale agli altri. O forse faceva il suo lavoro d’attore lì che serviva a qualcosa e dentro piangeva. Ma Marian non voleva pensarlo. Lasciò perdere quel discorso e vide lentamente arrivare anche Bartolomeo, Hysham, Nina, Sara, Piero, più di cento persone ogni giorno. Rumeni, moldavi come lui, albanesi, arabi, senegalesi, bulgari, di ogni nazione e ultimamente sempre più italiani. Ogni pomeriggio, una processione silenziosa, che risaliva il monte dei Cappuccini e si metteva in coda per i panini dei frati. Per un un obolo di sbobba e qualche lacrima di pietà. Non dovevano venire in quel paese. Qualcosa da mangiare alla cascina ce l’avevano, patate, cavoli, e qualche bietola cresceva. Avevano anche un paio di capre per il latte e il formaggio... Poi era morta la vecchia partorendo l’ultimo figlio e il patrigno aveva preso il comando. I tre fratelli più grandi se ne erano scappati, uno era morto in un incidente stradale. Era stata la fine per loro due, per Marian e per Neve, sua sorella. Aveva iniziato a trattarli come schiavi.
Tirò la sigaretta e scacciò quei pensieri. Cancellò quel passato, quel cortile lercio lungo la strada per Mures dove passavano solo cani affamati e carretti trainati dagli asini. Adesso sì che era cresciuto. Quando fumava si sentiva un uomo. Tirare il tabacco lo faceva sentire meno solo, credeva che gli altri in qualche modo lo potessero rispettare. Guardò ancora la chiesa dei frati. Pensò che fino all’anno prima poteva anche riuscire a recuperare due cene passando dal punto di assistenza delle suore vincenziane in via Nizza, ma dopo che l’ostello della carità aveva chiuso i battenti e l’unico altro posto dove andare era rimasto la mensa dell’Asilo Notturno Umberto I dietro piazza Madama, non era più possibile sgamarsi due cene. Pigramente diede l’ultimo tiro e buttò la sigaretta per terra. Finalmente vide la piccola porta del convento aprirsi, il sole era sceso sotto la collina e i tetti di Torino si scioglievano nell’arancione come tanti giocattoli, le piazze si susseguivano in una scacchiera con le vie tutte disposte ortogonalmente in quella stupida dama.
Si affacciò premurosamente frate Mario, cappellino in testa e barba lunare: iniziò a distribuire il vitto, quel giorno due panini, frittata e prosciutto, una merendina e una mela a testa. Il sacerdote procedeva ieratico un sorriso per tutti, senza fretta. Senza dimenticare una stretta di mano. Per la maggior parte di loro sarebbe bastato per tirare avanti un’altra notte. D’estate era tutto più facile, poi sarebbe arrivato l’inverno e qualcuno di loro non ce l’avrebbe fatta. La conta dei morti sarebbe salita.
A Marian non interessava, lui non era nella merda fino a quel punto, veniva lì per far risparmiare i soldi alla sorella che faceva la cameriera in un bar. Ma non glielo raccontava mai perché avrebbe disapprovato. Già litigavano sempre per il fatto che lui andava in giro a bighellonare, suonando agli incroci con il violino. Ma non le canzoni popolari, non era mica uno zingaro. Sapeva suonare perfettamente – beh quasi perfettamente – il concerto per Violino in re maggiore di Tchaikovsky...
Arrivò una signora anziana spingendo una sorta di bicicletta a tre ruote, affiancata da un uomo con i capelli lunghi che non si lavava da Natale. Fischiettavano una canzone infantile. Da corso Moncalieri giunse lo strombazzare di un tir seguito da un concerto di clacson. Il figlio dei vicini di casa a Coropceni lavorava per una ditta che imbustava cereali e quando tornava a salutare i genitori con il camion tutti i ragazzini lo guardavano con invidia. Marian gonfiò il petto, cercò di veder passare il mezzo; il suo sogno era sempre stato diventare un camionista e guidare uno di quei bestioni, avrebbe girato tutta l’Europa forse il mondo se si poteva. Magari avrebbe potuto imbarcarsi su un traghetto e da lì non ci sarebbero stati più confini, sarebbe andato ovunque, l’aveva visto fare nel porto di Costanza.
La coda si mosse e Marian avanzò. Era giunto quasi in cima alle scale, dieci minuti e sarebbe stato il suo turno. In fondo vide Jehfren, uno di quelli che si stavano arrendendo, passava le giornate sulle panchine del centro, aveva un giornale nella giacca e lo sguardo torvo. Una volta aveva provato a salutarlo al Valentino, ma non c’era stato dialogo. Non c’era amicizia. Poca solidarietà. Arrivare al monte dei Cappuccini per la fame rendeva soli e sospettosi. Marian prese i panini e mimò una specie di grazie. Discese a ritroso, si voltò a guardarsi le spalle, ma nessuno lo seguiva. Allora tirò fuori la frittata di spinaci e la addentò. Non si era reso conto di avere così fame e si fermò nascosto tra due alberi a finire la cena guardando le canoe attraversare il Po.
Il vogatore scandiva il tempo e gli altri sudavano da presso. Faceva caldo, gli piaceva. Pensava che con il camion sarebbe potuto andare al mare e avrebbe fatto il bagno. Delle anatre si alzarono in volo davanti a una piccola lancia. Si affiancarono in una V sopra il bordo degli alberi e oltrepassarono l’arco del Valentino. Al mare c’avrebbe portato anche Neve. Sua sorella. Poi si sarebbe sposato con lei. Non riusciva a capire perché dicevano che non si poteva, lei l’aveva cresciuto ed era bellissima. Non c’era motivo di pensare di dover sposare un’altra donna. Sua sorella andava benissimo.
Marian finì il secondo panino e recuperò un boccone che gli era cascato a terra. Se lo mise in bocca. Pensò per un attimo al paese, alle poche volte che era andato a giocare a calcio contro il muro della chiesa ortodossa. Se ne erano andati tutti. Forse anche i morti dai cimiteri. Uno dopo l’altro erano partiti in cerca di fortuna. Alcuni mandavano alle famiglie di che vivere ogni settimana con il Money Transfer. E pensavano che sarebbero tornati un giorno con le tasche piene. Era un sogno a basso prezzo. E poteva rendere felici; ma soltanto un po’.
Marian lo sapeva.