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Voghera nebbie mortali

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Blurb

È bastata una telefonata. Quella di un vecchio amico che non sentiva dai tempi del liceo. Vent’anni che non si fa vivo e adesso, bello fresco, quello gli va a raccontare di un omicidio. Dice che si chiamava Lourdes. Questo è, anzi era, il nome della ragazza e di mestiere faceva la prostituta. Hanno ritrovato il suo corpo steso sull’erba nei giardinetti di piazza Castello. Meglio non scendere nei particolari, ma a suo parere la tecnica dell’omicidio è insolita. A prima vista sembra essere stata vittima di un pestaggio finito male. Ma questa, assicura, non è la causa della morte. Non è andata così. E la vicenda presenta ben più di un lato oscuro. E poi c’è più di un motivo per legare questo delitto ad un altro compiuto appena un mese prima sulle colline dell’Oltrepò. Il nome della poverina era María Luz e, nemmeno a farlo apposta, era colombiana, proprio come Lourdes. Un bel caso. O un bel casino, per un giornalista incauto come Dante Ferrero, bravo a cacciarsi nei guai come i lagotti sono bravi a scovare le trifole. Avrà ragione Mercy, la sua ragazza dagli occhi verdi e il culo a mandolino, quando sostiene che si tratta del crimine compiuto da una mano esperta? Oppure ha visto giusto quella vecchia cariatide del Gaeta, secondo cui l’omicidio è frutto di una mente malata? Perversa. Contorta. Voghera è il palcoscenico allestito per questa macabra sceneggiatura noir. Una città di provincia. Come tante. Come tante paciosa. Tranquilla. Almeno finché se ne stava a sonnecchiare rinchiusa nei primi freddi d’ottobre; immersa nei colori di un autunno precoce e nelle sue nebbie. Nebbie che ora ha visto tingersi di porpora. Di sangue. E di orrore. Nebbie fitte e mortali. L’assassino è il folle appena arrestato? Che significato hanno i pezzi del gioco ritrovati sui cadaveri… La sigla scarabocchiata nel palmo della mano... E quella storia di quarant’anni prima?

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PROLOGO
PROLOGO Faranno sì e no quindici gradi sotto questo sole smorto di metà ottobre. Mette tristezza solo a guardarlo, così incastonato dentro un cielo carta zucchero. Tristezza nel vederlo fumigare il madido del sottobosco, alzando sottili veli di nebbia a carezzare il suolo, tra declivi e pendici. Rarefatti brani di bambagia che insinuano tra il fusto degli alberi e gli arbusti come nubi basse. Radenti lembi opachi che penetrano tra muri sbrecciati e le dilavate tegole di vecchi borghi e sperduti casali. Nella sua fiacchezza, sta provando a intiepidire le ore di questa pigra giornata. O perlomeno, credo stia cercando di riscaldarmi dentro. Senza peraltro riuscirci. L’asfalto è ancora umido della pioggia caduta nella notte, e quella che respiro è un’aria pungente che sa di menta, resina e foglie macerate. Tutto qui intorno parla di metamorfosi, annunciando quel dolce morire che diverrà rinascita, tra qualche mese. Una volta sciolta la neve. C’è di buono che l’autunno, alle monocromie invernali non si rassegna. Sa ribellarsi, ferendomi gli occhi con la prepotenza delle sue bacche rosse di corniolo e rosa canina, l’ocra degli ippocastani, i cinabro cremisi dell’acero e il giallo dei tigli. C’è una lieve brezza, lusinghiera, che mi asciuga il sudore dalla fronte. Piacevole da avvertire sulla pelle. Significa che si è vivi. Che sono vivo. Per altri non è andata così. Per qualcuno non è stato affatto un dolce morire. E non ci sarà rinascita. Nessun risveglio in nuove stagioni. Non avrà modo di rivedere queste minuscole gocce di rugiada brillare come un rosario di diamanti sulla tela del ragno, così come le sto guardando ora. Né ascolterà più i silenzi che sto ascoltando, per queste valli. O il mormorio delle fronde nei boschi. Il loro stormire. Odorerà il profumo di funghi che odoro. Né sognerà più di caldarroste avvolte nel cartoccio o un buon bicchiere di rosso. Gli uomini non sono stagioni. Non c’è divenire. Sono, piuttosto, come foglie secche che si staccano dal ramo, prillando a terra in un ultimo ubriacante volteggio senza applausi. Gli uomini sono biglietti aerei di sola andata. Echi senza ritorno. Carrozze spedite su binari morti. Di loro si parlerà al passato. Quando saranno passati. Perché passiamo. Trascorriamo. Talvolta transitiamo senza lasciare orme. Scadendo come cartoni del latte. Cancellati come date sul calendario. Strappati come fogli del calendario. Quando si muore giovani è ancora più triste. Penso alle occasioni che non hanno vissuto, agli istanti che non hanno consumato. Penso ai loro cuori palpitanti e agli occhi affamati che desideravano vedere. Quando si muore ammazzati è crudele. Quando si muore lontani da casa si è soli. Anche in quell’estremo momento. Spauriti. Se si è giovani, poi, ancora più soli e ancora più atterriti. *** Eccomi! Io sono qui. Ci sono! A cercare di entrare in questa storia. O forse, furbescamente o inconsapevolmente, uscirne prima ancora di esserci entrato. Di capirci qualcosa. Qualcosa che dia un senso e una ragione a tutto ciò. Alla cronaca merdosa che mi è stata raccontata. Una storia che sta rendendo odiosa e insopportabile quest’ultima bella giornata di sole ottobrino. Tingendola di sangue. Insaporendola di amaro. Che mi regala un senso di inutile e di inutilità. Che mi svuota. Fino a smarrirmi. È bastato quel minuscolo ritaglio di giornale. Dieci righe incognite a pagina ventotto. Dopo una telefonata, fredda e impersonale. Come se dietro un miserabile delitto e oltre il cadavere non ci fosse nient’altro. Nessuna compassione. Misericordia. Non voglio chiamarla anima. Ma almeno persona. Una presenza. Altrimenti la chiamerò ricordo. Chissà che voce aveva? Se cantava intonata. Se era allegra oppure preoccupata. Se ballava. Se le piacevano le trenette al pesto con patate e fagiolini bolliti, e un Pigato fresco da berci sopra. Che musica ascoltasse. L’ultima nota che ha sentito. O se è stata una voce. Un grido. Il suo grido di addio al mondo. Non so se la vita l’avesse consumata per intero su un marciapiede o tra lenzuola sgualcite e banconote lasciate sul comodino. Quanto costasse il suo corpo. Se si sentiva comprata. Quali sogni inseguisse o con quale remissione o rinuncia vivesse la sua esistenza. Davvero non lo so. Non posso saperlo. Vorrei saperlo. Vorrei sapere tutte queste cose. Tante cose. Giusto per potermi ricordare che un giorno è stata. Poterle dire che tra chi la ricorda, ora c’è anche un coglione di giornalista che vorrebbe renderle giustizia. Almeno provarci. Tentare di capire. Che provi a scoprire nei dettagli di quella vita anonima e sconosciuta, chi l’abbia voluta spegnere. Quali mani hanno deciso la sua fatalità. Chi altri ha stabilito, al posto suo, il giorno della fine. Quest’altro capace di spiccarla dal ramo per gettarla a terra dopo l’ultimo ubriacante volteggio senza applausi. *** Chi mi conosce poco o superficialmente, spesso mi scambia per indifferente. Ma è una reazione. È il mio guscio di tartaruga. Uno scudo. Il rifugio alle mie inquietudini, le mie amarezze. Al malessere delle mie idiosincrasie. È un trucco. Meglio apparire come un gigione. Apatico e imperturbabile. Uno che mostra al mondo sempre la sua maschera migliore. Quella ilare e scherzosa. Quella simulatrice da saltimbanco. Celando prudentemente dietro ad essa il volto impacciato dell’incertezza e dell’introversione. Uno che vive la realtà come una commedia recitata da altri interpreti, osservata nei fotogrammi sullo schermo di un multisala. Che prende la propria vita come un viaggio solitario su autobus che non hanno capolinea. Come se non avessi un cuore pronto a sanguinare o lacrime da versare. Rabbia da urlare... Io di mestiere faccio il giornalista. Di queste storie ne sento raccontare e ne scrivo a dozzine. Però è sempre così. Non riuscirò mai a farci l’abitudine. Ogni volta è la stessa cosa. Dovrei inquadrare il tutto sotto l’asettica luce del fatto in cronaca, sterilizzando le notizie invece di macerarmi dentro di esse. Viceversa è come se parlassi, o dovessi sempre raccontare di qualcuno, che non sia solo un nome e un cognome da scrivere sul pezzo in edicola l’indomani. Questa è una cosa che non va bene. Non funziona così. Mi fa star male. La volta scorsa ho sofferto come un cane per quei ragazzi. Almeno finché non li avevano riportati a casa sani e salvi. Peggio ancora, ho pianto per i loro due compagni morti. Piansi allora. Senza darlo a vedere. Camuffandomi dietro il mio solito contegno da pagliaccio. Infatti non se ne accorse nessuno. Piansi per quelle due povere anime. Giovani anche loro. Troppo giovani. Dev’essere una costante. Una fottuta e schifosissima costante. Una sfiga che mi perseguita. Come l’angoscia che provo nel vedere vite così tenere, spezzate. Recise. Anche per Lourdes J.V. è andata così. Caduta a terra come una di quelle foglie cremisi d’acero o ocra di ippocastano. Crollata senza più rialzarsi, dopo l’ultima esaltante piroetta. Anche stavolta senza un applauso. Semmai il ghigno di chi ha respirato l’ultimo suo respiro e con esso tolta l’ultima sua speranza. Il ladro di vite che se l’è portata via. Ci devo provare. Devo sentirmela di compiere questo nuovo viaggio che accompagnerà il suo. Il viaggio di questa Lourdes J.V., come riporta con pietà e riserbo la riga in corpo dieci sul quotidiano. Questa Lourdes J.V. della quale non so nulla. Della cui vita nessuno sa nulla, e a nessuno sembra interessare. Devo vincere questa pesantezza. Gettare via la prostrazione. Ci devo provare in fretta. Prima che di lei mi possa dimenticare. Cosa che so per certo di non riuscire a fare. Prima che il mondo la dimentichi. Cosa che riuscirà molto presto a fare.

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