Ventitré giorni primaIl sole sorge alle 05.09 e tramonta alle 21.44
Quando pensava a Lidia non riusciva a descriverla.
Se qualcuno gli avesse chiesto com’era sua moglie avrebbe risposto che era bella, che aveva gli occhi, la bocca, le gambe, ma non sarebbe riuscito ad andare molto più a fondo.
Per il commissario la sua ex moglie era stata come il mistero della fede: l’aveva incontrata e aveva sposato la sua vita senza sacramenti. Non sapeva bene perché e nemmeno quando fosse successo, o forse sì, era iniziato tutto dal primo istante che si erano visti. Quella notte.
Forse inizia sempre tutto dal primo secondo, il vero amore non ammette interruzioni, è una luce che si accende quando si spinge sul deviatore di corrente. Meglio ancora, era forse un’energia che stava nel corpo fino a che qualcuno non apriva una presa e la lasciava scorrere in un’altra apparecchiatura; la faceva funzionare. Doveva esser così, l’amore era come la corrente elettrica, faceva funzionare delle cose. Se l’impianto era a posto non c’era bisogno di niente altro.
Giorgio Paludi, prese l’ennesima birra e se la portò a letto. Erano ormai le due di notte. Tentò di berla da sdraiato, ma non gli poteva riuscire senza sbrodolarsi. Si rialzò a sedere. E lui che cosa faceva funzionare? Andava a trovare cadaveri all’obitorio, riceveva lettere intimidatorie, vedeva il figlio tre-quattro volte all’anno. Non giocava più a biliardo, non leggeva libri, non scopava da quando si era mollato con Eva, portava giusto a pisciare il cane. Forse era colpa dell’impianto che era diventato obsoleto? Si alzò davanti allo specchio e accese la luce. Ripensò ai maldestri tentativi di attivarlo e decise di non perseverare. Vedersi in mutande gli fece un certo effetto. Da quant’è che non si guardava? L’unica cosa che era rimasta uguale era l’altezza smodata che l’aveva reso naturalmente incompatibile alla vita. Una sorta di inadeguatezza nel trovare un posto nel mondo senza schiacciare piedi e rimediare pirotecnici casini. Già, pirotecnica era stata anche la scenografia del loro primo incontro, la notte di San Giovanni del 1985 al Porto Antico di Genova. Una scena da film con tanto di fuochi d’artificio, musica e colpi di cannone dalle navi. Tutte le volte che il ventiquattro di giugno si avvicinava gli prendeva una sorta di angoscia, una sensazione fisica, come se si fosse ingoiato il tubo di scappamento di un’auto. Un peso lungo tutto l’esofago. Un tentativo di suicidio del suo inconscio. Era l’unica data della vita a metterlo a disagio mentre il compleanno, suo e del figlio, o il giorno che si era sposato in comune, o la morte dei suoi genitori non gli davano il minimo tormento. Niente gli era rimasto impresso come la data del suo incontro con Lidia. Come una malattia. Perché tutto era nato lì: il figlio che sarebbe venuto dall’incrocio dei loro cromosomi e il giorno in cui sarebbe finita davanti a un avvocato civilista con quattro fogli da firmare in triplice copia. Era andata così. Si erano incontrati e avevano acceso una luce. Tutto aveva funzionato, aveva illuminato le giornate, aveva fatto prendere decisioni oculate. Rischiarato angoli di polvere. Poi forse si era bruciata una lampadina e lui si era messo a guardare la scrivania, si era perso nel lavoro, aveva perso i confini della stanza. Poi c’era stato quello scempio del G8. Entrava in casa e sentiva che sua moglie non si fidava più di lui. Che non era sicura del lavoro che stesse realmente facendo il marito... No il commissario Paludi sapeva bene cos’era successo e lo sapeva da sempre. Aveva amato una donna che non poteva essere messa mai in secondo piano, sapeva che non avrebbe mai potuto amarne una diversa, ma sapeva altrettanto bene che in quel gioco si sarebbe rovinato. Si sarebbe tatuato delle rughe sulla fronte e intorno agli occhi. Avrebbe preso un sacco di botte. Quel gioco l’aveva reso vecchio.
Ancora adesso sognava soltanto di poter dire a Lidia tutto quello che aveva provato, era il suo desiderio più grande, non voleva tornare con lei, era inutile soltanto pensarlo. Certi pensieri meschini, certe minestre riscaldate, non aveva mai avuto la tentazione di provarle. Avrebbe solo voluto farle capire che il loro amore in qualche modo aveva cambiato il mondo. E doveva averlo fatto in meglio. Che non era possibile che si potessero perdere di vista in quel modo. Usando il figlio come un passepartout tra le loro vite per rintracciare attraverso di lui indirette emozioni, spizzichi di vita, pasti semi digeriti. Non sarebbe stato più facile parlarsi, vedersi, anche abbracciarsi? Si alzò in piedi e andò a cercare un’altra birra nel frigo. Non la trovò e si mise a fumare una sigaretta alla finestra. C’erano un paio di persone ai tavolini della piadineria sotto la Mole, la donna rideva sguaiatamente, chissà cosa le stava raccontando il fidanzato... forse una qualunque di quelle frasi che si imparano a scuola con l’alfabeto: fidati di me, staremo sempre insieme, non ti tradirò mai.
Ci sarebbero voluti secoli per dire a Lidia tutte le cose che avrebbe voluto, avrebbe voluto riassumerle in una parola e una frase. Tipo, mi dispiace. Ti amo. Qualcosa del genere. Ma non avevano più tempo. O meglio il tempo li aveva superati. Il futuro era dietro di loro. Davanti c’erano solo i ricordi. I rimpianti.
Alzò gli occhi sulla strada. L’uomo e la donna se n’erano andati, un ragazzo stava sgomberando il dehors legando le sedie con una catena.
Scerbanenco abbaiò, forse aveva voglia di pisciare. Oppure in qualche modo aveva voluto fargli capire che a lui andava bene così. Si avvicinò con il muso e glielo mise nel palmo di una mano.
– Che vuoi cane?
Scerbanenco alzò la testa e lo guardò.
– Ti sei mai innamorato cane da quattro soldi?
Il cane abbaiò ancora.
– E va bene andiamo a farci una passeggiata.
Uscirono che l’umido della città non se ne era ancora andato. Giorgio Paludi, 49 anni il giorno dei Santi scivolò nell’alba mentre Torino dormiva. Le pisciate dei nottambuli si allargavano in pozzanghere, e il sole implacabile iniziava a bruciare la stratosfera. Qualcuno magari la stava attraversando con il cappello di paglia su un volo low cost che l’avrebbe portato a Palma de Mallorca a bere rum scadente e guardare il culo alle turiste. Il commissario rientrò che c’era soltanto il tempo di farsi una doccia, dare un’occhiata alla posta e andare a lavorare. Prese distrattamente le lettere dalla buca, scartò la pubblicità di un’emittente satellitare che prometteva calcio e gossip ventiquattr’ore al giorno. Buttò anche la bolletta del gas, gliela addebitavano direttamente sul conto e non aveva nessuna voglia di controllare quanto fosse aumentata. Alla fine prima di richiudere lo sportellino trovò una lettera del padrone di casa incastrata lateralmente nella buca, come c’era finita? La aprì meditabondo. Gli ricordava i termini del loro contratto d’affitto, gli dispiaceva per il disguido, ma come comunicatogli in precedenza per ben due volte, due volte in cui lui aveva ritirato la raccomandata, gli serviva la casa per il figlio che si era appena sposato. Corse in sala e recuperò le precedenti lettere che soltanto allora si ricordò di avere preso. Era convinto fossero gli adeguamenti ISTAT della locazione o il resoconto delle quote amministrative a lui spettanti. Le trovò inaspettatamente presto sotto una catasta di scartoffie e pagine di quotidiani: era una disdetta in piena regola del loro contratto d’affitto. Il giorno sul calendario non dovette nemmeno controllarlo, già lo sapeva. Aveva quindici giorni per trovarsi un’altra casa.