Capitolo 1
CAPITOLO 1
PUNTO DI VISTA DI LINA
— Mamma… non piangere, ti prego…
La mia voce tremava quanto le mie mani.
Ero seduta sul bordo del letto d'ospedale, stringendo le dita gelide di mia madre mentre le macchine intorno a lei emettevano quei suoni regolari e opprimenti. L'odore del disinfettante mi dava la nausea da ore, ma non osavo allontanarmi dalla stanza.
Perché avevo paura.
Paura che, se fossi uscita anche solo un secondo… lei sarebbe sparita.
Il medico era appena uscito.
Di nuovo.
Un'altra bolletta.
Altre medicine.
Altri soldi che non avevo.
Abbassai lo sguardo sulla busta spiegazzata che tenevo in mano. L'importo scritto sopra mi tolse quasi il respiro.
Come poteva una semplice studentessa trovare tutti quei soldi?
Lavoravo già in un bar squallido dopo le lezioni. Dormivo a malapena. Mangiavo una volta al giorno, quando andava bene.
E nonostante tutto… non bastava mai.
Mia madre tossì debolmente prima di voltare il capo verso di me.
— Lina… vai a dormire…
Sorrisi a fatica.
— Sto bene.
Mentivo.
Non ricordavo più l'ultima volta che avevo dormito davvero.
I suoi occhi stanchi si inumidirono.
— Mi dispiace…
Quella frase mi distrusse qualcosa dentro.
Scossi subito la testa.
— Smettila di dire così.
— Se non fossi malata—
— Mamma.
La mia voce uscì più forte del previsto.
Lei tacque.
Presi un respiro profondo prima di posare un bacio sulla sua fronte.
— Guariresti. D'accordo? Troverò una soluzione.
Anche se non ne avevo nessuna.
Nessuna.
Assolutamente nessuna.
Il telefono vibrò all'improvviso in tasca.
Numero sconosciuto.
Esitai prima di rispondere.
— Pronto?
Una voce maschile fredda rispose:
— Signorina Lina Morel?
Lo stomaco mi si strinse immediatamente.
— Sì…
— Dobbiamo parlare del debito di suo padre.
Il sangue mi abbandonò il volto.
Mi alzai di scatto e uscii dalla stanza perché mia madre non potesse sentirmi.
— Le ho già detto che pagherò a poco a poco…
Una risata leggera risuonò dall'altro capo.
Non una risata divertita.
Una risata sprezzante.
— Lei non sembra capire la gravità della situazione.
Inghiottii a fatica.
Mio padre era morto otto mesi prima.
Otto mesi da quando avevo scoperto che doveva soldi a gente pericolosa.
Molto pericolosa.
All'inizio pensavo fosse solo un prestito.
Poi un uomo era venuto nel nostro appartamento.
Abito nero.
Sguardo vuoto.
Un'arma visibile sotto la giacca.
Quel giorno avevo capito.
La mafia.
— Faccio del mio meglio… mormorai.
— Il suo "meglio" non ripaga 40 milioni di euro.
Le gambe quasi mi cedettero.
40 milioni di euro.
Anche dopo tutti quei mesi, sentire quella cifra mi faceva sentire come se stessi soffocando.
— Io… non ho quei soldi…
— Allora li trovi.
La linea si interruppe.
Rimasi immobile in mezzo al corridoio.
Intorno a me, le infermiere passavano veloci, i pazienti parlavano, gli ascensori suonavano… ma tutto sembrava all'improvviso lontano.
Sfuocato.
Come se il mio mondo fosse appena precipitato ancora un po' più in basso.
Gli occhi cominciarono a bruciarmi.
No.
Mi rifiutavo di piangere lì.
Mi diressi meccanicamente verso il bagno del corridoio e chiusi la porta a chiave dietro di me, prima di crollare contro il muro.
Non ce la facevo più.
Davvero, non ce la facevo più.
Premetti una mano sulla bocca per soffocare i singhiozzi.
Perché mio padre ci aveva fatto questo?
Perché?
Ci aveva lasciate sole con una montagna di debiti e mostri alle calcagna.
Il telefono vibrò ancora.
Questa volta era un messaggio.
Numero sconosciuto.
"Se vuole salvare sua madre e saldare il debito, esiste una soluzione."
Aggrottai le sopracciglia.
Un secondo messaggio arrivò subito dopo.
"Domani. Alle 21. Hotel Bellagio. Venga da sola."
Poi una foto.
Un'enorme sala lussuosa.
Uomini ricchi.
Donne bellissime.
E al centro…
Un palco.
Il cuore quasi si fermò quando lessi le parole in fondo all'immagine:
ASTA PRIVATA — OGGETTI RARI E SPECIALI
Un brivido d'orrore mi attraversò tutto il corpo.
Capii immediatamente.
E per la prima volta nella mia vita…
Ebbi davvero paura di ciò che sarei diventata.
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PUNTO DI VISTA DI ADRIANO
— Il porto è sicuro, Boss.
Alzai lentamente lo sguardo verso Marco mentre posava un tablet sulla mia scrivania.
La luce soffusa del mio ufficio illuminava a malapena la stanza. Mi piaceva così. L'oscurità impediva alla gente di sentirsi a proprio agio.
E gli uomini pericolosi non devono mai mettere gli altri a loro agio.
Feci roteare lentamente il whisky nel bicchiere senza berlo.
— I russi?
— Due morti. Gli altri sono scappati.
Ovviamente.
Nessuno restava a lungo quando il mio nome entrava in una conversazione.
Adriano De Luca.
Alcuni lo usavano per spaventare i bambini.
Altri pregavano di non incrociarmi mai.
Io vivevo con quel nome come con una maledizione.
Mi alzai lentamente e mi avvicinai all'enorme vetrata alle mie spalle. La città brillava sotto la pioggia notturna.
Magnifica.
Corrotta.
Perfetta.
— E l'asta di domani? chiesi con calma.
Marco esitò.
Abbastanza da infastidirmi.
Girai leggermente la testa verso di lui.
— Parla.
— Vittorio ha aggiunto una nuova ragazza alla lista.
Il mio sguardo si irrigidì immediatamente.
Detestavo quelle aste.
Detestavo quegli uomini ricchi che pagavano per comprare donne come fossero merce.
Ma quelle serate portavano un sacco di soldi all'organizzazione… e mantenevano in piedi certe alleanze mafiose.
Allora tolleravo.
Solo quello.
Tolleravo.
— Quanti anni? chiesi freddamente.
— Ventuno.
Posai il bicchiere.
— Consenziente?
Il silenzio che seguì fu sufficiente per farmi capire la verità.
Un sorriso pericoloso mi allungò lentamente le labbra.
Non un sorriso divertito.
Un sorriso che di solito annunciava funerali.
— Vittorio sta diventando stupido.
Marco abbassò leggermente lo sguardo.
Anche lui sapeva cosa significava. Detestavo gli uomini che costringevano le donne. Perché mia madre era stata una delle loro vittime. E perché, in questo mondo, i mostri fingevano sempre che le donne avessero "accettato".
Allungai la mano.
— Il fascicolo.
Marco mi porse subito il tablet. Scorsi le informazioni rapidamente.
Lina Morel.
21 anni.
Studentessa.
Nessuna attività criminale.
Madre ricoverata.
Debito ereditato dal padre defunto.
Mi fermai sulla foto. Poi qualcosa dentro di me si bloccò. I suoi occhi. Cazzo. Per un secondo, un'immagine antica mi attraversò violentemente la mente.
Sangue.
Urla.
Una donna in lacrime.
E quegli stessi occhi.
Richiusi immediatamente il tablet.
Con freddezza.
Controllo.
Sempre il controllo.
— Toglietela dalla lista, ordinai.
Marco sembrò sorpreso.
— Vittorio si rifiuta. Dice che può fruttare diversi milioni.
Il mio sguardo risalì lentamente su di lui. La temperatura della stanza sembrò calare.
— Da quando Vittorio si dimentica chi comanda in questa città?
— Sostiene che diversi acquirenti importanti verranno apposta per lei.
Sorrisi leggermente.
Questa volta era peggio.
Persino Marco fece un passo indietro, con discrezione.
— Allora domani sera… dissi con calma, ricorderemo a Vittorio perché gli uomini abbassano lo sguardo quando pronunciano il mio nome.
Il silenzio calò nell'ufficio.
Presi la giacca nera prima di avviarmi verso l'uscita.
— Prepara la macchina.
Marco aggrottò le sopracciglia.
— Dove va?
Rimisi lentamente i bottoni dei polsini.
— A vedere con i miei occhi la ragazza che tutti vogliono comprare.