Capitolo 2-1

2008 Words
2 KADY Oh. Mio. Dio. Era una follia! Dov’era finita la mia vita perfettamente noiosa? Com’era diventata così folle, nel giro di un solo mese? La lista di cambiamenti era lunga. Ereditare un ranch da un padre di cui non avevo mai conosciuto l’esistenza. Fatto. Ereditare quattro sorellastre da aggiungere a quella che già avevo. Fatto. Attraversare mezzo stato. Mai successo prima. Fatto. Quando avevo inizialmente ricevuto una raccomandata da parte di un avvocato nel Montana, ero stata scioccata nello scoprirne il contenuto. Quando gli avevo parlato al telefono, ero stata rassicurata. E arrivare fin lì era stato emozionante. Ma adesso? Seduta in un pickup enorme con due uomini incredibilmente bellissimi, mi sentivo uscire di testa. Dovevano essersi spruzzati dell’acqua di cologna intrisa di feromoni o qualcosa del genere, perchè nell’istante in cui avevo posato gli occhi su Cord Connolly al ritiro bagagli, mi si era fermato il cuore. Sì, per un attimo mi aveva spaventata, ma non avevo mai visto un uomo così virile, così robusto. Avevo sentito parlare di quella sensazione, quella in cui ti si stringe il cuore, ti cominciano a sudare le mani e il cervello smette totalmente di funzionare di fronte ad un ragazzo. A me non era mai capitato. Mai. Fino a quel momento. Cord Connolly mi aveva mandato in tilt il cervello, mi aveva fatto indurire i capezzoli e bagnare le mutandine, il tutto tra un respiro e l’altro. Era enorme. Dio, me l’ero fatto scappare dalla bocca e avevo fatto la figura dell’idiota. Come se Connor non avesse saputo di essere un gigante. Un difensore di football, ma senza il grasso in eccesso. Un giocatore di rugby australiano. Ecco. Avevo visto una partita sulla tv satellitare una volta e quei tizi erano enormi. Immensi. Massicci. Da far venire l’acquolina in bocca. Quegli atleti mi eccitavano in ogni maniera possibile, e così anche Cord Connolly. Perfino in modi che non avevo mai pensato possibili. Cord non era affatto australiano. No, era proprio un maledetto cowboy del Montana. Dall’enorme cappello a tesa larga fino alla punta degli spessi stivali di cuoio. Tuttavia era anche un gentiluomo. Tranne che per il modo in cui mi guardava. Quello non era affatto da gentiluomini. E per qualche strano motivo, a me andava perfettamente bene così. Volevo che mi guardasse con i torbidi pensieri a girargli dentro quella bellissima testa. Perchè anch’io avevo dei pensieri decisamente sporchi che lo riguardavano. Gah! Mi feci scorrere i palmi sudati lungo le cosce, lisciando delle pieghe inesistenti nel vestito. Mi trovavo a duemila miglia da casa, diretta chissà dove con due bellissimi cowboy. «Se solo i miei colleghi insegnanti potessero vedermi adesso,» borbottai, sollevando una mano per sistemarmi i capelli ribelli dietro l’orecchio. «Troppo vento?» mi chiese Riley. «Posso chiudere i finestrini.» Io gli lanciai un’occhiata e scossi la testa. «No, la brezza mi piace. Non riesco a credere a quanto sia bello questo posto.» C’erano solamente un paio di alberi qua e là a disturbare il meraviglioso panorama. Nient’altro che una piatta prateria verde divisa a metà da una strada dritta a due corsie ora che eravamo usciti dall’autostrada. In lontananza c’erano le montagne innevate. Viola contro il cielo azzurro terso. E tutto sembrava estendersi all’infinito. «Insegni in seconda elementare?» mi chiese Riley. Avevo la sensazione che lo sapesse già – sapevano così tante cose sul mio conto poichè avevano dovuto rintracciarmi – mentre io non sapevo quasi nulla di loro. Tuttavia, stava cercando di fare conversazione ed io lo apprezzavo. «Sì. La scuola è finita la scorsa settimana per le vacanze estive. Ho otto settimane libere. Pensavo che le avrei passate a dare ripetizioni appena fuori casa, non nel Montana.» Mi voltai per guardare il profilo di Riley. «Ma voi lo sapevate già dal momento che mi avete organizzato il viaggio.» Lui distolse lo sguardo dalla strada per appena un secondo e quegli occhi azzurro chiaro mi mozzarono il fiato. Biondo, occhi azzurri. Abbronzatura. Rughe del sorriso a contornargli occhi e bocca. Immaginai che avesse una trentina d’anni. Non l’ultra sessantenne con le sopracciglia bianche e cespugliose che mi ero immaginata. Ci eravamo scambiati email, telefonate, ma me l’ero immaginato più un tipo paterno che da fantasie erotiche. Come riusciva a farmi arrossire ed eccitare se ero attratta da Cord? Come potevo trovarli entrambi così diversi l’uno dall’altro eppure ugualmente attraenti? Come potevo desiderarli entrambi? Non ero lì per farmela con il mio avvocato e il suo amico. Ero lì per via del ranch, quello che era – per la miseria! – ormai mio, se non altro in parte. Insieme ad un sacco di soldi. Da quanto aveva detto Riley, se avessi mantenuto uno stile di vita ragionevole e fossi stata accorta con la mia eredità, non avrei mai più dovuto lavorare. Niente più ripetizioni delle tabelline o incontri genitori-insegnanti alla costosa scuola privata. Avrei potuto lavorare con bambini che ne avevano davvero bisogno, nelle aree scolastiche il cui badget riusciva a pagare a malapena una miseria ai propri insegnanti. «Parlaci di te,» suggerì Riley dopo circa venti minuti di strada. Io mi mossi sul sedile per girarmi verso di lui e, voltando leggermente la testa, riuscivo a vedere anche Cord. «Sei tu l’investigatore privato,» dissi a Cord. «Tu sai tutto sul mio conto.» Mi abbassai lo sguardo in grembo, un po’ preoccupata che potesse essere la verità. «Probabilmente perfino che tipo di dentifricio uso.» «La marca? No, ma mi sembri un tipo da gel.» Cord accompagnò le proprie parole con un ghigno ed io dovetti sorridere e recuperare fiato. Era ancora un po’ rozzo, ma quel sorriso lo addolciva in un modo che mi faceva saltare le ovaie di gioia. E si trattava di un semplice sorriso. Se mi avesse baciata, io- «Gestisco un’impresa di sicurezza,» proseguì lui. «Ci occupiamo di protezione aziendale e personale. Quando tuo padre è morto-» «Michael Parks,» disse lei, interrompendomi. «Mio padre era Michael Parks, non Aiden Steele.» Lui mi osservò per un istante con quegli occhi scuri. «È vero. Vediamo se ho capito bene. Tua madre ha sposato Michael Parks quando avevi due anni e lui ti ha adottata e ti ha dato il suo cognome. Era lui il tuo vero padre. Aiden Steele è stato solamente un donatore di sperma.» Ero così grata del fatto che avesse compreso che mi vennero le lacrime agli occhi. Sbattei le palpebre e le ricacciai indietro. Non avrei pianto proprio in quel momento, non di fronte a quei due. «Già, esatto,» dissi infine. «Quando Aiden Steele è morto, la tua esistenza – e quella delle tue sorellastre – è uscita allo scoperto. Sembra che Aiden sapesse di voi, vi avesse tenute d’occhio, ma non si fosse intromesso. Vi ha semplicemente inserito tutte quante nel suo testamento. In quanto avvocato della tenuta, Riley doveva notificarvi tutte in qualità di parenti stretti, come le sole eredi della sua fortuna, dei suoi terreni. Mi ha chiesto di rintracciarvi tutte. Essendo voi cinque, ho assunto degli investigatori. Quello che hai conosciuto, Johnson, era solamente un impresario.» «Giusto,» dissi, ravviandomi di nuovo i capelli. I miei riccioli rossi erano sempre ribelli e svolazzavano ovunque con la brezza. «Ti ha comunque inviato dei rapporti. Finora ci hai azzeccato su di me, incluso il dentifricio.» Lui mi rivolse una leggera scrollata di spalle, spingendomi a guardargli i muscoli ben delineati. «Mi piace imparare i gusti delle donne in fatto di dentifrici in altro modo.» Mi sentii arrossire le guance al pensiero di Cord in piedi nel mio bagno di prima mattina, che spremeva il tubetto di dentifricio in gel con indosso solamente un paio di boxer. O un bel niente. Perchè avrebbe voluto dire che aveva dormito da me e che mi aveva fatto ogni genere di cosa oscura e sporca. Il ghigno non era svanito. Mi stava punzecchiando di proposito. No, non punzecchiando. Stava flirtando. E stava funzionando, diamine. «Per quanto riguarda il resto della tua storia, mi piacerebbe che me la raccontassi tu,» disse lui, lanciandomi un’occhiata obliqua. «Non sei più solo delle parole su un pezzo di carta. Sei fatta di bellissimi capelli e pelle diafana. Occhi verdi e un po’ di fuoco.» Distolsi nuovamente lo sguardo. Dopo quelle parole, non riuscivo più a guardarlo. «Io-Sono nata a Philadelphia. Il mio certificato di nascita riporta il nome di Aiden Steele come mio padre sebbene il mio cognome alla nascita fosse Seymour, quello da nubile di mia madre. Sono certa che ciò ti abbia facilitato le ricerche.» «Già.» Riley si fermò ad un semaforo e mi fece l’occhiolino. Erano entrambi dei seduttori. «Mia madre si è sposata quando io avevo due anni e ha avuto mia sorella, be’, la mia sorellastra, Beth, tre anni dopo.» Feci spallucce. «Ho avuto un’infanzia normale, tranne che per il fatto di non aver mai saputo che mio padre non era realmente mio padre. Cena alle sei. Prove con la band e braccia ingessate. Vacanze al mare ogni weekend della Festa del Lavoro.» Mi interruppi, provando quel dolore che non accennava mai a svanire del tutto. «Quando ero al college, i miei genitori sono stati uccisi. Un incidente d’auto. Avevo ventun’anni, mia sorella diciotto.» «Mi dispiace,» commentò Riley, allungando una mano e facendomi scorrere con delicatezza le dita lungo il braccio prima di rimetterle sul volante. Il semaforo diventò verde e lui svoltò, dirigendosi ad ovest verso i raggi del sole. «Dev’essere stato – sarà ancora – dura.» Mi mancavano ogni giorno, ma il dolore più acuto ormai era sbiadito. Mi mancavano gli abbracci, l’affetto, il senso della famiglia. Di appartenenza. «Sì. Io... mi sono adattata. Mia sorella ha avuto più difficoltà di me.» «Il rapporto diceva droghe.» Strinsi le labbra. Non avevo idea del perchè avessi anche solo accennato a Beth. Se Cord sapeva del suo abuso di droghe, allora probabilmente lo sapeva anche Riley. Ad ogni modo, non c’era bisogno che conoscessero tutti i miei fardelli; ci eravamo appena conosciuti. E Beth era un fardello. Tuttavia rimasero entrambi in silenzio mentre guidavamo, pazienti. Sapevo che stavano aspettando che io parlassi, che raccontassi loro di lei. Sospirai. «Sì. Quando i miei genitori sono morti, avevo appena iniziato ad insegnare. Il lavoro era una specie di proseguimento degli studi poichè facevo da assistente a scuola. Quel nuovo lavoro mi teneva occupata. Concentrata. Beth aveva appena iniziato il primo anno al college e i miei erano in viaggio per andarla a trovare al weekend dedicato ai genitori. Dopo... ha lasciato gli studi. Non riusciva a restare a scuola. Si ritiene responsabile della loro morte. Le ho detto più e più volte che non è stata colpa sua, ma non vuole credermi. Vedete, loro avrebbero voluto che fosse andata alla scuola statale, ma lei aveva deciso di andarsene in Florida, desiderando il clima caldo. Se non si fosse trasferita là, loro non sarebbero stati uccisi.» «È stato un tragico incidente,» mormorò Riley. Mi resi conto solo in quel momento che la sua mano mi stava accarezzando il braccio. Delicatamente. In maniera rassicurante. Sollevai lo sguardo su di lui, annuii. «Lo so. Ma non c’era niente che la facesse stare meglio. Tranne le droghe. Hanno preso il sopravvento sulla sua vita. Ho cercato di aiutarla.» Sospirai, ripensando ai gruppi di terapia a cui ci eravamo iscritte insieme, ai consulenti, ai centri di recupero antidroga. Niente aveva funzionato, mi avevano solamente dato false speranze. Dopo cinque anni, praticamente avevo ormai capito che non c’era modo di riavere la vecchia Beth. Proprio come i miei genitori, quella Beth se n’era andata per sempre. Per l’incidente più recente, l’ospedale mi aveva chiamata alle tre del mattino. Il vicino di Beth l’aveva trovata nell’atrio del loro condominio, e dopo che era stata stabilizzata, Beth aveva accettato di recarsi in un centro di riabilitazione. Di nuovo. Una permanenza di quattro mesi. Solamente due mesi prima, avevo richiesto un secondo mutuo sulla casa per pagare tali cure. Questo viaggio, la notizia di essermi ritrovata con dei soldi, erano giunti al momento opportuno. Mi serviva una pausa da Philly, e dovevo pagare il mutuo extra. Ma non dissi loro nulla di tutto ciò. Era troppo deprimente. Troppo personale. Tutto meno che sexy. Tanto valeva che avessi indossato un sacco di iuta e avessi avuto un’enorme verruca sul naso visto l’interesse che quei due mi avrebbero dimostrato dopo aver sentito tutti quei fatti sgradevoli. Non volevo parlare di Beth, del mio triste passato. Per cui lo spinsi in una scatola immaginaria e ne chiusi il coperchio.
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