Non dico nulla.
Nemmeno una parola, nemmeno un sospiro. Neppure una lacrima.
Mi accompagna fino alla sua auto nera, silenziosa, pelle tiepida, motore che ronza dolcemente. I vetri sono oscurati. Il mondo resta fuori.
— Se hai bisogno di qualsiasi cosa… chiamami.
Mi porge un biglietto. Carta opaca, avorio, sobria e quasi solenne. Un'iniziale dorata. Un numero di telefono. Nient'altro. Nessun nome. Solo una promessa sospesa.
Lo prendo come si afferra una corda sull'orlo del vuoto.
Non mi bacia. Non mi tocca. Non mi trattiene.
Mi guarda a lungo, come se mi vedesse davvero, quella che non mostro a nessuno. Il suo sguardo mi attraversa, mi lascia nuda e stranamente, non mi spaventa.
Salgo in macchina. Accendo. Le mie mani tremano appena, guido.
La città è una serie di luci sfocate, di neon macchiati, di sagome che ridono troppo forte. Non sento nulla. Fluttuo. Vado, senza davvero avanzare.
Quando arrivo davanti alla casa, il cancello è socchiuso.
Sempre questa negligenza. Questo lasciarsi andare che dice più delle parole. Freni dolcemente, spengo il motore. E resto lì. Qualche secondo. Qualche battito di cuore.
La luce della nostra camera da letto è accesa. Una luce dolce. Intima. Pensata. Preparata.
Scendo dall'auto. Senza borsa. Senza telefono. Niente nelle mani. Solo il biglietto in tasca, e il peso del mio ventre che mi ricorda che sono ancora viva.
Apro la porta.
L'odore mi colpisce per prima. Un miscuglio di alcol dolciastro, di profumo femminile, di sudore. Ma soprattutto… il mio profumo. Quello che ho messo stamattina. Quello che lei conosce. Quello che ha rubato.
Salgo le scale. Lentamente. Ogni gradino è un colpo. Uno schiaffo. Una salita verso l'inferno.
E apro la porta.
Senza rumore. Senza rabbia. Semplicemente… apro.
Loro sono lì.
Mia sorella. Mio marito. Nudi. Abbracciati. Attaccati. Lei su di lui. Lui dentro di lei.
Lei ride. Una risata di gola. Una risata di vittoria.
— Ecco qua… la santa Gracias.
La sua voce schiocca. Nessun imbarazzo. Nessun rimorso. Solo questa provocazione pura, crudele, che coltiva da sempre. Vedo i suoi seni sobbalzare. Vedo la mia collana tra di loro. Vedo tutto.
Lui non si muove. Sospira. Esasperato. Come se io fossi un contrattempo.
— Hai dimenticato le chiavi? Cosa vuoi ora?
Non si copre nemmeno. Resta sdraiato, pigro, il braccio attorno alla vita di lei.
Io non dico nulla.
Il mio sguardo vaga sulle lenzuola disfatte. Sono le mie. Ho lavato queste lenzuola ieri. Ho profumato questa stanza. Ho stirato le sue camicie in questo silenzio denso, questo silenzio che mi uccide un po' ogni giorno.
— Cosa credevi, Gracias? Che l'avresti tenuto con un bambino? Che avresti recitato la parte della brava moglie mentre lui si annoiava a morte?
È lei. Ancora. Parla troppo. Sempre. E lì, gode di ogni sillaba.
— Fai pena. Davvero. Non sei cambiata dal liceo. Sempre saggia. Sempre ingenua. Sempre pronta a farti divorare.
Resto lì.
Li guardo.
Non piango.
Sorrido persino. Un sorriso storto. Tagliente.
— Siete perfetti l'uno per l'altra.
Lui grugnisce. Si siede, finalmente, e cerca vagamente un lenzuolo. Ma non dice nulla. Non nega nulla. Non mi chiede nemmeno di andarmene.
— Vuoi dormire qui? chiede lei, falsamente dolce. Vuoi sistemarti con noi? È rimasto un po' di vino in cucina.
E scoppia a ridere. Una risata acuta, brutta. Il genere di risata che distrugge più sicuramente di un urlo.
Richiedo la porta. Dolcemente. Un clic secco.
Scendo di nuovo.
Non corro. Non tremo. Sono vuota. Gelata. Congelata in qualcosa che non riconosco.
Cammino fino alla camera degli ospiti.
Non ci entro da mesi.
L'apro. L'odore è neutro. Non c'è niente qui. Nessuna storia. Nessun ricordo. Solo un letto, tende tirate, un armadio vuoto.
Mi siedo. Meccanicamente. Le mani sulle ginocchia. Come una bambina punita. Resto dritta. La schiena tesa.
Poi tiro fuori il biglietto. Quello dello sconosciuto. Dell'unico che mi ha guardata senza disprezzo stasera.
Lo poso dolcemente sul comodino.
Come un'ultima nota di musica prima del silenzio.
Mi sdraio. Non chiudo gli occhi. Guardo il soffitto, bianco, impersonale. Non mi giudica. Non mi accusa. Mi ignora. Ed è ancora ciò che mi è stato offerto di più dolce oggi.
Nel mio ventre, si muove. Una presenza. Una certezza.
Sono in frantumi.
Ma c'è questo. Questo piccolo battito. Questa vita. Questo richiamo.
E tutto intorno, in questa casa che non mi appartiene più…
il sangue del silenzio.