Mi siedo senza pensare.
Il cuoio della poltrona scricchiola sotto il mio peso umido. Ho freddo. I miei jeans aderiscono alle cosce. I miei capelli stillano ancora sulle spalle. Ma mi siedo. Perché sono troppo vuota per fare altro. Perché camminare non mi ha portata da nessuna parte. Perché tornare a casa non è più un'opzione.
Lui è lì. Davanti a me. Seduto nell'ombra. Un uomo che non fa nulla per attirare l'attenzione, ma che non si può ignorare.
Mi guarda. Ma non come loro.
Non come quelli che giudicano, o che desiderano, o che soppesano quanto valgo ancora dopo tutto questo.
Mi osserva. Con uno sguardo calmo. Uno sguardo che non cerca nulla. Uno sguardo che non prende.
Il silenzio dura. A lungo.
E forse è questo che aspettavo.
— Sembra aver perso tutto, dice infine.
La sua voce è grave. Né rauca né dolce. Solo posata. Come una mano che si tende senza forzare.
Annuisco.
Lui aspetta.
Poi mi fa cenno di parlare.
Scuoto la testa.
— Parli. A me, a uno sconosciuto. A volte è più facile, vedrà. E fa meno male dopo.
Lascio sfuggire una smorfia. Amara.
— Non può capire.
Lui alza appena le sopracciglia.
— Ci provi comunque.
Non so perché cedo.
Forse perché non mi impone nulla. Forse perché non mi aspetta. Forse perché non rappresenta nulla.
Allora parlo.
Sbotto tutto: il matrimonio, i giorni felici, i gesti teneri, le promesse che si credono eterne. Poi i silenzi, le assenze, i sospiri sfuggiti.
Parlo del ventre che inizierà a gonfiarsi, lentamente, come un'evidenza. Dell'amore che credevo ancora possibile.
E poi… di mia sorella, di ciò che è appena successo al bar. Delle loro mani che si cercano. Dei loro occhi che si sfuggono troppo lentamente.
Della sua risata, la stessa che aveva con me.
Parlo, senza sosta. La mia voce a volte si spezza, ma continuo. Come se fosse l'unico modo per riattaccare i miei pezzi.
Parlo di questo bambino che porto. Di questo vuoto immenso che mi ha inghiottita. Della vergogna. Della rabbia. Della stanchezza.
Quando finisco, il silenzio ricade.
Lui non dice nulla. Beve un sorso. Lentamente. Poi riposa il bicchiere con cura. Come se ogni gesto dovesse essere pesato.
— Sua sorella è un'idiota, dice.
Rimango ferma, impietrita.
— E lui? chiedo.
Lui non batte nemmeno ciglio.
— Lui non esiste più. È stato cancellato. È un errore di percorso. Un parassita.
Lo guardo. Non so se è la violenza delle sue parole o la loro giustezza a togliermi il respiro.
Non l'ha detto con odio.
L'ha detto come si dice che un vestito è troppo piccolo. Inadeguato.
— Perché è qui? mormoro.
Lui gira leggermente il viso verso la finestra sporca del bar. La pioggia batte piano contro il vetro.
— Per dimenticare, anch'io.
Fa una pausa. Poi riprende, più basso:
— Devo dare un erede alla mia famiglia. Un maschio. Un bambino degno di portare il mio nome, il mio impero, la mia discendenza.
Alzo un sopracciglio, nonostante me.
— Sembra… sicuro di sé.
Un sorriso pallido fluttua un istante sulle sue labbra. Un sorriso di uomo che ha perso le sue certezze.
— Lo ero. Fino a stamattina.
Alza gli occhi verso di me. Sono scuri, brillanti. Lucidi.
— Sono sterile.
La parola cade. Cruda. Senza enfasi.
Ma lascia un segno. Come uno schiaffo silenzioso.
Rimango immobile.
Lui non distoglie lo sguardo. Non si vergogna. Ma ne sento il peso. Quello che porta lui, e quello che deposita davanti a me.
— Quello che sto per proporle è indecente, dice. Ma lei è la prima persona che mi ascolta stasera. E io sono forse l'ultimo che può salvarla dal baratro.
Non dico nulla.
Sento le mie dita irrigidirsi contro le ginocchia. Il mio cuore battere più forte.
— Le propongo un patto.
Si sporge leggermente. Il suo profumo mi avvolge, secco, legnoso, quasi medicinale.
— Porti mio figlio.
La mia gola si stringe.
— Cosa?
— Lei è già incinta. È perfetto. Le offro un tetto, sicurezza, una vita intera. In cambio, mi dà ciò che non posso più avere: un erede. Il mio nome. Il mio sangue… anche se non è mio.
Rimango muta.
Lui prosegue:
— Non dovrà mai più preoccuparsi di nulla. Non dovrà più fuggire, né spiegare. Mi occuperò io di lei. Di tutto.
— E dopo?
— Dopo, sarà libera. Ricca. Sparisca se vuole. O resti. Dipenderà da lei. Non da me.
— E se è una femmina?
Un silenzio.
— Allora porterà il mio nome. E ne farò la mia forza.
Non mente. Non abbellisce.
Tende la mano. Semplicemente.
— Ci pensi. Ma non troppo a lungo. Questo genere di dolore… non perdona l'esitazione.
Guardo la sua mano.
La mia pelle è fredda. I miei vestiti zuppi. Il mio ventre palpita dolcemente.
Un'altra vita si agita in me. Un'altra vita che non ho scelto, ma che è lì.
E quest'uomo. Questi sconosciuto. Questo patto.
Questo baratro.
Non so ancora se sto cadendo…
… o se sono appena atterrata.