Capitolo 7 - Sei Cuori

2100 Words
I due anni successivi furono un continuo movimento, un andare senza fermarsi mai abbastanza a lungo da mettere radici, come se restare significasse rischiare di perdere l’equilibrio che stavo cercando di costruire. Viaggiai, curai animali, seguii gli spiriti dove mi conducevano, attraversando luoghi feriti dove la terra portava ancora i segni del dolore umano. Lentamente imparai ad ascoltare il dolore di Gaia, la Madre Terra, senza farmi travolgere, a controllare la mia natura invece che subirla. A riconoscere la rabbia che protegge da quella che distrugge. Eppure, nonostante tutto, mi sentivo vuota, incompleta. Non cercai un branco. Mi convinsi di non averne bisogno, che la solitudine fosse una scelta, non una mancanza. New York cambiò tutto. La città era viva in un modo completamente diverso, più caotico, più doloroso. Gli spiriti erano feriti, inquieti, frammentati, come se fossero stati spezzati troppe volte. Nel lupanario capii veramente cosa significasse essere sola in un mondo che non perdona l’isolamento. Gli altri mi osservavano senza avvicinarsi, con una diffidenza silenziosa che non aveva bisogno di essere spiegata, perché sapevo essere meritata. Un lupo senza branco non è affidabile. È un rischio. Carol, la Children of Gaia del branco dell’Ulfric, me lo disse chiaramente: «Un lupo solitario è un lupo morto, o peggio, inutile.» Le parole rimasero sospese tra noi. «Se non impari a fidarti,» continuò, «non combatterai mai davvero. E se non combatti… allora cosa sei?» Non risposi, perché la risposta la conoscevo già. Avevo paura. Non degli altri, ma di me stessa. Della rabbia. Di quello che avevo visto sulla spiaggia, di quello che sarei potuta diventare. Carol mi osservò a lungo. «Partecipa alla caccia sacra, questo sabato.» «Perché?» «Perché per uscire dal buio, puoi solo trovare la tua strada.» Significava mettermi alla prova, espormi. Rischiare di perdere di nuovo il controllo. Ma non volevo più restare ai margini. Entrai a Central Park per mia madre e per quel cucciolo. Perché cercavo uno scopo. Nel parco buio gli spiriti si muovevano tra i tronchi come ombre inquiete, frammenti di qualcosa di più grande che non riusciva più a restare unito. Avanzai lentamente, scalza, lasciando che ogni passo nascesse più dall'istinto che dal pensiero, cercando di ascoltare senza forzare, di percepire senza imporre la mia presenza. Avevo da poco trovato un’increspatura, una traccia di qualcosa di corrotto, anomalo, quando sentii un guaito di dolore. Scattai in avanti senza esitare, e insieme al suono arrivarono i ricordi — la spiaggia, il sangue, il corpo troppo leggero tra le mani — come se il tempo si fosse piegato su sé stesso per riportarmi esattamente lì. Il senzatetto e il randagio erano poco più avanti, fragili presenze schiacciate contro qualcosa di troppo grande per loro. Mi mossi per salvarli, e mi accorsi di non essere sola. Un ragazzo, più giovane di me, stava inseguendo la creatura con una determinazione feroce, come se tutto il resto non esistesse. Era alto quasi un metro e novanta, massiccio, vestito di jeans e pelle come un animale urbano pronto a mordere. Nei suoi occhi verdi brillava qualcosa che mi tolse il respiro: una Bestia immensa, trattenuta a fatica sotto la superficie. Anche il sezatetto ed il randagio la percepivano, e ne erano terrorizzati. Al suo fianco stavano una ragazza con gli occhi a mandorla e la corporatura minuta, magra e agile, ed un ragazzo con capelli rossi e occhi color del mare. Loro non lo temevano, lo seguivano. Come se fosse naturale. Un pensiero mi attraversò la mente prima che potessi fermarlo: se fosse stato necessario difendere quell’uomo da lui… avrei perso. Era un guerriero. Mentre io.. La mia Bestia era rabbia, priva di abilità. La sua era forza trattenuta, compressa sotto la pelle. Fu proprio questo a calmarmi. Osservandolo meglio, vidi che la sua Bestia non era fuori controllo. Non stava esplodendo, non stava divorando tutto ciò che incontrava. Era lì, presente, immensa… ma trattenuta saldamente dentro quel corpo d’acciaio. Quando la preda scappò mi unii a loro nella caccia come se fosse sempre stata anche la mia, sentendo il suo sguardo su di me nello stesso momento in cui io studiavo lui. Le nostre Bestie si riconobbero. Uguali, eppure opposte. La sua era un’arma, la mia un incendio. Incontrammo un altro lupo nel parco, un ragazzo dai capelli biondo chiarissimo ed occhi grigi freddi come metallo. Anche lui era un guerriero, ma diverso dal ragazzo d’acciaio. C’era qualcosa di rigido, addestrato, nei suoi movimenti. Dove il primo era controllo attraverso la forza, lui era controllo attraverso la regola. Vidi come io, per paura di perdere il controllo, mi ero preclusa la possibilità di usare la Bestia come strumento, di trarre forza da essa. Il ragazzo d’acciaio rinunciò alla vittoria per proteggere una lupa ferita. Contrastò l’istinto della sua Bestia seguendo non la gloria, ma la sua natura. La controllava meglio di quanto io sapessi controllare i miei respiri. Mi dedicai alla lupa ferita: il torace era aperto, il respiro spezzato, e il sangue che continuava a uscire troppo velocemente. Era nella forma di lupo da battaglia: enorme, sproporzionata, più grande di un lupo normale. Eppure era incapace di reggersi in piedi, proprio come i puledri appena nati che avevo visto tante volte cadere e rialzarsi nella fattoria. Mi avvicinai a lei piano, cercando l’aiuto degli spiriti per calmarla. «Madre Terra,» sussurrai «aiutala.» Sotto i miei piedi scalzi, la terra si scaldò e sembrò farsi più morbida. Cercai la Luna, il suo riflesso, la sua quiete, chiedendole di placare quella sofferenza che vibrava troppo forte. Lei ringhiò, spaventata. Ero un'estranea, un’umana, un pericolo. Di fianco a lei, non mi permetteva di toccarla. Il sangue continuava a scorrere e per un istante non vidi più lei, ma il piccolo cucciolo nero. Lo stesso corpo fragile, la mia stessa incapacità di aiutarlo, lo stesso destino che si ripeteva. Il cuore mi si spezzò nello stesso punto. Sentii lo stesso dolore, la stessa rabbia salire dentro di me. Trattenni un grido, sapendo che se l’avessi lasciato andare, con lui avrei perso me stessa. Un altro ringhio rispose al suo. Quando mi voltai, la ragazza mora si stava già trasformando. Il suo corpo si piegò, mutò, diventando lupo con una naturalezza che mi lasciò senza fiato e mi quietò. Aveva capito la sua paura e si era mutata per poterla raggiungere. L’altra le permise di avvicinarsi, e si tranquillizzò. Solo allora mi permise di toccarla. Posai le mani sul suo corpo caldo e tremante, lasciando che gli spiriti scorressero attraverso di me, senza resistenza. Erano una parte di me che non avevo mai temuto. Li sentii rispondere, li sentii arrivare, li pregai di aiutarmi nella lingua antica, che conoscevo senza averla mai studiata. Quando alzai lo sguardo, capii che tutti mi stavano osservando. Non con diffidenza, ma con rispetto. Lo spirito della Luna prese forma accanto a me, familiare come il battito del mio cuore, una presenza che non mi giudicava, ma vedeva ogni cosa. «La caccia è compiuta. Un branco è nato.» Sentii il suo sguardo su di me, amorevole e pieno di pietà. Sapeva. Poteva leggere il mio cuore e la nuova vergogna che era nata al suo interno. Gli anziani uscirono dal buio silenziosamente. «Chi è l’Alfa?» chiese un uomo alto, con gli stessi lineamenti duri del ragazzo d’acciaio. Nessuno parlò, poi il soldato fece un passo avanti ed indicò il compagno più alto. «Il figlio di Fenris è l’Alfa» disse. Lo osservai. Era giovane, troppo giovane, forse. Eppure nei suoi occhi c’era qualcosa di più della forza, c’era responsabilità. Scelta. Istinto di protezione. «Hai scelto il branco.» continuò il ragazzo biondo, vedendo l’altro stupito. Il ragazzo rosso sorrise tra sé, come se la cosa lo divertisse più di quanto avrebbe ammesso. La ragazza mora tornò alla forma umana e si accucciò accanto alla lupa, accarezzandola con una dolcezza inattesa. Io continuai a guardarlo. Aveva dimostrato orgoglio ed onore. Sarebbe diventato un brav’uomo. Un bravo Alpha. «Mah… sì,» dissi infine. «Sei meno peggio di tanti altri.» Carol mi raggiunse per aiutarmi con la lupa ferita. «Ho fallito,» le dissi piano, la voce incrinata «non ho saputo combattere, o proteggere… non sono nemmeno riuscita a farmi accettare da lei.» Strinsi tra le mani il suo pelo caldo ed umido «Non so nemmeno curarla da sola. Non so fare nulla.» «Ti ho visto bambina,» mi rispose poggiando la fronte sulla mia «non hai fallito.» Sollevai lo sguardo dubbiosa. «L’Alfa si è fidato di te,» continuò «per l’uomo… e per lei.» Scossi la testa. Non aveva avuto veramente bisogno di me. Silenzio. Poi, più dura: «Devi imparare a stare in un branco. A trovare il tuo posto. Solo allora capirai quando combattere… e quando invece fermarli.» Il suo sguardo non vacillò. «Non scappare dal tuo lupo.» La grossa lupa smise di tremare ed abbandonò la forma da battaglia. Il suo corpo si ridusse lentamente, tornando a una forma più piccola, più giovane. Doveva essere poco più di una cucciola. Sollevò il muso grigio e mi leccò il viso, poi si lasciò cadere sulla schiena, esponendo il ventre con una fiducia totale, disarmante. Risi. E nello stesso momento piansi. Affondai il viso nel suo pelo, ascoltando il battito del suo cuore, forte, vivo. Capii che non sarei mai più stata sola. Restammo lì ancora per qualche istante, sospesi in un silenzio diverso da quello che aveva preceduto la caccia. Non c’era attesa, ma pace. Il silenzio del riposo. Il ragazzo d’acciaio si avvicinò e la lupa si mosse appena contro di me, tesa. Io rimasi con una mano affondata nel suo pelo temendo che, se l’avessi lasciata andare, sarebbe scappata. «Come sta?» mi chiese. «Bene adesso.» Allungò la mano verso la lupa, che dopo un po’ vi appoggiò il muso. Gli occhi gialli lo guardavano senza timore. «Io sono Sean» disse. «Cristina.» Mi sorrise e chiese curioso alla lupa «Chissà tu come ti chiami.» «Probabilmente non ha ancora un nome.» si inserì la ragazza mora. «E’ tanto giovane, non credo sia mai stata tra gli uomini.» «E tu cosa ne sai?» domandò curioso il ragazzo rosso, accucciandosi al mio fianco «Mattia, piacere comunque.» «I licantropi nati nella forma di lupo non acquisiscono quella umana fino a dopo la prima muta, intorno ai due anni.» rispose il ragazzo biondo, formale «Ed anche allora non la sfruttano finchè non lasciano il loro branco di nascita. Non è una forma naturale, per loro.» Mattia lo fissò sollevando le sopracciglia, sorpreso «Grazie, signor Lican-pedia.» «Jason Garrick.» rispose lui, imbarazzato. «Comunque ha ragione.» riprese la ragazza mora accarezzando la lupa grigia. «Sceglierà il suo nome quando sarà pronta.» «Io sono Rui comunque,» concluse rivolta a Sean «grazie per averla difesa.» Sean scosse la testa. «Non ringraziarmi, non devi.» Rimanemmo in silenzio, imbarazzati o forse persi ognuno nei nostri pensieri. Eravamo un Branco, ma non sapevamo bene cosa volesse dire veramente. Fu Mattia ad esprimere il pensiero di tutti: «E adesso? Mc Donald?» Lo fissammo increduli, poi scoppiammo a ridere. Sentii la tensione, la paura, scivolare via tra le risate. Mi parve di ridere veramente per la prima volta da quando avevo lasciato casa. «Adesso venite con me.» ci disse Carol. Sean mi porse la mano e mi aiutò ad alzarmi. Era caldo, solido come roccia. La lupa esitò, poi si alzò sfiorandomi la gamba. Quando mi mossi, rimase al mio fianco ad ogni passo. La città tornò poco a poco a farsi sentire. Il rumore distante del traffico, il respiro artificiale delle luci, il battito irregolare di qualcosa che non aveva nulla a che vedere con la terra da cui provenivo. Eppure, per la prima volta da quando ero arrivata, quel suono non mi sembrò estraneo. Camminai ancora qualche passo, poi qualcosa mi fece rallentare. Non un rumore, ma una sensazione. Come una vibrazione sotto la pelle. Chiusi gli occhi e mi fermai. La lupa mi sfiorò la mano con il naso freddo, e solo allora mi accorsi che gli altri si erano voltati verso di me. “Tu-dum.” Un cuore. Ma non era il mio cuore. “Tu-dum.” Un altro battito si intrecciò al mio, vicino, familiare, come se fosse sempre stato lì. Poi un altro. Diverso, più saldo, e un altro ancora. Uno dopo l’altro. Sei. Sei cuori. Non in sincronia, ma in equilibrio, come onde che si rincorrono senza mai spezzarsi. La terra sotto i miei piedi pulsava insieme a loro. La città, viva, ci stava ascoltando. Alzai lo sguardo. Li sentii prima ancora di guardarli. Non più estranei. Non più figure incontrate per caso. Il mio branco. Inspirai lentamente, lasciando che quel legame mi attraversasse, mi cambiasse. Non li avrei delusi, mai più.
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