Ella
Rimango immobile.
Il vaso esplode contro il muro, a dieci centimetri dalla mia testa.
L'impatto è così violento che schegge di porcellana sfrecciano in tutte le direzioni. Un frammento tagliente mi graffia la guancia – sento la bruciatura, poi il caldo del sangue che cola sulla mia pelle gelata.
Non mi muovo. Non urlo. Non porto la mano alla guancia.
Lo guardo.
Lui guarda me.
Il suo respiro è rauco, a scatti. I suoi occhi vanno dalla mia guancia che sanguina ai miei occhi che non sbattono le palpebre. Aspetta. Aspetta che ceda. Aspetta che mostri la paura che conosce così bene, quella che fa fuggire tutti.
― Piangerai? Urlerai?
La sua voce è più bassa ora. Quasi curiosa.
― Forza. Fa' come gli altri. Vattene urlando. È quello che dovresti fare.
La mia voce non trema.
― No.
― No?
Lui sbatte le palpebre, sconcertato. Nessuno deve dirgli di no spesso, in questa casa. Nessuno deve tenergli testa.
― No, non piangerò. No, non urlerò. E no, non me ne andrò. Sono il suo medico, Alexei. E lei ha bisogno di me.
I suoi occhi si spalancano.
Davvero. Apre bene gli occhi, come un bambino che vede qualcosa di impossibile. Nessuno deve avergli parlato così da molto tempo. Nessuno deve aver osato.
― Non ho bisogno di nessuno.
― Invece sì. Ha bisogno di prendere le sue medicine. Dove sono?
― Va' a farti fottere.
― Dove sono, Alexei?
Indica con un gesto vago la porta del bagno, socchiusa su piastrelle bianche. Ci vado, scavalco i detriti, ignorando le schegge che scricchiolano sotto le suole.
Le compresse sono allineate sul lavandino.
Ansiolitici. Antidepressivi. Neurolettici. Pastiglie per dormire, per calmarsi, per dimenticare, per resistere. Una farmacia intera, roba da addormentare un cavallo. Alcuni nomi mi sono sconosciuti, altri mi fanno rabbrividire.
Prendo il bicchiere d'acqua già pronto – qualcuno lo lascia sempre lì, per ogni evenienza – e torno da lui.
― Ecco.
Lui guarda la mia mano tesa, le compresse nel mio palmo, il bicchiere d'acqua.
― Va' a farti fottere, ripete, ma la sua voce ha perso forza.
― Prenderà le sue medicine, Alexei. Non perché glielo ordino io – non sono nessuno per ordinarle qualcosa. Non perché insisto – non sono sua madre. Ma perché sa che ho ragione. E perché è esausto.
― Non sono...
― È esausto. Lo vedo dalle sue occhiaie, dalle sue mani che tremano, dal suo respiro troppo rapido. Non dorme da giorni. Non mangia da giorni. Lotta contro se stesso ventiquattro ore su ventiquattro, e questo la sta uccidendo a poco a poco. Quindi sì, prenderà queste compresse. Perché non ne può più.
Lui mi fissa.
A lungo.
Troppo a lungo.
Il suo sguardo va dai miei occhi alla mia guancia che sanguina, dalla mia guancia alle compresse nella mia mano. Le sue dita tremano sui braccioli. Il suo respiro rallenta impercettibilmente.
Poi la sua mano si tende.
Trema talmente che rischia di far cadere le compresse. Le deposito nel suo palmo con una dolcezza infinita. Lui se le porta alla bocca con un gesto brusco, le ingoia senz'acqua, fa una smorfia per l'amaro.
Gli porgo il bicchiere. Lui beve tutto d'un fiato, il pomo d'Adamo che sale e scende nel suo collo magro.
Il bicchiere vuoto cade sul tappeto.
Lui gira la testa, guarda attraverso la finestra gli alberi spogli del parco. La luce grigia disegna ombre sul suo viso, incava le sue guance, sottolinea le sue occhiaie viola.
― Perché non hai avuto paura?
La sua voce è appena un sussurro.
― Chi le dice che non ho avuto paura?
― Sei una brava attrice.
― Sono un medico.
Un silenzio si instaura tra noi. Non un silenzio pesante, non un silenzio ostile. Solo un silenzio, come una tregua dopo una battaglia.
― Quanto ti ha pagato mia madre per accettare questo matrimonio?
― Non mi ha pagato. Sono qui perché la mia famiglia ha bisogno dell'alleanza con la vostra.
― La tua famiglia.
Lui sogghigna di nuovo, ma questa volta senza aggressività. Solo amarezza, disgusto.
― La tua ti vende, e tu dici di sì come una brava mercanzia.
La parola mi attraversa come una lama.
Mercanzia.
È esattamente quello che sono. Un oggetto di scambio. Una moneta. Un sacrificio sull'altare degli affari di famiglia.
Ha ragione.
― Forse, dico dolcemente. Ma sono anche una brava psichiatra. E lei ha bisogno di una psichiatra, Alexei. Non di una nemica.
Lui tace.
Le sue dita accarezzano meccanicamente i braccioli della sedia. Vedo le sue spalle abbassarsi di un millimetro, appena, quel tanto che basta per capire che qualcosa è cambiato.
― Vattene, ora. Sono stanco.
― Tornerò domani.
― Come vuoi. Che cambia?
Raccolgo la borsa, mi dirigo verso la porta. Sulla soglia, mi giro.
― Cambia che qualcuno verrà. Tutti i giorni. Finché non accetterà che io sono qui.
Lui non risponde.
Esco nel corridoio, chiudo delicatamente la porta.
Le mie gambe cedono.
Mi appoggio al muro, chiudo gli occhi, respiro. Inspira, espira. Inspira, espira. Il mondo ondeggia intorno a me come una nave ubriaca.
Le mie dita tremano. Tremano talmente che devo stringerle l'una contro l'altra, incrociarle, torcerle per fermarle. Il mio cuore batte così forte che ho male al petto. La guancia mi brucia lì dove il sangue si è seccato.
― Impressionante.
Apro gli occhi.
Damian è appoggiato al muro un po' più in là, le braccia incrociate sul petto, lo stesso sorriso sulle labbra.
― Sei rimasto lì tutto il tempo?
― Volevo vedere quanto saresti durata. Le altre, duravano in media tre minuti. Tu, sei durata venti minuti e l'hai fatto ubbidire.
― Non l'ho fatto ubbidire. L'ho aiutato.
― È la stessa cosa.
Si stacca dal muro e si avvicina, troppo vicino. Il suo profumo è inebriante, quasi aggressivo – legno di sandalo, vaniglia, qualcosa di costoso e opprimente. È troppo alto, troppo bello, troppo presente.
― Sai cosa dicono di lui in famiglia?
La sua voce è bassa, confidenziale.
― Dicono che è un mostro. Che è meglio così, che sia invalido, che sia pazzo. Perché prima, era perfetto. Bello, intelligente, carismatico. L'erede modello. Quello che tutti amavano, che tutti ammiravano.
― Perché mi racconta questo?
― Perché ora vivrai qui. Perché lo vedrai tutti i giorni. Perché forse, un giorno, capirai che il mostro, non è sempre quello che si crede.
Ha un sorriso strano nel dirlo. Non un sorriso gioioso. Non un sorriso triste. Qualcosa a metà, che non riesco a decifrare.
Gira sui tacchi e si allontana nel corridoio, i suoi passi attutiti dalla spessa moquette. La sua sagoma scompare nella penombra, inghiottita dall'oscurità del maniero.
Rimango sola, appoggiata a quel muro, ad ascoltare i battiti folli del mio cuore.
Venti anni di studi. Dieci anni di pratica professionale. Centinaia di pazienti, migliaia di ore di consultazione.
Niente mi aveva preparata a questo.
Scendo le scale, attraversio l'ingresso monumentale, esco sul perron.
L'aria fredda mi schiaffeggia il viso.
La guancia mi brucia dove la scheggia di porcellana mi ha tagliato. Tocco la ferita con la punta delle dita – il sangue si è seccato, formando una crosta sottile sotto la pelle. Lascerà una cicatrice. Una piccola cicatrice, giusta abbastanza perché io ricordi.
Il cielo è grigio, dello stesso grigio della pietra del maniero. Gli alberi sono nudi, i loro rami tesi verso il cielo come dita di suppliziati. Nessun rumore, nessun movimento, nessuna vita.
Una gabbia dorata, dicevano i romanzi che leggevo da piccola.
Una gabbia e basta, risponde la mia ragione.
Ma non ho scelta. Quindi resto.