Capitolo 4 - L’omicidio
Come già gli era capitato altre volte avrebbe atteso i colleghi del giro di nera sotto il portico di piazza Galilei seduto su una delle panchine che guardano l’ufficio passaporti. Avrebbe appreso da loro le notizie del mattinale che poco prima avevano letto gli addetti ai rapporti con la stampa. Quando i colleghi lo videro lo presero in giro come spesso capitava in quel periodo perché ancora una volta era giunto in ritardo all’appuntamento delle 10,30. Cosa ci fosse da ridere non era dato di sapere dal momento che i loro taccuini non traboccavano di notizie stratosferiche per cui si mise l’animo in pace e assopì il senso di colpa per la mancata conferenza.
Pareva che fosse tutto piatto e tranquillo, uno di quei giorni in cui bisogna cercare una notizia per fare giornata. Magari inventandosi qualcosa che, tra una pennellata e l’altra, poteva assumere la parvenza di una storia se non succulenta almeno interessante. Dopo piazza Galilei sarebbe andato in via Garibaldi dove da qualche mese era stata spostata la Procura che fino ad allora era stata in piazza Trento e Trieste. Avrebbe provato a tirare fuori qualcosa anche se non nutriva molte speranze dato che da lì negli ultimi tempi si raccoglieva praticamente nulla. Addirittura era diventato impossibile persino entrare.
A bordo dello scooter Rosario Santacroce percoCome già gli era capitato altre volte, avrebbe atteso i colleghi del giro di nera sotto il portico di piazza Galilei seduto su una delle panchine che guardano l’ufficio passaporti. Avrebbe appreso da loro le notizie del mattinale che poco prima avevano letto gli addetti ai rapporti con la stampa. Quando i colleghi lo videro lo presero in giro perché ancora una volta era arrivato in ritardo all’appuntamento delle 10,30. Cosa ci fosse da ridere non era dato di sapere dal momento che i loro taccuini non traboccavano di notizie stratosferiche. Per cui si mise l’animo in pace e placò il senso di colpa per la conferenza mancata.
Pareva che fosse tutto piatto e tranquillo, uno di quei giorni in cui bisogna cercare una notizia per fare giornata. Magari inventandosi qualcosa che, tra una pennellata e l’altra, potesse assumere la parvenza di una storia se non succulenta almeno interessante. Dopo piazza Galilei sarebbe andato in via Garibaldi dove da qualche mese era stata spostata la Procura che fino ad allora era stata in piazza Trento e Trieste. Avrebbe provato a tirare fuori qualcosa anche se non nutriva molte speranze dato che da lì negli ultimi tempi non si raccoglieva praticamente nulla. Anzi, era diventato impossibile persino entrare.
A bordo dello scooter, Rosario Santacroce percorse via Rizzoli e giunto sotto le Due Torri imboccò dapprima via Castiglione, poi voltò a destra in via Farini. Al semaforo successivo girò a sinistra in via Garibaldi, all’incrocio con piazza Cavour, passando davanti alla sede della Banca d’Italia. Con le lastre di pietra malmesse e fuori posto il percorso si rivelò come sempre accidentato. Un vero e proprio attentato per la schiena, costretta suo malgrado a sopportare tutti quei colpi che certamente non le facevano bene. Come al solito parcheggiare non si rivelò facile e per l’ennesima volta si chiese come facessero quelli che giravano in auto considerato che era quasi impossibile trovare spazio anche per un motorino. Probabilmente era una forma di catarsi perché pensando a chi doveva fare più fatica di lui riusciva ad alzare l’asticella dell’arrabbiatura mantenendo la calma e la lucidità necessarie in attesa di un buco.
Fece appena in tempo a scendere dallo scooter quando una telefonata diede un senso molto diverso alla giornata. Per fortuna non aveva alcun programma per la serata per cui non avrebbe dovuto fare i conti con una fidanzata arrabbiata per l’ennesimo contrattempo intervenuto a stravolgere i piani. Guardando il display vide il numero della Questura e pensò a una simpatica ramanzina da parte di una delle addette stampa per l’ennesimo ritardo.
«Via Zambrini, traversa di via Murri, trovato il cadavere di un uomo sui cinquant’anni. Sul posto il 113 e la Squadra mobile» gli disse con voce trafelata l’interlocutrice senza neppure dirgli buongiorno e, anzi, interrompendo bruscamente la comunicazione. Non se la prese perché capiva che la poverina aveva il suo da fare dovendo avvertire tutti i cronisti. Conosceva bene la strada e non ebbe bisogno di controllare sulla cartina che portava sempre con sé. Via Zambrini era una viuzza che terminava a ridosso dei giardini Margherita, uno dei grandi parchi di Bologna e probabilmente il più noto. Era una strada di villette di pregevole fattura, a denotare il tenore di vita abbastanza elevato o comunque benestante di chi abitava in quella zona. Quel giorno faceva molto caldo, ma qualche anno prima l’aveva raggiunta in pieno inverno. Una sera di metà gennaio del 2005 che a lui e ai colleghi aveva riservato addirittura la neve mentre sostavano davanti a una delle palazzine in attesa di notizie.
Qualche giorno prima, all’interno del parco c’era stata una mega rissa tra due gruppi di adolescenti denominati Bolobene e Bolofeccia. I primi appartenevano a famiglie benestanti e frequentavano scuole esclusive della città; i secondi facevano parte di nuclei costretti a tirare la cinghia per andare avanti. La zuffa aveva preso alla sprovvista l’intera comunità per la violenza con cui si era manifestato il disagio che l’aveva generata. Si era consumata al culmine di una lunga serie di insulti che erano volati da una parte e dall’altra attraverso i social network. Le parole evidentemente non davano più soddisfazioni. Ci voleva qualcosa in più per tenere viva quella sorta di solco tanto immaginario quanto profondo e invalicabile che aveva diviso il parco in due zone: quella vicina al circolo del tennis era di esclusivo appannaggio dei benestanti, mentre in quella a ridosso dello chalet comandavano gli ‘avversari’. Per questo, probabilmente, risultò necessario andare oltre fino a giungere allo scontro fisico tra opposte fazioni e a scatenare l’inferno in uno dei luoghi di ritrovo più importanti della città.
Quando arrivò in via Zambrini le volanti del 113 erano già sul posto e gli agenti avevano transennato la strada con le strisce di plastica bianche e rosse con sopra scritto Polizia di Stato. Come al solito i giornalisti e i curiosi vennero tenuti a congrua distanza dal luogo del delitto. Evidente e comprensibile il disappunto dei cronisti che in tal modo non venivano facilitati nello svolgimento del loro lavoro di informazione. Oltre alle volanti c’erano anche le auto civetta della Squadra mobile che, insieme ai colleghi della Scientifica, stava repertando meticolosamente ogni singolo indizio sul luogo del delitto. In casi del genere, ripetevano spesso gli investigatori di razza, i rilievi e gli elementi raccolti con cura nelle prime ore possono determinare la buona riuscita o meno di un’indagine. Poco dopo arrivarono pure il medico legale e il pm di turno.
Da qualche tempo stava diventando sempre più raro vedere un magistrato sul luogo di un delitto e i loro colleghi più anziani la ritenevano una mancata crescita dal punto di vista professionale. Perché guardare con i propri occhi il luogo in cui è avvenuto un crimine non è come farselo raccontare e permette di farsi un’idea più precisa dell’accaduto di quanto non consenta una relazione di servizio, seppur ben redatta. Per qualche pm, in realtà, la presenza era completamente inutile considerato che aveva il valore di una passerella a tutto vantaggio del proprio Io smisurato che si autoalimentava con i flash delle macchine fotografiche e i filmati che andavano in onda sulle televisioni. Quel giorno il magistrato di turno era una persona molto cordiale e disponibile nei limiti del possibile, legato a Saru da un rapporto di profonda amicizia oltre che di stima. Rendendosi conto dell’insofferenza dei cronisti li invitò a pazientare perché all’uscita avrebbe riferito quello che avrebbe potuto per aiutarli.
Lo scorrere del tempo sembrava interminabile, come sempre accadeva quando bisognava attendere l’evoluzione dei fatti. Ore e ore di attesa nella speranza di un’informazione o un input per capire l’accaduto e buttare giù un articolo. I giornalisti trovarono la pietosa complicità di un albero che con la sua ombra fornì riparo da un sole abbastanza birichino e con la mente non molto accaldata cercarono di capire come mettere a frutto quei momenti. Qualcuno tentò di telefonare agli amici della Squadra mobile per saperne di più. I risultati, però, furono scarsi perché o non erano al lavoro e quindi non sapevano nulla di quanto accaduto o erano impegnati nelle indagini e non avevano di certo a cuore le sorti dei giornalisti, per quanto potesse contare l’amicizia. C’era chi dettava i primi lanci d’agenzia con le poche informazioni a disposizione e chi si guardava intorno per un po’ di colore e per le necessarie interviste ai vicini. In realtà non sempre erano utili per inquadrare il fatto nel giusto contesto perché nella maggior parte dei casi i testimoni riferivano che i protagonisti di eventi tragici non avevano mai dato segni di squilibrio o fatto cose tali da far pensare al tragico epilogo. Si parlava sempre di persone educate che non facevano mai mancare un buongiorno o un buonasera e via dicendo.
Queste improbabili interviste si potevano anche scrivere senza averle realizzate tanto erano scontate, banali e quasi sempre uguali. A furia di provare, qualche telefonata ebbe successo e venne fuori il nome della vittima. Pertanto fu più semplice chiedere informazioni a chi abitava nella strada, a chi a quell’ora tornava a casa per il pranzo o usciva per commissioni o era lì a curiosare. Al di là del nastro bianco e rosso, infatti, si era creato anche un nugolo di umarell, come vengono chiamati sotto le Due Torri gli anziani molto curiosi che trascorrono le loro ore, solitamente caratterizzate da noia, ad assistere agli eventi.
Quanto accaduto sembrava avere catalizzato la loro morbosa attenzione perché la vittima era un certo Gianfranco Masoni, un uomo benestante che aveva le risorse per godersi la vita senza il problema di arrivare a fine mese. Uno scapolone d’oro di cinquant’anni, molto ambito e non solo tra le donne sue coetanee. Oltre a essere ricco, era anche fisicamente ben messo e interessante. Un interesse che in quel momento non era possibile stabilire se dovuto esclusivamente ai soldi o alla classe. A far emergere queste informazioni ci pensò una collega dopo una chiacchierata con gli esperti di gossip che la aiutavano dalla redazione. Un breve giro su Internet con un motore di ricerca fece il resto dando le conferme necessarie.
L’uomo amava la bella vita, frequentava le feste della Bologna bene e i locali più alla moda della città. In più di qualche foto compariva con donne diverse, molto belle, spesso modelle di successo. Il resto delle informazioni le fornirono i colleghi che erano al desk e che cominciavano a preparare le pagine per l’edizione del giorno dopo. Dagli archivi emerse che Masoni era figlio di industriali e che per qualche anno aveva portato avanti l’azienda di famiglia specializzata nella meccanica di precisione. Non avendo voglia di lavorare, l’aveva poi venduta a un fondo cinese per una grossa cifra da risultare quasi fuori mercato. Ora l’unica preoccupazione era gestire le proprie fortune in modo da garantirsi un tenore di vita alto fino alla vecchiaia. Sul suo conto non emersero cose pruriginose o disdicevoli che potessero alimentare voci e ipotesi sulla fine che gli era toccata.
Qualche anziano vicino, con l’accento tipico bolognese di chi sembra parlare con una noce in bocca, spiegò che da quell’abitazione c’era un continuo via vai a qualsiasi ora del giorno e della notte. E fece intendere che si trattasse addirittura di una casa d’appuntamenti, a dimostrazione che certe volte episodi del genere sono forieri di fantasie anche strampalate. Per qualcuno quell’andirivieni di belle signorine, spesso accompagnate anche da uomini, destava più di un sospetto. Illazioni probabilmente alimentate dall’invidia sia per le circostanze sia per il rimpianto di un passato mai vissuto a quei livelli e non più vivibile. Con molta probabilità erano in tanti a pensarlo, ma a renderlo manifesto erano solo gli anziani non accompagnati dalle rispettive compagne di vita. A loro, forse, non sarebbero stati in grado di spiegare come mai erano così informati sui continui movimenti che avvenivano intorno alla villa del signor Masoni. Nell’ampio giardino che circondava la villetta stile liberty faceva bella mostra di sé una fontanella sormontata da una statua della Beata Vergine di San Luca, molto cara ai bolognesi. Nel garage erano parcheggiate un paio di autovetture non proprio alla portata di tutti anche se non extralusso.