Che tratta del progresso e della famiglia Smallways.-1
Che tratta del progresso e della famiglia Smallways.
I.
— Questo progresso continua, – disse mister Tom Smallways. – E non avreste creduto che potesse continuare, – egli soggiunse.
Mister Smallways fece quest’osservazione molto tempo prima che cominciasse la guerra nell’aria. Egli stava seduto presso la siepe in fondo al suo giardino, ed osservava i grandiosi gasometri di Bun Hill, con uno sguardo che non esprimeva biasimo, ma neppure approvazione. Sopra il gruppo dei gasometri apparvero ad un tratto tre oggetti di una forma strana, delle vesciche avvoltolate, che ondeggiavano e giravano attorno a se stesse, diventando sempre più grosse e più rotonde: erano dei palloni, che si stavano gonfiando per l’ascensione che l’Aero-Club dell’Inghilterra meridionale faceva nel pomeriggio d’ogni sabato.
— S’innalzano ogni sabato, – disse il suo vicino mister Stringer, il lattaio. – Appena ieri, per modo di dire, tutta Londra si riversava nelle vie per andare a vedere un pallone che saliva nell’aria, e adesso ogni piccola città di provincia ha le sue escursioni.... cioè, le sue ascensioni settimanali. Sono state la salvezza delle Compagnie del gas.
— Sabato scorso ho tolto dal mio campo tre carrettate di ghiaia, – disse mister Tom Smallways. – Tre carrettate! che essi si portarono su come zavorra. Alcune piante vennero spezzate ed altre atterrate.
— Dicono, che salgono pure le signore.
— Chiamiamole pure signore, – ribattè Tom Smallways. – Però, non corrisponde alla mia idea di una signora, una donna che vola per aria gettando della ghiaia sulla gente. Non è così che sono abituato a figurarmi le signore.
Mister Stringer inclinò la testa in segno di approvazione, e per qualche tempo continuarono ad osservare i grossi palloni gonfi con un’espressione che, dall’indifferenza, era passata gradatamente alla disapprovazione.
Mister Tom Smallways esercitava il commercio del fruttaiolo, ma era giardiniere per vocazione; la sua piccola moglie Iessica, attendeva alla bottega. Il Cielo lo aveva destinato per un mondo calmo e pacifico, ma, disgraziatamente, non aveva creato un mondo calmo e pacifico per lui. Viveva invece in un mondo ostinatamente ed incessantemente soggetto a cambiamenti, ed in luoghi dove i loro effetti erano assai visibili.
Le vicende lo perseguitavano persino nel suolo che coltivava; il suo giardino gli era dato annualmente in affitto, ed era minacciato da una grande società, che lo considerava come un terreno adatto per erigervi nuovi fabbricati. Prevedeva di dover abbandonare l’orticultura, in quell’ultimo pezzo di terra del paese, situato in un quartiere invaso dai nuovi bisogni della città.
Faceva il possibile per consolarsi, per immaginare che le cose cambierebbero.
— Sarà difficile, – diceva, – che vadano innanzi così.
Il vecchio padre di mister Smallways, rammentava il tempo in cui Bun Hill era un idillico villaggio della contea di Kent. Sino a cinquant’anni egli era stato il cocchiere di sir Pietro Bone, poi aveva preso un po’ il vizio di bere, ed aveva finito per guidare l’omnibus della stazione sino all’età di settant’otto anni. Allora aveva smesso di fare il suo mestiere, e adesso stava sempre seduto accanto al fuoco, con l’aspetto di un vecchio cocchiere pieno di rughe, con la mente piena di reminiscenze, e sempre pronto a chiacchierare con qualunque forestiero che capitava. Narrava dei possedimenti scomparsi di sir Pietro Bone, da molto tempo divisi in lotti per costruire su quei terreni delle case; e della vita che quel gran signore conduceva in campagna.... quando era campagna; e delle caccie, e delle scarrozzate sulle strade maestre.
— Dove adesso sono i gasometri, – egli soggiungeva, – vi era un prato destinato al giuoco del cricket.
In quell’epoca era pure sorto il famoso Palazzo di Cristallo. Questo palazzo si trovava alla distanza di sei miglia da Bun Hill, ed aveva una grande facciata che scintillava al mattino alla luce del sole, che spiccava nel pomeriggio con i suoi contorni azzurri sullo sfondo del cielo, e di notte rappresentava un fuoco d’artificio gratuito per tutta la popolazione di Bun Hill.... E poi era venuta la ferrovia, e poi erano sorte ville e villini, e poi i gasometri e gli acquedotti, ed una grande quantità di brutte case operaie. In seguito si era dato mano al prosciugamento, e l’acqua era scomparsa dall’Otterbourne, ridotto allo stato di un orribile fosso. Poi avevano costruito una seconda stazione ferroviaria, la «Bun Hill meridionale», ed altre case; ed avevano aperto altri negozii, creando una maggiore concorrenza, negozii con grandi lastre di vetro; ed un collegio, e omnibus e tramways – che andavano direttamente persino a Londra – e biciclette e automobili, ed una biblioteca Carnegie.
— Sarà difficile che continui così, – osservava mister Tom Smallways, crescendo in mezzo a quelle meraviglie.
Invece continuò così. Sino dal principio la bottega di fruttaiolo, ch’egli aveva aperto in una delle più piccole case rimaste dell’antico villaggio in fondo alla High Street, aveva una cert’aria come se volesse scomparire e nascondersi. Quando poi avevano lastricato nuovamente la strada, ne avevano alzato talmente il livello che, per entrare nella bottega, bisognava scendere tre gradini.
Tom faceva tutto quanto poteva per vendere soltanto i suoi prodotti eccellenti ma poco variati; però, era venuto il progresso, mettendo in mostra nella sua vetrina carciofi della Francia e mele forestiere, – mele dello Stato di Nuova York, della California, del Canadà, della Nuova Zelanda, «frutti che hanno un bell’aspetto, ma che non valgono e che non chiamerei mele inglesi» diceva Tom, – e banani, e noci forestiere, e uva ed altri frutti.
Le automobili, che andavano in tutte le direzioni, diventavano sempre più numerose ed efficienti; ronzavano di più e diffondevano nell’aria un odore più disgustoso. Ed al posto dei carri tirati da cavalli, che ormai non si vedevano più, comparvero dei grandi e rumorosi carrozzoni a petrolio, che distribuivano carbone e pacchi; gli omnibus automobili soppiantarono quelli a cavalli, e persino le fragole della contea di Kent venivano portate a Londra durante la notte con quelle macchine, ed il loro squisito sapore veniva guastato dal progresso e dal petrolio.
Eppure anche il giovane Bert Smallways acquistò una motocicletta.
II.
Bert, non occorre dirlo, era uno Smallways progressista. E non si può avere nessuna prova più eloquente dell’inesorabile insistenza del progresso e della sua espansione ai tempi nostri, di quella d’essere persino penetrato nel sangue degli Smallways. Del resto, nel giovane Smallways si era già notata una certa tendenza, diremo così, avanzata, ed uno spirito intraprendente, sino dalla sua infanzia. Non contava ancora cinque anni quando scomparve da casa sua durante un’intera giornata, e non aveva compiuto i sette anni allorchè aveva arrischiato di annegare nel serbatoio d’uno degli acquedotti. A dieci anni un vero agente della polizia gli aveva sequestrato una vera pistola. E non imparò a fumare con carta bruciata nella pipa come aveva fatto Tom, ma con sigarette inglesi-americane da un penny1 l’una. Il suo linguaggio urtava suo padre allorchè non aveva ancora raggiunto il suo dodicesimo anno, ed in quell’età consumava già tutto quanto guadagnava portando pacchi e vendendo il Weekly Express2 di Bun Hill, – circa tre scellini alla settimana ed anche più, – giuocando, comprando giornali e sigarette, ed abbandonandosi ad una vita di divertimenti e di piaceri. E tutto ciò senza impedirgli di coltivare i suoi studi letterari, talchè aveva già riportato il settimo premio in un’età eccezionalmente giovanile. Accenno a tutte queste cose onde possiate formarvi un’idea di quale tipo fosse Bert.
Contava sei anni meno di Tom, e durante un certo tempo si era fatto un tentativo per utilizzarlo nella bottega di fruttaiuolo, aperta allorchè Tom aveva sposato a ventun’anno Iessica – che ne aveva trenta, ed aveva risparmiato un po’ di denaro stando al servizio. Ma Bert non era punto fatto per lasciarsi utilizzare. Abborriva la zappa e la vanga, e quando gli diedero un paniere di roba da portare a un avventore, si destò in lui un improvviso ed irresistibile istinto nomade, ed egli se ne andò vagando col suo carico, senza curarsi apparentemente del suo peso nè dove lo portava, finchè non lo portò al suo destino. Aveva udito un gran chiasso e gli era corso dietro col paniere ed il suo contenuto. Da allora in poi Tom portò da sè la sua merce e cercò un padrone per Bert, che non era disposto a fare uno sforzo contrario al suo carattere per trovarlo da sè. E così avvenne che Bert fece successivamente una quantità di mestieri; fu garzone di un pannaiolo, fattorino di un chimico, servitorello di un medico, apparecchiatore del gas, scrittore d’indirizzi, garzone di un lattaio, e finalmente s’impiegò in un negozio di biciclette. Qui trovò, apparentemente, ciò che bramava il suo temperamento proclive al progresso. Il suo principale era un giovanotto dall’animo perverso di nome Grubb, con una faccia scura di giorno e allegra di sera, che sognava d’inventare un freno a catena; costui parve a Bert il modello più perfetto di un gentiluomo di spirito. Egli dava a nolo le peggiori e più malsicure biciclette che si trovavano nell’Inghilterra meridionale, e sosteneva le discussioni e le questioni che ne derivavano con una verve sorprendente. Bert e lui andavano perfettamente d’accordo. Bert abitava presso il suo principale, e divenne un ciclista abile ed astuto, capace di fare delle miglia di strada su biciclette che si sarebbero rotte immediatamente se fossero state montate da qualunque altro. Finito il lavoro si lavava la faccia, e spendeva tutto il soprappiù del suo denaro in cravatte vistose, in colletti e sigarette, ed in lezioni di stenografia nell’Istituto di Bun Hill.
Di quando in quando andava a fare una visita a Tom, ed aveva acquistato un’aria così disinvolta e parlava con una tale spigliatezza che Tom e Iessica, i quali avevano entrambi una tendenza naturale a mostrarsi rispettosi verso tutti e tutto, lo guardavano con immensa ammirazione.
— Bert è un ragazzo che andrà avanti, – disse Tom. – Sa già molte cose.
— Speriamo che non ne sappia troppe, – replicò Iessica, che aveva un certo buon senso.
— Tutto progredisce adesso, – soggiunse Tom. – Se si va innanzi così avremo le patate in marzo. Non ho mai veduto tempi simili. Dimmi, hai osservato la cravatta che Bert portava l’altra sera?
— Non era adatta per lui, Tom, era una cravatta da signore. Non andava d’accordo con tutto il resto, non gli stava bene.
Finalmente Bert si fece fare un completo costume da ciclista, col berretto, il distintivo e tutto il resto; ed a vedere lui e Grubb, andare e tornare da Brighton, con le teste basse e le schiene curve, era una cosa veramente sorprendente, una rivelazione, se si considera che apparteneva alla stirpe degli Smallways. Ma.... erano tempi di progresso.
Il vecchio Smallways continuava a stare seduto accanto al fuoco, borbottando e rammentando la magnificenza dei tempi passati, ed il vecchio sir Pietro, che andava e tornava da Brighton con la sua carrozza in ventott’ore; e ricordava i suoi cappelli a cilindro bianchi, e lady Bone, la quale non metteva mai un piede in terra eccettuato per passeggiare nel suo giardino, e le grandi sfide di lotta a Crawley. Parlava di calzoni color rosa e di pelle di daino, delle caccie alla volpe nel Ring’s Bottom, dove adesso il Consiglio della Contea aveva eretto un manicomio per i pazzi poveri, e degli abiti e delle crinoline di lady Bone. Nessuno lo ascoltava. Il mondo aveva creato un tipo assolutamente nuovo di gentiluomo – un gentiluomo di modi tutt’altro che signorili, vestito di tela cerata, con gli occhiali da automobilista ed un berretto meraviglioso in testa; un gentiluomo che diffonde del puzzo, e che fugge continuamente sulle strade maestre per schivare la polvere che ha sollevato ed il puzzo che ha diffuso e che lascia dietro di sè. E la sua signora, per quanto erano capaci di vederla a Bun Hill, era una dea camuffata, priva d’ogni raffinatezza come una zingara – e non tanto vestita quanto imballata pel transito a grande velocità.
E così Bert crebbe con la mente piena d’ideali di rapidità e d’intraprese, e diventò, ammettendo che diventò qualche cosa, una specie di meccanico di biciclette. Ma ormai neppure quelle da corsa lo soddisfacevano più, e durante qualche tempo stentò assai a fare venti miglia all’ora su strade sempre più polverose ed affollate di veicoli meccanici. Ma finalmente, avendo fatto dei risparmi, venne l’occasione buona anche per lui.