CAPITOLO CINQUE – UNA NAVE VENU­TA DAL CIELO

1379 Words
CAPITOLO CINQUE – UNA NAVE VENU­TA DAL CIELO Nazafareen era aggrappata al tronco dell’abete con le ginoc­chia, la mano sinistra poggiata delicatamente su un ramo appic­cicoso di resina. Dalla sua postazione ondeggiante in cima, riu­sciva a vedere per venti leghe e più. La foresta si estendeva in basso come un mare verde scuro. Il sole giaceva da qualche parte oltre la curva dell’orizzonte, ma non sarebbe mai salito o tramontato in quei cieli. Lì, le triple lune regnavano incontra­state. Darius le aveva detto che proveniva da gente di montagna, pastori nomadi che migravano ogni anno percorrendo lunghe distanze su terreni impervi. Nazafareen gli aveva creduto, non perché Darius non le avrebbe mai mentito – anzi, era certa che lo avesse fatto – ma perché qualcosa dentro di lei amava i luo­ghi elevati. Negli ultimi sei giorni era rimasta al suo capezzale. Tethys aveva detto che si sarebbe ripreso, ma non si era svegliato. Non ancora. Le ultime parole del Valkirin le risuonavano nelle orec­chie. O muori tu o moriranno tutti. Tutti sapevano che presto ci sarebbe stato un altro attacco. Era solo questione di tempo. Tethys aveva inviato un messag­gio agli altri Danai. Quelli che condividevano la frontiera con i Valkirin – House Baradel e House Fiala – avevano inviato rin­forzi e triplicato le pattuglie. Sentinelle si annidavano tra gli al­beri, guardando il cielo giorno e notte. Le Matrium si sarebbero riunite, ma non prima di un’altra settimana, e il risultato era tutt’altro che certo. Nonostante le difese accresciute, nessuno desiderava una guerra aperta con i Valkirin, non a causa di una mortale. Victor ribolliva di impazienza, ma Tethys lo teneva al guinzaglio. Gli altri Danai perlopiù la ignoravano. Si sentiva un’estranea come non mai. Non posso restare qui, anche se loro volessero offrirmi rifu­gio. Ogni giorno che rimango metto in pericolo l’intero clan. Avrebbe potuto nascondersi nel profondo della foresta, ma i Valkirin adesso sapevano di lei. Alla fine l’avrebbero trovata. E, una volta che Darius si fosse svegliato, ci sarebbe riuscito di certo. Sapeva rintracciare qualsiasi cosa su due gambe o su quattro. Non lo avrebbe lasciato morire mentre tentava di pro­teggerla. Oppure avrebbe potuto attraversare di nuovo il cancello ver­so il Dominio. Nazafareen dubitava che i suoi nemici l’avreb­bero seguita, non nelle terre dell’ombra. Il suo mondo giaceva da qualche parte dall’altro lato, attraverso un ulteriore portale. Ma la ragione per cui i Valkirin sarebbero stati riluttanti a se­guirla era la stessa per cui non desiderava entrarci da sola. Il Dominio era la terra dei morti. E anche altre cose vagava­no in quel luogo, peggiori delle anime appena mietute, ed era per quel motivo che i daeva avevano predisposto i sigilli. Una di quelle creature era dentro l’uomo con la cicatrice – Culach – ne era certa. Non avrebbe voluto incontrare di nuovo quella cosa. Il che le lasciava un’ unica alternativa: recarsi dai Marakai, come avrebbe voluto fare sin dal principio. Quella era di sicuro l’opzione migliore. Il problema era che House Dessarian si tro­vava lontano dalla costa, almeno un centinaio di leghe. Non ci sarebbe mai arrivata prima di essere catturata dai Valkirin. Vic­tor aveva detto che l’assassino era giunto sul dorso di una crea­tura alata chiamata abbadax; era stato così che aveva eluso le sentinelle. Ricordava i suoi occhi, l’odio profondo. O muori tu o moriranno tutti. Nazafareen aggrottò le sopracciglia mentre un’ombra volteg­giava davanti alla burrosa faccia gialla di Selene. Si aggrappò al tronco, sporgendosi in avanti il ​​più possibile senza cadere. La luna era quasi piena e proiettava una luce brillante sulle cime degli alberi. Qualcosa fluttuò in silenzio sopra di essi, muovendosi velocemente. La silhouette era strana. Era troppo grande per essere un uccello. Il petto le si strinse mentre scendeva dall’albero. Il lungo al­lenamento l’aveva resa abile nell’arrampicarsi con una sola mano. Gli abeti rossi erano i più facili, poiché avevano una moltitudine di rami sottili che crescevano come una scala. Si lasciò cadere per gli ultimi due metri e partì alla volta del com­plesso di House Dessarian. I Valkirin sarebbero stati così av­ventati da sferrare un attacco durante il giorno lunare, quando tutti erano svegli? Sembrava improbabile, e ancora più impro­babile che mandassero un solo uomo. «Nazafareen!» Si voltò verso la voce di Galen. Avanzava a grandi passi tra gli alberi, con l’arco di frassino fissato all’ampia schiena. Ga­len era il fratellastro di Darius. Entrambi avevano lo stesso fisi­co massiccio di Victor, ma Darius aveva ereditato i luminosi occhi azzurri della madre mentre quelli di Galen erano scuri. Era anche più alto di alcuni centimetri, un vantaggio che chia­ramente gli piaceva. Quando Galen le parlava – e anche quando si rivolgeva a Darius, a dire il vero – la sua voce di solito conteneva un sottile accenno di scherno. Non era entusiasta di avere un rivale per ottenere l’attenzione di Victor, era evidente, ma era stato pro­prio Galen a salvare la vita di Darius. Ha onore, pensò, anche se a volte lo nasconde bene. Nazafareen aspettò che la raggiungesse. La sua faccia era se­ria mentre sbucava dall’ombra. «Che ci fai qui fuori?» le chiese. «Non dovresti essere nei boschi da sola.» Nazafareen ignorò la domanda. «Lo hai visto?» Galen annuì. «L’ho visto.» La sua mano si posò sull’elsa della spada. «Altri Valkirin?» «Forse.» Gli occhi di Galen rimasero su quelli di lei. I suoi capelli corvini brillavano come uno specchio scuro al chiaro di luna. «Una volta che dichiarano una faida di sangue, non si fer­mano fino a quando non hanno finito.» Nazafareen avvertì un guizzo di disagio. «Faremmo meglio a tornare indietro, allora.» Conosceva bene il terreno e corse senza esitazioni. Si riscal­dò. L’aria non era così gelida – non come sarebbe stata sulle montagne – ma era comunque fredda e rimanere sull’albero le aveva irrigidito le membra. Galen si portò rapidamente in avan­ti. In un minuto, era svanito lungo il sentiero davanti a sé. Scrutò il cielo, ma il fogliame era troppo denso per vedere qualcosa. A giudicare dalla traiettoria, la cosa si stava dirigen­do verso un grande campo alla periferia dell’insediamento. Era l’unico spazio aperto per diverse leghe. Nazafareen cambiò tra­gitto e si diresse verso la radura. La avvertì davanti a sé, una fessura tra gli alberi simile a un dente mancante. Poi udì delle grida e seppe con sollievo che anche gli altri l’avevano vista e che i Danai non sarebbero stati colti di sorpresa, qualunque cosa fosse. Si ritrovò fuori dalla foresta e fece una brusca frenata. Con suo sommo stupore, una nave con una prua che curvava bru­scamente verso l’alto stava scendendo dal cielo. Non aveva né vele né remi. Nazafareen sapeva che la magia elementale pote­va essere utilizzata per spostare oggetti, ma non su tale scala. Mentre la nave si avvicinava, catturando la luce dorata di Sele­ne, si rese conto che era appesa a una rete di corde collegate a una grande palla di tessuto tinto di nero, probabilmente per confondersi con l’oscurità. Il vento sferzava la nave da una parte e dall’altra, ma il suo capitano sembrava abbastanza esperto da tenerla lontana dalle cime degli alberi. Qualche secondo dopo, si fermò al centro del campo e una figura balzò oltre il bordo. Gli altri daeva di Hou­se Dessarian erano già lì a circondarla, mentre la grande sacca d’aria cominciava a sgonfiarsi. Il capitano afferrò una corda da ormeggio e rapidamente piantò un paletto nel suolo. Gesticola­vano parecchio, ma Nazafareen non riusciva a sentire cosa stes­sero dicendo. Individuò Galen ai margini della radura e corse verso di lui. «Una nave volante», disse, affascinato. «Proveniente dalle terre dei mortali.» Le terre dei mortali! Nazafareen intravide il capitano che ve­niva portato via, anche se non riusciva a capire se fosse un uomo o una donna. Era la prima volta che vedeva un altro esse­re umano da quando si trovava a Nocturne. «Pensavo che rimanessero sul lato illuminato dal sole», dis­se, ormai incuriosita. «È così», replicò Galen, pensieroso. «Pensi che abbia qualcosa a che fare con me?» Galen le scoccò un’occhiata infastidita. «E io come faccio a saperlo?» Nazafareen si voltò di scatto. «Ho solo pensato…» Galen vide Ellard ai margini della folla e urlò il suo nome. Il Valkirin trotterellò verso di loro. Con i capelli chiari e la carnagione pallida, sembrava un gatto delle nevi tra le pantere. Nazafareen lo guardò avvicinarsi con estrema cautela. Poteva anche essere amico di Galen, ma la sua gente aveva messo una taglia su di lei. I suoi occhi chiari indugiarono per un momento. Con sua grande sorpresa, la salutò con un educato cenno del capo prima di rivolgersi a Galen. «È un emissario di Samarcanda», disse Ellard. «Che vuole?» domandò Galen. «Non lo so. Suppongo che lo scopriremo.» Le diedero le spalle, parlando tranquillamente tra loro. Naza­fareen rimase in piedi per un lungo momento, fissando la nave volante. Doveva scoprire perché quel mortale era lì, e in fretta. Da quello che aveva sentito, gli umani rimanevano fuori dagli affari dei daeva e viceversa. Probabilmente era lì per qualche altro motivo. Ma aveva una nave. Nazafareen sentì formarsi l’abbozzo di un piano.
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