Capitolo 3 - L’incontro con Mery

1751 Words
Capitolo 3 - L’incontro con Mery Aveva conosciuto Mery qualche giorno prima attraverso una delle tante piattaforme di incontri on-line e, dopo lo scambio di mail, foto, sms e telefonate, avevano stabilito di incontrarsi. Innanzitutto per accertarsi che di persona fossero in grado di confermare le aspettative sorte con le foto che si erano scambiati. Non era la prima volta, infatti, che entrambi facevano i conti con sorprese a dir poco sgradite se non mostruose. Poi occorreva verificare quanto di vero ci fosse di quel magico feeling che avevano intuito aleggiasse tra loro per via delle parole dette e scritte. In quel mondo, in tanti mandavano immagini di molti anni prima. Perché magari nel frattempo la pancia era cresciuta a tal punto da impedire loro persino di guardarsi il pisello quando andavano in bagno. O perché non avevano il coraggio di dire che la bella gnocca che erano aveva lasciato il posto alla donnina che porta i regali il 6 gennaio. O semplicemente sapevano di essere fotogenici e davanti all’obiettivo erano molto bravi a mascherare i difetti esaltando quei pochi pregi che poi dal vivo non erano sufficienti a compensare il resto. Una volta Saru aveva programmato un weekend che nelle intenzioni avrebbe dovuto essere da favola, con una donna che in foto pareva una dea. Dopo alcune settimane trascorse a scambiarsi sms e telefonate avevano deciso di vedersi a Bologna. Tutto faceva supporre che l’incontro sarebbe stato ad alta tensione e lo aveva organizzato nei minimi dettagli, come al solito. Per sua sfortuna si era trovato davanti una donna che gli aveva fatto rimpiangere di essere lì in quel momento, nonché la sua propensione per gli incontri al buio. Se due ore possono anche passare in fretta, un fine settimana, per giunta lungo, è molto più difficile da trascorrere con chi non è di tuo gradimento. Il danno a quel punto era fatto e non era stato possibile rimandarla indietro. Non gli era rimasto che fare buon viso a cattivo gioco nella speranza che il tutto finisse quanto prima. Appena arrivati da lui aveva sistemato al volo il divano letto nella cameretta, perché non era il caso di dormire insieme. La prima sera era passata indenne, ma erano la seconda e la terza che lo preoccupavano perché, nonostante il tentativo di stare in giro per la città il più possibile, a casa dovevano comunque tornare. Dopo la cena consumata fuori si erano ritrovati a chiacchierare nella sala, prima di andare ognuno nel proprio letto. Saru era steso sul divano e la ascoltava svogliatamente. Di tanto in tanto mandava qualche sms di aiuto a un amico a conoscenza del weekend che doveva essere da urlo e che invece si era rivelato da incubo. A un certo punto, consapevole che neppure quella sera sarebbe successo niente se non avesse inventato qualcosa, lei aveva provato a movimentare la situazione rivolgendogli domande ambigue. Gli aveva chiesto dapprima se a suo modo di vedere avesse o meno delle belle gambe. Una risposta che lui non poteva fornirle non avendole viste per via dei pantaloni che aveva sempre indossato. Per rimediare lei si era fatta avanti invitandolo espressamente a toccare la merce che aveva di fronte. Era stato riluttante, ma di fronte all’insistenza di lei che gli guidava le mani, l’aveva palpeggiata cominciando dalle gambe e salendo verso il lato B ormai non più coperto dai jeans. Il giudizio positivo non le era bastato perché evidentemente cercava di più da quell’uomo che al contrario non ne voleva sapere. Pertanto lo aveva invitato a toccare anche il seno, estraendolo dall’indumento che lo fasciava. Non aveva una bella forma, ma in quanto a consistenza portava bene i trent’anni della padrona. A furia di toccare, gli ormoni avevano cominciato irrimediabilmente a dare segni di risveglio, ma non era sua intenzione consumare un rapporto sessuale solo perché c’era la materia prima a disposizione. Odiava la politica dell’“ogni buco è trincea” o “basta che respiri”. Prediligeva la chimica mentale e quella donna non solo non gli piaceva, ma non gli aveva fatto scattare alcuna scintilla che desse il la a un approfondimento. Così aveva pensato bene di andare in bagno a sciacquarsi con l’acqua fredda, favorendo il necessario acquietamento. In quel modo aveva posto fine a qualsiasi velleità da parte dell’altra che il giorno dopo era tornata mestamente a casa. Non aveva più voglia di proseguire oltre quel soggiorno languido, triste e senza speranze. Ovviamente, dopo quella volta non si erano sentiti né visti mai più. Saru e Mery si erano dati appuntamento un mercoledì sera di giugno nel paesino di lei, in provincia di Modena, per bere qualcosa e scambiare quattro chiacchiere. A pelle si erano piaciuti subito e già quello rappresentava il settanta per cento delle chance necessarie per procedere con la conoscenza. Avvertivano la stessa piacevole sensazione a stare insieme ed erano rimasti per qualche ora a parlare del più e del meno per conoscersi meglio. Avevano bevuto uno spritz in un bar del centro, seduti su sedie di vimini intorno a un tavolino sotto un ombrellone quadrato di colore chiaro. Intorno a loro c’erano numerosi container che ospitavano gli uffici pubblici che il sisma aveva cacciato dai palazzi danneggiati. Segno evidente dell’improvvisa tragedia che aveva colpito, ma non affossato, quella terra laboriosa. Stavano bene e il piacere di parlare senza alcun timore di dire la cosa sbagliata rendeva l’atmosfera quasi magica. Verso le 11 decisero di allontanarsi dal bar per raggiungere il parcheggio in cui Saru aveva lasciato l’auto prima di salire su quella di lei. Mentre si dirigeva verso la cassa per pagare il conto, il suo sguardo era stato attirato da tre donne sedute a un tavolino nei pressi dell’entrata. Era difficile non accorgersi del modo in cui lo guardavano; a quel tipo di sguardi era abituato e sapeva che, se ben colti, potevano dare grosse soddisfazioni. Ne era lusingato, ovviamente, ma allo stesso tempo contrariato perché in quella circostanza non poteva approfittarne. Era stato inevitabile ricordare quel famoso detto secondo cui il destino dà il pane a chi non ha i denti. Non era la prima volta che gli capitava una situazione del genere. Ma fino ad allora non aveva mai trovato il tempo di elaborare uno stratagemma per non sprecare l’occasione. Pensò a quella volta che era in vacanza a Biarritz. Durante un giro sul lungomare una bella e molto giovane ragazza gli era andata incontro salutandolo con un sorriso a trentadue denti. Si sarebbe volentieri fermato a chiacchierare, magari sorseggiando un aperitivo in uno dei tanti locali con vista sull’oceano. La fidanzata, però, non si era mostrata d’accordo e, notando la scena, aveva minacciato di gettarlo in mare insieme alla presunta rivale. O quella volta che, girando per Manhattan, era stato avvicinato da una donna che gli aveva chiesto delle informazioni. Si era rivolta proprio a lui che si vedeva lontano un miglio che non era del posto. Occasioni che gli capitavano sempre e solo quando era in compagnia. Segno che probabilmente alla gente piacciono le cose impossibili, un po’ contorte e mai semplici, come se già non ci pensasse la vita di suo a complicarle. Quella volta ci misero del loro le tre grazie che seguirono con lo sguardo il suo percorso verso la cassa, annusandone il profumo. Avrebbe tanto desiderato fermarsi a parlare e magari dare corpo ai pensieri peccaminosi che trasparivano dai loro occhi. E chissà che non ce l’avrebbe anche fatta a tenere testa a tutte e tre. Una sfida che non avrebbe certamente rifiutato se fosse stato da solo. Erano saliti in macchina e lungo il tragitto aveva sfiorato la mano di Mery posata sul cambio, cominciando ad applicare la teoria della penetrazione dei corpi. Arrivati al parcheggio si erano baciati con foga, quasi a voler consumare la voglia che due ore di chiacchiere avevano acceso. L’inevitabile conseguenza era stata che la sua virilità aveva iniziato a fare fatica a stare nei pantaloni. Le aveva accarezzato le gambe a lungo ammirate durante la sosta al tavolino del bar. L’azione era favorita da un vestitino corto e svolazzante color oro che lasciava abbastanza scoperte le belle, sode e affusolate leve bianche della donna. La mano destra non aveva incontrato alcun ostacolo e Saru aveva fatto una scoperta che lo aveva mandato in estasi, facendo saltare la cerniera dei calzoni: Mery non indossava gli slip, un chiaro segnale di quanto fosse pronta per essere presa da quel membro che aveva sapientemente tirato fuori dalla gabbia asfittica da cui voleva scappare. La casa di lei non era libera perché il figlio non era uscito, contrariamente al suo solito, così erano andati da lui a Bologna. Il tragitto era stato reso talmente breve dall’eccitazione che in pochi istanti si erano ritrovati nel letto come due condannati a cui avevano permesso di esprimere l’ultimo desiderio. Cosa mai avrebbe potuto chiedere a questa donna che dopo una notte sfavillante era sparita lasciando quel sinistro messaggio che presagiva una caduta verso gli abissi? «Se vuoi le parlo io» gli propose il medico senza trovare il consenso di Saru, che voleva affrontare la questione personalmente. La chiamò davanti a lui, ma non ottenne alcuna risposta, e questo lo fece ricadere nel panico perché la paura gli faceva vedere ogni cosa nel modo più cupo e negativo. Magari Mery in quel momento non poteva rispondere perché impegnata a fare altro. Non perché non volesse più parlargli o fosse sparita dopo averlo infettato come invece immaginava lui. La fobia stava di fatto autoalimentando una profezia venefica. Continuando in quel modo sarebbe stata di per sé mortale senza alcuna necessità di un virus che pure pensava di aver contratto. «Vedrai che più tardi ti risponderà» provò a tranquillizzarlo il medico che non poteva assecondarlo in quel volo pindarico nel quale si era librato nonostante la proverbiale e riconosciuta razionalità. Siccome Saru non si decideva a dirgli se volesse o meno sottoporsi alla profilassi post infezione, lo invitò a sedersi in sala d’attesa per continuare a riflettere senza pressioni. In fondo avevano 72 ore per decidere. Lui nel frattempo si sarebbe occupato degli altri pazienti che nel frattempo gli avevano invaso l’ambulatorio e guardavano nervosamente l’orologio perché li attendeva la corsa fino a casa per il pranzo. Certe volte chi non sa come trascorrere le tante ore di una giornata vuota va ugualmente di fretta come se avesse infinite cose da fare. Così facendo si stressa inutilmente e soprattutto crea tensione agli altri che magari hanno davvero degli impegni. Decise che il suo tempo lì era ormai perso: restando non avrebbe che continuato a rimuginare sulla malattia. Scelse di andare a lavorare per cercare di non pensare e si diresse verso la Questura per la solita conferenza stampa del mattino che ormai era sul punto di terminare.
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