CAPITOLO QUATTRO – L’UOMO CON LA CICATRICE

2253 Words
CAPITOLO QUATTRO – L’UOMO CON LA CICATRICE La neve batteva contro l’invisibile barriera d’aria che proteg­geva l’alta roccaforte di Val Moraine. Le tempeste si interrom­pevano di rado, a causa dell’estrema geografia sul bordo orien­tale del nero continente di Nocturne. Le correnti sollevavano l’aria umida dal White Sea e la trasportavano sulle montagne, dove si congelavano e si trasformavano in neve. Val Moraine era stata scavata nella roccia calcarea e nel ghiaccio in cima al precipizio più alto, a testimonianza del disprezzo degli Avas Valkirin per i lussi delle terre pianeggianti, cose come l’aria re­spirabile. Nonostante la scarsa visibilità, il panorama dalla fortezza era spettacolare. Attraverso la coltre di nubi filtrava chiarore lunare appena sufficiente a rivelare le maestose vette schierate all’orizzonte e, al di là di quelle, la massa scura e ansante del mare. Culach riusciva a immaginarlo nella sua mente con una chia­rezza perfetta. Si strinse le pellicce attorno al corpo nudo. Non sopportava più di indossare abiti di pelle. Le ustioni peggiori erano guarite, ma gli avevano lasciato una straordinaria sensi­bilità. Il tocco più leggero dava di nuovo fuoco alle sue termi­nazioni nervose. I suoi occhi di giada erano rivolti al soffitto di pietra, ma ciò che vedeva era la vasta cupola del cielo, lo spruzzo di stelle, dure e fredde come gioielli in quell’oscurità vellutata. Adesso era così che trascorreva il suo tempo. La sua più grande paura era che avrebbe dimenticato e poi non sarebbe rimasto altro che oscurità. Quindi faceva in modo di ricordare. Di mettere insie­me i più piccoli dettagli delle cose. Il blu luminoso dei ghiac­ciai quando Artemide tornava dai suoi viaggi. Il pomo della sua spada. Gli occhi di sua sorella. Lo irritava il fatto che stesse già iniziando a dimenticare il suo volto, eppure riusciva a riportare alla memoria quello della ragazza mortale senza alcuno sforzo. Era marchiato nella sua memoria proprio come il suo empio potere aveva marchiato la sua carne e le sue ossa. Sentì dei passi leggeri entrare nella camera, ma non girò il capo. «Vattene», disse Culach. I passi si fermarono, poi continuarono fino al suo capezzale. Il profumo della donna gli solleticava le narici, speziato e fem­minile. «Ho portato il cibo.» Culach non rispose. Udì il rumore di un vassoio appoggiato sul tavolo vicino alla porta. «Mangia o muori di fame», disse lei. «La scelta è tua.» Desiderava che se ne andasse. Lei non lo fece. Anzi, avverti­va il suo sguardo su di sé. I suoi capelli erano stretti nella solita treccia, drappeggiati su una spalla, e le sfioravano il fianco. Mina aveva solo due espressioni nel suo repertorio. Disprezzo altezzoso, e uno strano vuoto che diceva che la stavi annoiando a morte. Culach si domandò quale stesse indossando ora. Pro­babilmente la prima. «Hai fatto il tuo dovere. Adesso vattene.» «Sei una creatura miserabile, Culach», disse. «Non mi sei mai piaciuto, ma non avrei pensato che ti saresti spezzato tanto facilmente.» In quegli ultimi giorni aveva fatto uno sforzo coordinato per provocarlo. Un’altra delle loro strategie per farlo scendere dal letto. Culach si girò e puntò gli inutili occhi sul punto in cui immaginava ci fosse il suo viso. «Neanche tu mi sei mai pia­ciuta, Mina, anche se suppongo che dovrei essere grato per i piccoli favori. Almeno non devo più guardarti.» Lei sbuffò. «Sì, hai ripetuto molte volte quanto mi trovi brut­ta. Mi spezzerebbe il cuore, se solo trovassi attraente una gros­sa scimmia bionda.» Culach rise, malgrado tutto. Sembrava aspro, il gracchiare di un corvo. «Ah, Mina. Non ti definirei mai brutta. Be’, magari solo all’interno.» In effetti non era brutta, solo diversa da ogni altra donna di Val Moraine. Mina era piccola e scura. Avrebbe potuto pren­derla per la collottola come un gattino. Culach era alto, persino per un Valkirin. Come tutti i suoi cugini, aveva i capelli color argento e gli occhi verdi. Una cica­trice serpeggiante gli tagliava la mascella. Quella era vecchia. Ne aveva altre più recenti, ma erano coperte dalle pellicce. Si mise a sedere, le dita che frusciavano sul pavimento. Tutt’altro che ghiacciata, la summerstone emanava un piacevo­le calore. Quella e gli scudi d’aria che circondavano il forte erano ciò che consentiva al clan di vivere a così alta quota. «Dov’è la mia acqua?» domandò. «L’hai spostata.» Mina rise. «Se volessi tormentarti, farei di più che nascon­derti l’acqua.» Gli premette un calice contro la mano, facendo attenzione a non toccargli la pelle. Culach bevve un lungo sorso, poi si distese. Sapeva perché lei era veramente lì e voleva che se ne andasse prima che gli fa­cesse pressioni. Voleva ferirla. «Ti hanno detto che Victor è tornato?» le domandò. «Con la sua nuova sposa?» Mina non rispose, ma il suo fragile silenzio confermò che il colpo era andato a segno. Anche dopo tutto quel tempo, lei si struggeva ancora per il suo vecchio amante. Non era sorpreso che non lo sapesse. Mina non aveva amici a Val Moraine. «Menti», disse lei alla fine. «Victor è morto.» «Purtroppo no. Ha portato anche un figlio a casa con lui. Il tuo bastardo ha un fratellastro. Il suo nome è Darius.» Sentì Mina avvicinarsi al letto. Si chiese se lo avrebbe schiaffeggiato. Ma lei si sedette semplicemente sul bordo. Cu­lach rimase immobile, sforzandosi di mantenere un’espressione di pietra. «Grazie per avermelo detto», disse tranquillamente, e Culach di colpo si vergognò. «Non c’è nulla che tu possa fare per le mie ferite», sbottò. «Se per te fa lo stesso, signora, preferirei saltare questa sciara­da ogni giorno.» Era il quinto pomeriggio che Mina veniva in camera sua con un vassoio. L’ottantatreesimo da quando era stato riportato in­dietro attraverso i portali dai suoi compagni, ferito e bruciato. E cieco, anche se non era nemmeno quella la cosa peggiore. «Non è una scelta mia», ribatté lei. «Tuo padre mi ha incari­cato di guarirti e lo saprà se non ci provo. Sembra credere che io possa farlo.» Culach non le avrebbe dato la soddisfazione di spostarsi, di farle sapere quanto la sua presenza lo disturbasse, ma non era facile. Poteva sentire il calore del corpo della donna attraverso le pellicce. Qualcosa gli sfiorò il braccio come una ragnatela. Quasi sobbalzò prima di rendersi conto che doveva essere la sua treccia. «Sono oltre ogni guarigione», ringhiò. «Molto probabilmente è così. Ma non ho nient’altro da fare. E neanche tu.» Era vero. Mina era un ostaggio. Era stata scambiata per El­lard, il terzo cugino di Culach, allo scopo di mantenere la pace con gli Avas Danai. Si era sentito un po’ dispiaciuto per lei quando era arrivata a Val Moraine, ma quel dispiacere si era esaurito rapidamente. Mina non aveva fatto alcun tentativo di piacere ai suoi rapitori. Tutto l’opposto. Era pungente e distac­cata. Se era sola, se lo meritava. «Non presumere», sbottò. «E se mi tocchi, ti spezzo il brac­cio.» Mina si alzò e Culach quasi tirò un sospiro di sollievo. «Bene. Dirò che mi hai rifiutato di nuovo.» Culach grugnì. «Se desideri morire di fame, sei liberissimo di farlo. In caso contrario, il cibo è sul tavolo. Non aspettarti che ti imbocchi.» I passi della donna si diressero verso la porta e Culach sperò che se ne andasse, ma poi sentì scricchiolare la sedia accanto alla finestra mentre Mina si accomodava. «Non voglio compagnia», disse Culach, nel caso in cui lei non fosse riuscita per chissà quale motivo a cogliere quel pun­to. «Soprattutto non la tua.» «E io non vorrei essere qui. Ma dicono che rimani solo trop­po a lungo, perciò ogni giorno devo passare due ore nelle tue stanze. Non devo rispondere a te. Solo a loro. Perciò mi siederò qui per due ore.» Non gli aveva chiesto nient’altro su Victor. Non aveva chie­sto notizie di suo figlio, Galen, o di nessun altro di House Des­sarian. Affidarsi a Culach per avere informazioni era troppo umiliante, e Mina era rigida e orgogliosa. Non gli pareva di aver mai visto un suo sorriso in tutti quegli anni. Non fingeva di essere ospite a Val Moraine, sebbene venisse trattata come tale. Non avevano bisogno di confinarla. Anche se avesse volu­to fuggire, nessuno lasciava quelle montagne a piedi. Quando Culach era più giovane, Mina non gli piaceva per­ché era stata l’amante di Victor. Lo stesso Victor era fuori por­tata, svanito in un improvviso viaggio per le terre dell’ombra, di conseguenza Culach era stato crudele con Mina. Lei aveva sempre risposto al meglio delle sue possibilità. Gli scambi di insulti erano diventati una seconda natura per tutti e due. Si chiese se Petur fosse riuscito a uccidere la ragazza. Avrebbe dovuto essere tornato, ormai. Culach si rannicchiò sul fianco e ascoltò il vento che ululava contro la barriera. Voleva bene a Petur come a un fratello. Erano cresciuti insieme, sca­lando le pareti dei massicci ed esplorando l’antico alveare delle miniere che crivellavano le montagne. Avevano combattuto in­sieme e si erano ubriacati insieme. Petur si era offerto volontario quando era arrivato il messag­gio secondo cui la ragazza era viva e si trovava con gli Avas Danai. Aveva compreso i rischi, ma Culach avvertiva ancora una staffilata di senso di colpa. A buon diritto, avrebbe dovuto essere lui. Un tempo era stato il miglior spadaccino di tutte le roccaforti dei Valkirin. Il loro stratega più astuto. Un eroe per secoli. Le donne bussavano alla sua porta, e persino alcuni uo­mini. Era stato invincibile. Ora era inutile. Peggio che inutile. Tutto a causa di una ra­gazza mortale, alta neanche la metà di lui. «Hai bisogno di un bagno. Disperatamente.» Ci fu un leggero tintinnio quando Mina rimise qualcosa sul tavolo. Culach sospettava che avesse iniziato a mangiare il suo pranzo. «Sei ancora qui, Mina?» «Sai che è così.» «Se non ti piace l’odore, puoi sempre andartene.» Poteva praticamente vederla mentre scuoteva la testa. «Eri un tale rubacuori. Ora non ti lavi neanche il culo.» Era come se gli stesse leggendo i pensieri. «Sta’ zitta, Mina.» «È patetico. Te lo sto dicendo da amica.» Culach sbottò a ridere di nuovo. Questa volta fu una risata meno arrugginita. «Da amica, eh?» «Va bene, non da amica», ammise lei. «Da persona che deve sedersi qui per due ore al giorno e sopportare il tuo odore.» Culach si avvicinò casualmente verso un’ascella e decise che Mina avrebbe potuto avere ragione. «Ti stai offrendo di andare a prendere l’acqua?» Lei sospirò. «Non puoi semplicemente lavarti con la neve come tutti gli altri?» Culach immaginò la sua espressione severa. «La mia virilità è già abbastanza avvizzita, Mina.» Meraviglia delle meraviglie, udì un suono ansimante che avrebbe potuto essere una risata. La sedia si ritrasse. Dei passi verso la porta. Tornò poco dopo. Culach sentì un secchio tre­mare accanto al letto. Mina gli premette un panno nella mano. «Non ho intenzione di lavarti, perciò non farti illusioni.» Culach soppresse un gemito mentre si sedeva. Sentiva dolori ovunque. Doveva ammettere che avrebbe potuto avere qualco­sa a che fare con il fatto che era a letto da mesi. «Girati», disse lui, burbero. Una volta si sarebbe divertito a sfoggiare il suo corpo, ma non aveva idea di come fosse ridotto adesso. Consumato e scarno, a dir poco. Gettò via le pellicce. L’aria fredda gli fece sollevare i sottili peli sulla pancia. Immerse il panno nel sec­chio e cominciò a passarselo sulla pelle. Sembrava liscia, fino a quando non raggiunse la parte superiore del torace. Lì riuscì a sentire le creste di tessuto cicatrizzato. Risciacquò il panno nel secchio e lo strizzò. Poi se lo passò sulla testa. I suoi capelli erano stati malamente bruciati, quindi li aveva rasati fino al cuoio capelluto. La barba ispida gli pare­va strana sotto le mani, come se appartenesse a qualcun altro. «Spero ti stia divertendo», disse, sollevando un braccio e sfregando l’incavo sottostante. «So che hai fantasticato su que­sto momento da quando ci siamo incontrati la prima volta.» «Sul fatto di mangiare la zuppa mentre ti lavi le palle? Hai ragione, non ho pensato ad altro.» «Le palle», esclamò lui. «Grazie per avermelo ricordato.» Culach abbassò il panno tra le gambe e attese un sospiro di disgusto. Quando non ne arrivarono, continuò a lavarsi. Forse Mina non gli stava prestando alcuna attenzione. Il pensiero era stranamente deprimente. Poteva non essere interessato a Mina ma, nonostante le sue misere condizioni, Culach non apprezza­va il fatto di essere ignorato. Terminò. L’acqua si era congelata. L’asciugamano era ruvi­do, ma con sua sorpresa, non gli provocò dolore. La sua pelle formicolava e, per la prima volta da giorni, si sentì affamato. «Ora mangerò qualcosa», disse. «Se non hai già divorato tut­to.» «Sul tavolo», rispose Mina distrattamente. Culach aspettò segni di movimento. «Portalo qui.» La voce della donna fu esasperatamente calma. «Puoi farcela da solo.» Culach soppresse un cipiglio. Suo padre aveva scelto davve­ro una bella balia. C’erano un sacco di donne che sarebbero state entusiaste di fargli il bagno e di masticare il cibo al posto suo, se glielo avesse chiesto. Ma gli era stata data Mina, che lo aveva disprezzato dal primo momento in cui si erano incontrati. Senza dubbio suo padre lo aveva fatto di proposito. Culach si gettò la pelliccia sulle spalle e si trascinò lungo la stanza. Sbatté contro il tavolo, quasi rovesciandolo, ma si rifiu­tò di mostrare a Mina la sua frustrazione. Dopo qualche cauto tentativo, le mani si strinsero sul vassoio. «Cos’è?» domandò. «Zuppa di barbabietola, perciò cerca di non inciampare.» Culach riuscì ad appoggiare il vassoio sul letto senza metter­si ulteriormente in imbarazzo. Non osava usare un cucchiaio, ma neanche bere direttamente dalla ciotola andava bene perché sentiva la zuppa che gli gocciolava sulla barba ispida, probabil­mente tingendola di porpora. Culach decise che il giorno dopo si sarebbe rasato. Un’ulteriore esplorazione del vassoio rivelò una pagnotta portata a spese considerevoli dai forni di Solis. La fece a pezzi e la mandò giù con un sorso d’acqua. Quando ebbe finito, Cu­lach lasciò il vassoio sul pavimento e si raggomitolò nelle pel­licce. Il cibo e il bagno gli avevano fatto venire sonno. Si stava per assopire, quando Mina parlò. «Stavo pensando», disse con un tono esitante che non aveva mai sentito prima. «Hai perso la vista. Ma perché non puoi usa­re l’aria per sondare ciò che ti circonda? Con la pratica…» Lui la interruppe. «Ci ho già provato. Non funziona.» «Ma…» La disperazione diede alla sua voce un tono brusco. «Lascia stare, Mina.» Non avrebbe mai ammesso la verità. Non erano la cecità o le cicatrici che lo facevano rimanere nascosto nelle sue stanze. Avrebbe potuto conviverci. Ma da quel giorno disastroso al lago, Culach non era più stato in gra­do di toccare gli elementi. Non era più un daeva. Soltanto una creatura mutilata che sognava il fuoco. Il resto del tempo passò senza che nessuno dei due parlasse più. Sentì Mina andarsene e poi fu di nuovo solo, con il vento e il debole odore di lei come unica compagnia.
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