TERZO CAPITOLO
Il tempo di fumarsi una sigaretta, prima di raggiungere la Smart al parcheggio e ripartire alla volta di Tortona. Peccato sia di un bicolore così odioso per chi ha l’anima granata.
Da quando la sua Opel è defunta, quest’auto stretta di taglia, è diventata una delle poche cose in bianconero che riesce a sopportare. L’altra è il Cinese. Il bull terrier che, in sua assenza, a quest’ora starà ronfando sul kilim in salotto. Dall’inverno scorso questa scatola da scarpe è diventata l’unico suo mezzo di trasporto a quattro ruote. Dal giorno in cui quei farabutti slavi, albanesi, macedoni o sailcazzocosa avevano trovato il modo di mitigare i rigori dell’inverno facendo un bel falò dell’Astra. In cima alla collina del castello c’erano fiamme così alte che le avrebbero scorte da Milano. C’era da scommetterci.
Dante le ha suggerito il viaggio di ritorno prendendo la provinciale per Viguzzolo. Un percorso decisamente più romantico, lontano dalle grosse vie di scorrimento. Lei quella strada la conosce a memoria ma guida piano, allungando sull’accenno di discesa per Casalnoceto per affrontare il rettilineo incuneato tra sciami di luci sparse sopra dossi color pece. La sera sta regalando un tappeto di stelle difficile da ammirare in città, mentre qui, in mezzo alle colline, esistono ancora tratti così bui dove si può godere lo spettacolo del cielo. Verrebbe voglia di farla accostare, scendere e sedersi a terra, a gustarsi un po’ di questa meraviglia, invece di sbirciarla dal parabrezza. Fosse primavera, sarebbero bastati un plaid a quadrettoni da stendere sull’erba e il suo infallibile talento da seduttore. Da latrin lover, come direbbe lei.
Invece, appena usciti dal ristorante, si fila dritti verso Tortona. Più tardi ci si potrà ficcare sotto le coperte, ma ora la destinazione è casa Monticelli. Tanto per renderlo partecipe degli avvenimenti.
Dante lo chiama in vivavoce, chiedendogli se è ancora sveglio passato Carosello, e quello da fuoco alle polveri investendolo di parolacce. Mercedes, che non si perde una battuta, trova piena conferma alla sua teoria sulla sindrome di Peter Pan che li affligge.
«Sei un bel galletto Gaeta, nonostante la veneranda età!... Ancora non ti sei messo a cuccia?» segue il cerimoniale telefonico, Ferrero.
«Portami qui tua sorella e ti faccio vedere se i vecchietti come me a letto ci fanno la nanna o cos’altro.»
«Non ho sorelle... e poi che le faresti alla pollastra? La guarderesti giusto covare! Dovresti esserti dimenticato da un pezzo cosa si combina a letto, oltre che pisciarci.»
«Per pisciare potrei usare quel vaso da notte della tua testa vuota!»
«Se proprio hai necessità di sfogare la libidine geriatrica potrei fornirti qualche colombiana, prossimamente... Gratis, vista la tua spilorceria.»
«Vaffanculo Ferrero. Devo confessare che questa tua generosità mi sconvolge... Proprio tu che faresti pagare il biglietto anche per mostrare le piattole che tieni nelle mutande. Comunque già che ci sei, portamene una con la pelle caffellatte.»
«Hai per caso rapinato una farmacia, Monticelli?» gli domanda. «Perché se è così, meglio se mi sbrigo prima che ti sloghi un polso!»
«Passa pure, coglionazzo...» lo apostrofa Gaeta, provando a cambiare discorso. «Ho qui un single malt dodici anni che aspetta solo di scendere nei bicchieri.»
«Vengo accompagnato.»
«Dalla colombiana caffellatte?»
«Da Mercedes... Smettila di eccitarti che ti prende un ictus.»
«Beh... Sempre meglio il suo bel musino piuttosto della tua faccia da stronzo, ma pazienza... Vieni anche tu. Mica posso lasciarti fuori sullo zerbino.»
«Di’ la verità! Hai paura che a chiudermi fuori dall’uscio la tua vicina si invaghisca di me smettendola di farti il filo?»
«Ma se ha novant’anni suonati!»
«E quanti pensi di averne in meno tu, Noè?»
«L’unica cosa che penso è di tenere tappato il whisky per un’occasione migliore... Quando passerà da queste parti uno meno coglione di te e un po’ più educato.»
«Ma se l’unico che può passare da te è Gerry Scotti sullo schermo della tv, pirla,» conclude Ferrero ghignando. «Dai... Tempo un minuto e ti suoniamo al campanello... Apri. Tanto siamo noi... O è l’ambulanza con il defibrillatore...»
Il consiglio omaggiato a Ferrero per un buon uso del water chiude la conversazione.
«Avevi ragione tu... Monticelli è in piena forma...» conferma rivolgendosi a Mercedes, intenta a svoltare la rotonda dell’ipermercato. «L’avventura della volta scorsa lo ha ringiovanito... Siamo riusciti a fargli ritrovare lo scatto di quand’era un agente Sisde... Torniamo alle guerre puniche.»
La Smart, imboccato il tratto di via Emilia, svolta su via Morandi per frenare proprio di fronte al casermone, color caghetta, di Monticelli. Il tempo di spegnere il motore e scendere, sbattendo le portiere, e la luce nell’appartamento del capitano Ipsilon si accende, trapelando dalle tapparelle.
Preme il pulsante indicando a Mercy il nome sul pannello: «È l’unico al mondo che pretende di mantenere l’anonimato facendosi chiamare Capitano Ipsilon, con tanto di targhetta nome e cognome sul citofono... Pensa quant’è fesso!»
La voce del Gaeta, sovrapposta allo scatto metallico dell’apriporta, gracchia qualcosa di incomprensibile che si intuisce con desinenza in “ulo”.
***
La chiacchierata sbrigativa, svela a Gaeta il perché delle colombiane menzionate prima, della loro prematura fine, parce sepulto, e di quel fenomeno del Mereghetti che ci ha visto dentro una storia noir dalle atmosfere vittoriane. Gli mostrano anche le foto scattate a María Luz con relativa formula nel palmo. Gaeta le osserva perplesso, grattandosi una barba di tre giorni.
«Cosa ne pensi?» gli chiede Dante, mentre quello s’ingegna a scartare la confezione del Macallan e svitarne il tappo. Come sempre, prende i bicchieri da vino dal cucinotto e li sistema in tavola, versandone due dita ciascuno.
«Senza ghiaccio, grazie,» precisa Dante.
«Se lo vuoi on the rocks devi aspettare gennaio.»
«Ha frequentato la scuola di degustazione a Parigi,» sussurra all’orecchio della donna.
Poi guarda a terra.
«... E parigine sono anche le ciabatte che indossa...» ridacchia, accennando discretamente alle pianelle che Gaeta porta ai piedi. «Fuori patchwork, dentro Camembert.»
«Allora...» insiste Mercedes. «Provo a chiedere di nuovo io... Cosa ne pensi?»
«Che appena usciti da un guaio ci prepariamo a pestare un’altra merda.»
«Può valerne la pena?» domanda Ferrero «Dopotutto stiamo valutando il caso basandoci sulle paturnie di Mereghetti. Nessuno di noi conosce i luoghi né tantomeno ha agganci con questo De Martini...»
«Forse una mano potrebbe darcela Lodetti. Sicuramente tra colleghi si conoscono,» interviene Mercy.
«Hai voglia Lodetti. Ha appena finito di penare inseguendoci nelle nostre missioni da perfetti idioti. Vuoi mica che ci soccorra pure in questa? Lascialo in ferie. Poi, su come si coordinano tra di loro i vari comandi, non è affare nostro.»
«Però a te è tornata la voglia di seguire un’indagine tutta tua, vero?» lo interroga Gaeta.
«Neanche ho idea dove possa condurci.» Chiarisce Dante. «In fondo siamo fermi ad una prostituta ammazzata a Voghera.»
«E di quest’altra invece con la sigla sulla mano?» accenna alle foto.
«Tu sapresti muoverti per vedere se si riesce a mettere le mani su qualcun’altra... Qualche loro connazionale... Riuscire ad ottenere informazioni da questa gente.»
Ferrero ha lanciato l’esca ed ora attende paziente che il cavedano abbocchi, dando per scontato che la Premiata Agenzia Investigativa lo annoveri tra i soci fondatori.
Gaeta se ne resta sulle sue a capo chino, perduto nei riflessi color ambra nel bicchiere che sta dondolando tra le mani.
«Tu hai la fregola di vedere casi speciali dappertutto, vero Ferrero?» gli risponde senza alzare la testa «Dovresti riprendere a fare il giornalista... Non è che la botta di culo per aver scoperchiato il verminaio di Tortona, la volta scorsa, ci offra un nuovo caso al giorno. Non ti ha conferito di diritto i gradi di Tom Ponzi, santocielo! Dovresti smetterla di vedere i mali del mondo dietro ogni angolo e soprattutto sentirti in dovere di salvarlo... Sulla vicenda di Tortona abbiamo avuto una dose di fortuna pari a quella di incoscienza... Fifty fifty, bello, C’è mancato un pelo che i prossimi clienti del servizio pompe funebri fossimo noi due!»
«Noi tre! Se permettete...» precisa Mercy con un accenno di risentimento.
«Noi tre, perfetto, se ti fa piacere... Ma è roba passata,» replica Dante rivolgendosi a Mercedes. «Però anche in quel caso si era partiti dall’omicidio di un ragazzo con il particolare insolito delle mani mozzate...»
«Che vorresti dire?»
«Anche qui... Quello che inizialmente sembrava essere un pestaggio finito male in realtà porta alla pista di un possibile omicidio... Premeditato... Si direbbe...»
«Per giunta un secondo delitto, se ipotizziamo una relazione che colleghi questo al precedente...» puntualizza Mercy.
«Quindi i presupposti per ficcarci il naso ci sono tutti.»
«Mettici pure anche quello di rompere le scatole ai criminali che gestiscono il racket della prostituzione,» afferma Monticelli ingollando l’ultimo sorso di whisky.
Ferrero riprende in mano le foto scattate alla prima vittima sventolandole sotto il suo naso.
«Secondo te di cosa si tratta?» gli chiede. «Un tuo parere... Cos’è? La lista della spesa?»
«Così, all’istante. Cosa dovrei dirti?» riflette Gaeta, tornando ad osservarle distrattamente «Magari è solo un appunto. Perché immaginarsi subito una combinazione, un messaggio cifrato?... Una roba in codice.»
«Perché ne avrai visti durante la tua carriera.»
«Nel mio vecchio lavoro ne ho visti parecchi, ma così su due piedi non saprei. Difficile dire.»
«Può anche darsi che non sia neppure una priorità... Che non c’entri nulla,» interviene Mercedes. «In fondo stiamo cercando un collegamento tra le due vittime. Sappiamo che erano colombiane... Addirittura provenienti entrambe da Santa Marta... Ma, come si domanda anche il tuo amico, sarebbe interessante sapere se le due si conoscevano.»
«Due delitti compiuti dalla stessa mano... È questo che sospetti?»
«Bah... Stessa nazionalità... Stessa professione... Seccate a così poco tempo di distanza l’una dall’altra...» afferma Dante a bassa voce. «Direi che gli ingredienti per un’unica ricetta ci sono tutti.»
«Uno stesso sicario! Un killer unico per ambedue. È lì che volete arrivare?» riprende Gaeta «Non vi sembra di farla troppo grossa?... Io, se proprio volete insistere con questa storia, inizierei volando basso. Magari cercando di saperne un po’ di più su queste due...»
«E come?»
«Cacchio, Dante! Sveglia!» lo scuote. «Faticassimo a trovare una terza connazionale o meglio ancora una loro piccola comunità da queste parti, dovremmo iscriverci alla bocciofila invece di giocare agli investigatori.»
«Deduco che il Capitano Ipsilon è dei nostri!» commenta soddisfatto Ferrero, inclinando il bicchiere verso Mercedes e piazzandole un sorriso a sessantaquattro denti. «Cin cin alla prima indagine oltre confine dell’Agenzia Investigazioni Derthona!»
Monticelli si aggrega al brindisi tinnando il suo bicchiere contro i loro. Sembra esitare.
Ma è solo questione di un momento, prima che gli scappi la battuta.
«Derthona. Per carità! Vista la tua incoscienza avresti dovuto intitolarla a Don Orione. Almeno avresti avuto un santo protettore a pararti le chiappe!»
«Mentre tu ti raccomanderesti a San Crispino, vero?»
«Chi sarebbe?» gli domanda Gaeta.
«Il protettore dei calzolai,» gli fa eco, indicandogli le pantofole che porta ai piedi.