Ma io so cosa c'è sotto la maschera. L'ho visto, nella biblioteca, le sue dita troppo a lungo sulle mie. L'ho visto, nello stipite della porta, il suo sguardo da predatore. L'ho sentito, nell'avvertimento gelato della colazione.
Non ti avvicinare più a mio fratello di notte. Potresti pentirtene.
— E Alexei? chiedo, per cambiare discorso, per non pensare a lui. Come sta?
Il suo sorriso si irrigidisce impercettibilmente. Solo una frazione di secondo, un tic che qualcun altro avrebbe perso.
— Alexei riposa. Ha avuto una notte difficile, a quanto pare.
Fa una pausa, i suoi occhi che si fissano su di me con un'intensità nuova.
— Ma tu dovresti saperlo, tu che eri con lui.
— L'ho aiutato a calmarsi, tutto qui.
— Tutto qui, ripete. Certo.
Riprende il pasto, ma sento che mi osserva con la coda dell'occhio. Che valuta. Che aspetta.
Il pomeriggio si stira, lungo, vuoto, opprimente.
Faccio avanti e indietro nella mia stanza. Guardo dalla finestra. Il sole declina lentamente, come a malincuore, come se sapesse cosa la sua scomparsa libererà.
Conto i minuti. Conto le ore.
La cena è rapida. Damian è assente, chiamato in città per affari, mi hanno detto. La matriarca cena nei suoi appartamenti, invisibile. Sono sola in questa immensa sala da pranzo, seduta a un tavolo che potrebbe ospitare venti persone, servita da domestici silenziosi che sembrano attraversare i muri.
Mangio senza gusto. Il cibo è eccellente – qui tutto è eccellente, perfetto, lussuoso – ma ha il sapore del cartone. La mia mente è altrove. Nell'ala condannata. Dietro i nastri rossi. Davanti a quella porta che dovrò affrontare.
Finalmente, la notte.
Risalgo nella mia stanza. Chiudo la porta. Tiro il chiavistello.
Poi aspetto.
Un'ora.
Due ore.
Il maniero si addormenta a poco a poco. I rumori cessano, uno dopo l'altro. I domestici raggiungono i loro alloggi. Damian non è tornato, o se è tornato, è nella sua stanza. Le luci si spengono, una a una, come occhi che si chiudono.
A mezzanotte, mi alzo.
Sono già vestita. Non ho nemmeno provato a dormire. Un jeans scuro, un maglione nero, scarpe silenziose. Niente che possa fare rumore, niente che possa tradire la mia presenza.
Apro la porta. Il corridoio è vuoto, immerso nell'oscurità. Le lucine di sicurezza diffondono un debole bagliore rosso sul pavimento, quanto basta per vedere dove mettere i piedi.
Esco.
I miei passi sono felpati sul tappeto spesso. Scendo la scala principale, fermandomi a ogni gradino per ascoltare. Niente. Il silenzio è totale, schiacciante.
Poi trovo la scala di servizio. Più stretta, più scura, che scende verso le parti antiche del maniero. Quella che i domestici usano per non essere visti.
Più scendo, più l'oscurità è densa. Più il freddo è vivo. Più l'aria è umida, carica di un odore di muffa, di chiuso, di tempo fermato.
Trovo il corridoio.
I nastri rossi sono ancora lì.
Sbarrano il passaggio, tesi da una parete all'altra, ben dritti, ben visibili. Nella penombra, brillano debolmente, come avvertimenti di sangue, come confini da non oltrepassare.
Li scosto. La mia mano trema toccando il tessuto setoso. Passo.
Il corridoio si inoltra davanti a me, interminabile. Porte su ogni lato, chiuse. Alcune hanno numeri, altre nomi. Camere per gli ospiti, forse, o antiche stanze della servitù. Tutte vuote, senza dubbio. Tutte dimenticate.
In fondo, una porta più grande. In legno massiccio, scuro, quasi nero. Con una maniglia di ferro battuto, lavorata, antica.
Mi avvicino.
Ogni passo è un'eternità. Ogni passo è una decisione che prendo, che riprendo, che confermo. Posso ancora tornare indietro. Posso ancora dimenticare ciò che ho visto, ciò che ho immaginato, ciò che ho creduto di sentire.
Ma la foto. Le sbarre. Gli occhi di quella donna.
Continuo.
Raggiungo la porta. Appoggio la mano sulla maniglia. È fredda, glaciale, come se non fosse stata toccata da decenni.
Giro.
La porta si apre con un cigolio lungo, straziante, che sembra risuonare in tutto il maniero. Mi blocco, il cuore fermo, aspettando che dei passi accorrano, che delle grida si levino.
Niente.
Nessuno viene.
Davanti a me, l'oscurità più totale. Un'oscurità così fitta che sembra solida, quasi palpabile. Un odore di chiuso, di medicinali, di malattia. Di disinfettante a buon mercato che non riesce a mascherare l'odore del sudore, dell'urina, della disperazione.
E un rumore.
Pianti.
Non me li immagino. Sono lì, reali, umani, strazianti. Singhiozzi soffocati, come di qualcuno che ha imparato a piangere senza far rumore per non essere scoperto.
— C'è qualcuno? mormoro.
I pianti si fermano. Un silenzio. Poi una voce, così debole che ho paura di averla immaginata:
— Chi è là?
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ELLA
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La voce viene dal fondo della stanza. Una voce di donna, consunta, rauca, come se non la usasse spesso. Come se parlare le facesse male.
— Chi siete? chiedo.
— Chi siete voi? Una nuova? Un'altra vittima?
La sua voce trema. Paura, o speranza, o entrambe.
Avanzo nell'oscurità, le mani tese davanti a me. Tasto lungo il muro, cercando un interruttore. Le mie dita incontrano il legno, poi l'intonaco, poi ancora legno. Finalmente, un bottone. Un vecchio bottone di porcellana, come se ne facevano una volta.
Lo premo.
Una luce giallastra, debole, tremolante, illumina la stanza. Una lampadina nuda al soffitto, senza paralume, che getta ombre danzanti sui muri.
È una camera. Piccola, angusta, appena più grande di una cella. Un letto stretto, sfondato, con lenzuola grigiastre. Un comodino di legno bianco, scrostato, con un bicchiere d'acqua e qualche medicinale. Una sedia, dritta, scomoda. Nient'altro.
Le pareti sono nude. Nessun quadro, nessuna foto, nessuna mensola. Niente che ricordi il mondo esterno, niente che dica "sono umana, ho una vita".
La finestra è condannata da sbarre spesse, nere, arrugginite. Dietro, l'oscurità della notte.
E sul letto, una donna.
È raggomitolata su se stessa, le ginocchia piegate contro il petto, le braccia strette intorno alle gambe. Indossa una camicia da notte bianca, consumata fino alla trasparenza, troppo leggera per l'umidità fredda della stanza. I suoi piedi sono nudi, bluastri per il freddo.
I suoi capelli sono lunghi, grigi, arruffati, sporchi. Ricadono sul suo viso come un velo di lutto.
Lei piange.
Dolcemente, senza far rumore, solo le sue spalle che tremano.
Faccio un passo. Il pavimento scricchiola.
Lei alza la testa.
Il suo viso...
Lo riconosco. È quello della foto. Invecchiato di vent'anni, scavato, segnato dalla sofferenza, dalla fame, dall'assenza di sole. I suoi occhi sono cerchiati da profonde ombre violacee, gli zigomi sporgono sotto una pelle troppo sottile, le sue labbra sono screpolate, spaccate.
Ma sono gli stessi occhi. Gli occhi della madre dei ragazzi. Gli occhi che sorridevano nelle foto d'estate, che brillavano guardando i suoi figli.
Non brillano più. Sono spenti, morti, abitati solo da un bagliore di speranza fragile, terrorizzata, che potrebbe spegnersi al minimo soffio.
— Chi siete? ripete. La sua voce è un mormorio, un soffio, appena udibile.
— Mi chiamo Ella.
Non so cos'altro dire. Non so come ci si presenta a una donna che ha passato vent'anni in una gabbia.
— Sono... sono la fidanzata di Alexei.
I suoi occhi si spalancano. Un'emozione li attraversa, troppo rapida perché io possa darle un nome.
— Alexei. Il mio piccolo Alexei.
La sua voce si spezza sul nome.
— Come sta? Soffre ancora?
— Sapete del suo incidente?
Lei ha una risata amara, senza gioia, un suono rauco che assomiglia a un rantolo.
— So tutto. Damian me l'ha raccontato, una volta. È venuto, anni fa, per vantarsi. Era fiero di quello che aveva fatto.
Chiude gli occhi, e una lacrima scorre lungo la sua guancia scavata.
— Ha tagliato i freni, sai. Non è stato un incidente.
Il mio sangue si gela.
— Damian ha confessato?
— Era fiero. Voleva che sua madre sapesse che figlio "forte" aveva. Che orgoglio per la famiglia...