Jungkook pensava che non sarebbe riuscito a dormire e invece dopo aver pianto ancora e ancora era crollato sfinito. Dormì relativamente poco e quando si svegliò controllò l'ora ed erano appena le 8 del mattino. Decise che avrebbe cercato in tutti i modi di parlare con Taehyung, avrebbe trovato un modo per risolvere la situazione e farsi perdonare. Uscì dalla sua camera e si avviò verso quella del maggiore ma non appena si accorse che la porta era aperta e di lui neanche l'ombra, gli si bloccò il cuore. Sentì dei rumori provenire dal piano di sotto e si mise a correre sperando di trovarlo.
Jimin e Hoseok erano seduti sul divano, sguardo basso e una brutta cera. Jungkook andò in cucina e la trovò vuota, entrò nella sala registrazione e nella mini palestra, uscì in giardino dalla porta sul retro ma non trovò Taehyung da nessuna parte. Rientrò e chiese.
"Dov'è Tae?"
"Jungkook...se-"
"No hyung, ho bisogno di parlargli. Dimmi dov'è."
"Non-"
"Jimin-hyung qua non c'è quindi dov'è? In camera tua? In bagno di sopra?"
"Jungkook, è inutile che lo cerchi perché Taehyung non è qua."
Il maknae sentì sprofondargli il cuore nel petto.
"in che senso non è qua?"
Jimin sospirò, sbloccò il suo telefono, aprì il messaggio che il suo migliore amico gli aveva mandato e lo fece leggere al più piccolo.
Jiminie sei rimasto accanto a me questa notte come tante altre notti. Ho dormito aggrappato a te perché sei la mia ancora di salvezza però questa volta sento il bisogno di riaffiorare dalla melma da solo. Ho il cuore a pezzi, gli occhi gonfi come mai prima d'ora, la testa mi scoppia e sono seduto sul sedile posteriore di un taxi. Me ne vado Jiminie, per un po', non troppo, tornerò. Non cercatemi, non chiamatemi, non seguitemi. Ho bisogno di pensare e di stare per conto mio. Ringrazia Seokjin-hyung per avermi fatto respirare di nuovo e Yoongi-hyung per avermi fatto sentire la sua presenza. Riferisci a Namjoon-hyung che mi dispiace per la scenata, per averlo spinto, non avrei mai voluto farlo. Parla anche con Hoseok-hyung e digli che sono veramente pentito di come gli ho risposto in modo così maleducato. E per quanto riguarda te beh, grazie di esistere Jimin.
Inviato alle 5:17
Ultimo accesso alle 5:18
"No."
Jungkook recuperò il suo telefono dalla tasca dei pantaloni della tuta e provò a chiamarlo.
-Il cliente da lei chiamato potrebbe avere il telefono momentaneamente spento o non raggiungibile.-
"Rispondimi Tae, ti prego ti prego ti prego..."
-Il cliente da lei chiamato potrebbe avere il telef-
Jungkook continuava, provava e riprovava. Rubò anche di mano il telefono a Hoseok e provò a comporre il numero ma non c'era verso. Taehyung aveva spento il telefono subito dopo aver spedito quel messaggio a Jimin e non l'aveva più riacceso.
Al diciannovesimo tentativo andato in fumo mollò un urlo frustrato che fece spaventare gli altri hyung che scesero al piano di sotto preoccupati. Si accasciò sul divano e aprì la chat con Taehyung. Anche dal suo telefono risultava l'ultimo accesso alle 5:18. Bloccò lo schermo e grosse lacrime cominciarono a sgorgargli dagli occhi. Seokjin si sedette in parte e provò ad abbracciarlo per consolarlo.
"Non ha fatto il mio nome.." Disse tra un singhiozzo e l'altro. "Ha scritto a Jimin-hyung qualcosa per tutti voi tranne che per me. Mi odia-"
"Non dirlo neanche per scherzo." Lo ammonì Namjoon. "Non ti odia, non potrebbe farlo neanche se lo volesse. È ferito e deluso, ha bisogno di tempo."
Jungkook si liberò dall'abbraccio con Seokjin. "E se non tornasse?"
"Tornerà." Lo rassicurò Yoongi.
"Ho rovinato il suo buon umore, ho rovinato la nostra relazione e se non dovesse tornare rovinerei anche voi e tutto ciò che gira intorno ai Bangtan in generale. I-io...mi d-dispiace, sono un disastro." Si prese il viso tra le mani scoppiando in un pianto disperato.
Gli altri cinque ragazzi non sapevano come comportarsi. Avevano visto crollare un loro fratello la sera prima e ora dovevano prendersi cura del più piccolo del gruppo che era devastato alla stessa maniera dell'altro. Non sapevano cosa fare perché da un lato erano preoccupati per Taehyung non sapendo dove fosse ma dall'altro erano consapevoli che di fronte ad un trauma del genere doveva essere lasciato in pace piuttosto che infierire. E poi c'era Jungkook, spavaldo, allegro, innamorato ma col cuore a pezzi che avrebbe avuto bisogno solo di un abbraccio da parte di Taehyung ma in quel momento era l'unica cosa al mondo che non poteva avere.
Seokjin gli prese le mani, liberando il suo viso da quella stretta.
"Ascoltami, lasciamo passare il weekend. Diamoli il beneficio del dubbio per 48 ore tanto abbiamo il sabato e la domenica liberi, non dobbiamo neanche mandare in agitazione i manager. Se lunedì mattina non dovessimo avere sue notizie, ci mobiliteremo. Okay? Che dite?" Terminò, rivolgendosi a tutti gli altri che annuirono.
"Ce la fai a resistere 48 ore?" Gli chiese Hoseok.
"45 ore e 37 minuti per la precisione." Cercò di sdrammatizzare Jimin, guardando l'oro sullo schermo del cellulare.
Jungkook annuì timidamente e si asciugò le lacrime. Si alzò dal divano e salì in camera sua, informando gli altri che avrebbe cercato di dormire per avere l'illusione che le ore sarebbero passare più velocemente in quel modo ma in realtà recuperò un foglio e una penna e si mise a comporre una griglia con il numero delle ore mancanti. Passò tutta la mattina e tutto il pomeriggio a spuntare le ore che passavano, non pranzò, non cenò.
Arrivato, stremato, alle 23 di quel sabato sera infernale non resistette e provò a ricomporre il numero di Taehyung un ulteriore volta.
-Il cliente da lei chiamato potrebbe avere il telefono momentaneamente spento o non raggiungibile. La preghiamo di riprovare più tardi o di lasciare un messaggio sulla segreterie telefonica.-
Lasciare un messaggio? Non voleva, non gli sembrava necessario anche perché sapeva benissimo che il maggiore non lo avrebbe mai ascoltato ma solo l'idea di sentire la voce registrata di Taehyung lo fece cedere.
-Anyoung haseyo, sono Kim Taehyung, Taehyung Kim. Non lasciate messaggi, non li ascolto ma se proprio dovete dopo il beep. *Beep*-
"Tae...ciao TaeTae sono Jungkook." Cominciò timido, a bassa voce e titubante. "Il tuo Jungkook...perché io s-sono ancora tuo sai? La vera domanda è: tu sei ancora mio? Non hai parlato di me nel messaggio che hai mandato a Jimin-hyung...ho il cuore spezzato Tae, mi m-manchi-" Cercò di essere forte ma non appena dovette esternare i suoi sentimenti, ricominciò a singhiozzare. "Ho sbagliato, non sono stato in grado di capirti ed è questa la cosa che mi fa più male. Sono stato egoista ed egocentrico, di questo ne sono sicuro ma sai anche di cosa sono sicuro? Sono sicuro di amarti. Hai sentito Taehyung? Io ti amo. Ti amo da impazzire e farò di tutto per farmi perdonare, non rinuncerò a te, non rinuncerò a noi, mai."
Seguì un momento di silenzio in cui non seppe cos'altro aggiungere finchè non decise che era inutile dire altro. Certe cose gliele avrebbe volute spiegare guardandolo in faccia e non tramite la segreteria telefonica. Salvò il messaggio vocale, lo inviò e chiuse la chiamata. Guardò l'ora, prese la sua griglia e spuntò l'ennesima ora passata di quella lunga giornata.
Poi si alzò perché sentiva un enorme peso sul petto e pensava che cambiando stanza forse la situazione sarebbe migliorata perché anche se si era imposto di aspettare, ormai erano mesi che vedeva il maggiore tutti i giorni, ci aveva a che fare a tutte le ore del giorno e nell'ultimo mese avevano dormito insieme quasi tutte le sere. Gli mancava e l'unico modo che trovò per colmare un minimo quella mancanza fu recarsi in camera di Taehyung, distendersi sul suo letto, tra le lenzuola che profumavano ancora di lui e abbracciare il suo cuscino, cercando di immaginarsi il suo corpo addosso a scaldarlo.
29 ore e 13 minuti. Pensò tra sé e sé. Posso farcela.
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Taehyung si era svegliato alle 4:30 con la consapevolezza che in quella casa non ci voleva stare. Si sentiva soffocare. Prese una borsa e ci infilò dentro alcuni indumenti, un paio di scarpe, il suo portatile, la macchina fotografica, il carica batterie, prese il telefono e chiamò un taxi. Erano le 5:15 quando l'auto per lui arrivò e finalmente scese in strada, dando al conducente l'indirizzo di casa sua, a Daegu. Non voleva far preoccupare gli altri e perciò decise di mandare un messaggio a Jimin, poi spense il telefono e lo infilò in una tasca interna della borsa, voleva dimenticarsi di averlo con sé.
Appoggiò la testa al sedile e ripensò a tutto ciò che era accaduto la sera prima.
Prima di uscire di casa era passato in camera di Jungkook. L'aveva trovato scoperto e rannicchiato mentre abbracciava il peluches a forma di tigre che proprio lui aveva vinto al luna park durante uno dei loro tanti appuntamenti e lo aveva regalato al minore. Lo coprì facendo attenzione a non svegliarlo e si sentì immensamente in colpa per aver scaraventato il regalo di Jungkook a terra, facendolo esplodere in mille pezzi. Lo aveva osservato per qualche istante ancora prima di uscire da quella stanza e da quella casa.
Lo odiava ma lo amava.
Odiava amarlo.
Aveva reagito in maniera esagerata e ne era consapevole ma si era sentito morire dentro quando la madre del minore aveva pronunciato quelle parole ad alta voce. Aveva paura, era terrorizzato dalla reazione che avrebbero potuto avere gli altri e non era riuscito a controllarsi. Il panico aveva cominciato a salirgli in quel preciso istante ed era per questo motivo che aveva cercato di scappare in camera, per concentrarsi sulla respirazione come gli aveva insegnato tempo addietro il suo psicologo ma Jungkook l'aveva bloccato obbligandolo a parlare e peggiorando la situazione. Aveva cercato di placare la sensazione che gli attanagliava il cuore sbattendo il minore al muro e prendendolo per il collo perché quello era esattamente quello che stava provando: testa che girava e nodo alla gola. Nel corso degli anni aveva imparato a gestire le sue emozioni, a tenerle a bada e a concentrarsi sempre nel modo più corretto per mantenere la lucidità ma la sera precedente tutte le sue certezze erano crollate, il suo cervello aveva smesso di connettere gli stimoli dall'esterno e lui era semplicemente crollato addosso a Jimin.
Lo odiava, non riusciva neanche a guardarlo in faccia, non voleva più avere niente a che fare con lui. Tutte menzogne. Frasi cattive dette con l'unico obiettivo di ferire perché nel profondo sapeva che non era questo quello che voleva.
Era stato infimo e vendicativo, si era accanito su Jungkook e glielo aveva letto negli occhi quanto le sue parole erano state taglienti peggio di mille coltelli affilati. Quelle frasi avevano demolito completamente il minore, lasciandolo a terra, col respiro spezzato, il cuore infranto e le lacrime a farlo annegare.
Si erano fatti del male a vicenda con l'unica differenza che Jungkook l'aveva fatto in buona fede, aveva semplicemente esternato le sue emozioni con la donna che l'aveva messo al mondo mentre Taehyung l'aveva fatto con l'intenzione di base di ferirlo. Ora ne era consapevole e si sentiva immensamente ipocrita. Aveva chiesto al minore di non dire niente a nessuno pur sapendo che erano anni che lui provava questi sentimenti, gli aveva tarpato le ali della felicità. Come quando si porta i bambini nei negozi di giocattoli ma poi gli si dice che non gli verrà comprato nulla. Lui era stato il primo a correre da Jimin per raccontargli del loro primo bacio e aveva bloccato Jungkook nel fare lo stesso, aveva continuato a parlare col suo migliore amico della sua relazione col maknae e poi lo aveva preso per il collo quando l'altro aveva semplicemente fatto la stessa cosa, solo con la madre.
Se ne era andato di casa non perché non lo voleva più vedere, non perché aveva tradito la sua fiducia, non perché era stato la causa principale del suo attacco di panico. Se ne era andato perché si vergognava di sé stesso, di come si era comportato col minore e con gli hyungs.
L'amore e l'odio sono separati da una linea sottilissima e aveva sentito il bisogno di allontanarsi per evitare di varcare quella linea. Sapeva che non avrebbero mai potuto davvero odiarlo ma per la sua personale sanità mentale sentita l'impellente bisogno di stare da solo e ricomporre tutto, pezzo per pezzo, un po' alla volta.
Dopo due ore di viaggio finalmente cominciò a riconoscere le vie e i caseggiati del suo quartiere ma essendo troppo presto chiese al taxista di lasciarlo in uno dei parchi che conosceva meglio. Aveva passato pomeriggi interi a giocare con i suoi compagni di scuola quando era ancora un bambino spensierato e anche se la temperatura del clima non era a suo favore, si sedette su una panchina giusto in tempo per vedere il cielo colorarsi di arancione e rosa e il sole sbucare timidamente da dietro un palazzo. Chiuse gli occhi e si lasciò scaldare il viso e le mani da quella immensa palla infuocata che da lì a pochi minuti avrebbe illuminato tutta la città e ripensò a quando l'alba l'aveva vista su una collina in Giappone insieme a Jungkook. O meglio quando avrebbe voluto godersi l'alba ma Jungkook gli era salito in braccio e l'aveva baciato e si erano stretti uno all'altro prima di finire a fare l'amore da lì a poco, sul tardi.
Ripensò al fatto che era arrivato a 23 anni senza essersi mai realmente innamorato e si chiese se per tutto quel tempo non avesse aspettato la persona sbagliata, senza rendersi conto che quello giusto per lui era già al suo fianco. Si era divertito grazie alla sua fama e alla sua faccia, sapeva di essere esteticamente bello e questo l'aveva sempre facilitato nel trovarsi a letto con persone diverse di diverse nazionalità ma mai era riuscito a provare realmente quel trasporto e quella sensazione alla base della testa. E poi Jungkook l'aveva baciato, spogliato, amato e lui si era sentito finalmente completo. Lo amava. Lo amava talmente tanto che adesso faceva male da morire.
Quella mattina avrebbe voluto scuoterlo, urlargli contro quanto ci stava male, quanto quella situazione lo stava facendo soffrire, quanto si era spaventato a ricadere in un attacco di panico per poi baciarlo fino alla nausea e piangere contro il suo corpo nudo, sfogarsi e amarlo e dirgli che sarebbe andato tutto bene, che l'avrebbero superata e che sarebbero stati bene. Ma poi non l'aveva fatto perché la sua parte ferita e vendicativa aveva vinto sull'amore e sui sentimenti. Voleva farlo penare e disperare, sapeva che quando Jungkook si fosse alzato, lo avrebbe cercato per parlare ma lui non si sarebbe fatto trovare, non quella mattina e neanche quella successiva.
Una volta il minore gli aveva espressamente detto che lui era la più dolce delle droghe e che la sua presenza gli creava assuefazione e ora Taehyung voleva fargli venire una crisi di astinenza, portarlo allo stremo per poi ripagarlo con una dose ancora più intensa.
I suoi pensieri vennero scossi dal rumore di una bicicletta che suonò il campanello ad un automobilista. Guardò l'ora sull'orologio che aveva al polso che gli aveva regalato suo padre e si rese conto che erano già quasi le 9 del mattino.
Voleva tornare a casa, dormire nel suo letto d'infanzia, abbracciare e coccolare il suo cane che ormai non vedeva da mesi.
Prese il telefono e lo accese per chiamare i suoi genitori e avvisare del suo arrivo ma la prima notifica fu un messaggio da parte di Jimin che aveva risposto al suo precedente.
Puoi sempre contare su di me e su di noi in generale. Non mi hai detto niente di Jungkook e so che non vorrai sentire parlare di lui ma sappi solo che ci sta male, ti ha cercato disperatamente in casa stamattina. Prenditi il tempo che ti serve ma torna da me, torna da lui Taehyung.
Non aveva menzionato Jungkook nel suo messaggio perchè l'aveva appena trovato rannicchiato e con ancora i solchi delle lacrime sulle guance, il 50% del suo essere avrebbe voluto aggiungere che se ne stava andando per colpa sua e l'altro 50% avrebbe voluto scrivere di dire al minore di non preoccuparsi, che stavano bene e che avrebbero risolto ma non aveva trovato la forza di scegliere tra le due opzioni e aveva semplicemente deciso di non parlare proprio di lui per risolvere il problema.
Chiuse rapidamente l'applicazione dei messaggi e chiamò a casa. Rispose sua mamma al terzo squillo.
"Pronto?"
"Buongiorno mamma, sono Taehyung."
"Oh tesoro buongiorno! Come mai telefoni così presto di sabato mattina? È successo qualcosa?"
La voce solare e il tono iperprotettivo della madre fecero sorridere il ragazzo.
"Se un ragazzo dai capelli azzurri suonasse al campanello di casa tra circa mh- una decina di minuti, tu gli apriresti?"
"Stai venendo a casa Taehyungie?"
"Si mamma."
"Allora non vedo l'ora di vedere questo ragazzo dai capelli azzurri e preparargli la colazione."
Riattaccarono dopo essersi salutati e Taehyung tornò a spegnere il telefono, si alzò finalmente dalla panchina e pensò che i suoi genitori si sarebbero immediatamente accorti che qualcosa non andava ma lui aveva deciso di tornare a casa proprio per dirgli tutto. Avrebbe raccontato dell'America, del Canada, di quando era stato male in Europa, del Giappone, di come si era innamorato di un ragazzo e che quel ragazzo era proprio Jungkook. Avrebbe raccontato del loro primo bacio, del primo appuntamento, di quando aveva fatto l'amore per la prima volta in vita sua e di come era scappato di casa quella mattina dopo una litigata e un attacco di panico. Voleva raccontare tutto senza lasciare indietro il minimo dettaglio, avrebbe davvero voluto e gli rimanevano solo 10 minuti per trovare il coraggio.