5Liguria di Ponente, autunno 2005 Il buio era appena ferito da una sottile lama di luce che filtrava nella parte bassa dell’inconsistente massa scura che lo avvolgeva. La testa gli doleva come quando aveva la febbre, mentre nella bocca e nel naso un persistente aroma di medicina lo intontiva. La stessa, sgradevole, sensazione provata quando da dietro qualcuno lo aveva abbracciato, premendogli sul viso un fazzoletto. Poi era calata la notte. Le lezioni erano appena finite e lo zaino sulle spalle pesava di testi scolastici, ma il tragitto da scuola a casa non era lungo, solo dieci minuti a piedi. Matteo, a dieci anni, era un ometto di trenta chili distribuiti su un fisico asciutto e snello, più alto della media, che si muoveva agile sulle ginocchia magre e segnate dai ruzzoloni sul campo

